Presiden arsitek/ 45

Quando la fame o il caldo sono molto forti, il capitano inventa ragioni più fantasiose: dice di aver sentito le sirene, e che le sirene gli hanno rivelato che la secca è solo un’illusione, l’intera nave non è altro che un sogno, e non deve preoccuparsi di nulla. Quando pensa alle sirene, il capitano diventa molto pericoloso: è in quei momenti che ha cercato di uccidere Gianni Sherwood.

di in: Presiden arsitek (0)

«Ein Hauch um nichts. Ein Wehn im Gott. Ein Wind.»

R.M. Rilke

Agli atti della critica, molti dei film di Carlos Adra sono in effetti descrizioni di film. Necessariamente, del resto: ché agli atti delle forze dell’ordine, chi potesse dimostrare di aver visto un film di Carlos Adra sarebbe ipso facto in una posizione quanto meno accessoria al crimine che quel film, inscenando beninteso tutt’altro, porta in essere.

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Gli altri membri dell’equipaggio hanno provato a raggiungere la terraferma con delle zattere, ma di loro non si è più saputo niente; la costa è lontana qualche chilometro; Gianni Sherwood sostiene che raggiungerla non è difficile, e da molto tempo sta cercando di convincere il capitano ad abbandonare la nave con una scialuppa, ma quello ribatte che superata la secca le correnti sarebbero troppo forti, e li trascinerebbero al largo: è certo che gli altri abbiano trovato quella fine.

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Lo stridore tra ciò che i film di Adra raccontano e ciò che realmente accade agli attori durante quei film ha perlopiù sclerotizzato la critica su un binario il cui capolinea è l’inchiesta giudiziaria e l’intima inerzia il desiderio mai esplicitato di astrarre da tutto ciò che non riguarda il film, da tutto ciò che film non è: di astrarre insomma dalle morti: e rinunciare ad ogni indagine. Ma tant’è…:

«Un giovane magro e pallido, nudo nella vasca da bagno piena d’acqua, il contorno delle sue spalle e il suo profilo quasi spettrificati dal vapore. Appare e scompare come un’ombra nel biancore. È seduto nell’acqua, il capo chino come in meditazione. Primo piano sul pelo dell’acqua, nel punto in cui dal rubinetto cadono le ultime gocce. Il rubinetto non si vede. Rumore lontano di macchinari come una ninnananna meccanica. Come una scala cromatica di lamiere che stridono.»

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Dopo averle baciato il piede, Glaucho si ritirò al proprio posto, nuovamente mezzo sdraiato sul tappeto. Forse anzi ora si stava scavando con le chele una buca nel pavimento, per non farsi trovare mai più. Rosahs avrebbe quasi voluto andargli accanto e prendergli una mano, dissotterrarlo dalla sabbia in cui s’era sepolto e dirgli vedi? io ero sveglia, fingevo solamente; e magari avrebbero riso insieme dicendosi ecco, una sciocchezza, avevamo solo bevuto un po’ troppo. Poi con una tenaglia di ferro Rosahs avrebbe sbriciolato le chele del granchio, e succhiato via la loro carne così da farle diventare come gusci di cartapecora, nacchere morte.

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–––forse è importante sottolineare che tutti i tester/vittime hanno sentito l’impulso di lasciare un testo scritto, mai di per esempio comunicare a voce il contenuto dei loro pensieri a un familiare o a un registratore o anche soltanto al vuoto della propria camera, né tantomeno tramite un disegno, e questo benché i testi prodotti fossero assolutamente qualcosa che appariva forzare gli stessi assiomi della comunicazione verbale scritta: “Una voce”, ha spiegato T–––š B––––k durante il processo sulla base delle proprie personali osservazioni sulle sconnesse testimonianze dei tester/vittime prima del definitivo crollo nervoso, “una voce, durante la notte, inizia a descrivere con minuzia esasperante delle scene, delle vicende, dei volti, degli ambienti.”

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«Adesso un ginocchio del giovane esce dal pelo dell’acqua. Le gocce fanno un rumore monotono. Primo piano del profilo del giovane, gli occhi chiusi, le ciglia lunghe, quasi incurvate dal peso dell’umidità. Il rumore delle gocce cambia a malapena percepibilmente di tono. Il giovane apre gli occhi. Nella vasca, ora inquadrata dall’alto in modo che possiamo vedere le gambe e la nuca del giovane, gocce di sangue si dilatano come petali di vetro fuso nell’acqua. [È frustrante per i quanto si voglia sclerotizzati critici doversi affidare a descrizioni tanto vaghe e distratte, e reticenti su tutto ciò che è dettaglio tecnico: durata e tipo delle inquadrature, ad esempio, qualità della pellicola, della luce, della lente, tutto quel corteo di celesti e meschine certezze che permetterebbero quando presenti al loro – dei critici – organismo parassitario di attecchire, e inzeccarsi: e pro-liferare/-sperare.] Un grido come di elefanti e pavoni lontani, una parata selvaggia di pavoni ed elefanti che avanza sotto le stelle dentro le narici della notte […i critici si mordono le nocche a sangue…]. Il ragazzo avvicina la mano alla bocca del rubinetto, e quando la ritira la punta del dito medio è tutta rossa».

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Quando la fame o il caldo sono molto forti, il capitano inventa ragioni più fantasiose: dice di aver sentito le sirene, e che le sirene gli hanno rivelato che la secca è solo un’illusione, l’intera nave non è altro che un sogno, e non deve preoccuparsi di nulla. Quando pensa alle sirene, il capitano diventa molto pericoloso: è in quei momenti che ha cercato di uccidere Gianni Sherwood.

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[Ed è, malauguratamente per i critici, la forza dell’ordine l’unica parte della […i critici si turano ostentatamente il naso…] società civile ad avere l’immunità sulla visione dei film di Adra: ossia di quel che ne resta dopo che lustri e decenni e trilustri di andirivenire da poliziesca a carabinieresca mano hanno, quasi ininterrotta corrente di fiume, acciottolato quei film nelle brevi sequenze e talvolta singoli fotogrammi considerati incriminanti –––– e perciò stesso salvati.]

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Continuando a fingere, aspettò ancora un po’ di tempo, poi si stiracchiò sbadigliando, svegliò l’amica e insieme salutarono Glaucho, che le accompagnò alla porta con aria assonnata.

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«Poi il ragazzo nota la riga rossa, come una crepa di carne che scende a malcerto perpendicolo attraverso la parete e termina sgrullandosi lungo il rubinetto, dalla sua stessa bocca. La telecamera stringe su e segue la crepa apparente salendo con lei fino a una chiazza sul soffitto, tremula e repellente come un grosso ragno africano».

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“Odio mio figlio” dice anche il capitano a Gianni Sherwood, sbavando la sua febbre sulle mappe e sulle lenzuola lerce. “Odio mio figlio. Non posso sopportare i suoi modi, le sue parole, il suo sguardo: falsi e ipocriti, ricalcati su vecchi opuscoli del catechismo, sulle vite dei santi. Detesto la compassione di mio figlio, che getta nel ridicolo la nostra famiglia. A volte, sorprendo i vicini che sbirciano dalla finestra, con le facce unte di grasso; guardano il modo in cui mangiamo, e sento le loro risa soffocate, quando mio figlio, tutto amore, mi porge la caraffa, mi versa il vino. Tra i vicini c’è anche chi porta in braccio uno dei suoi bambini, perché assista anche lui al nostro pasto; lo avvicina alla finestra, e ci indica, ora me, ora mio figlio, come se fossimo due buffe scimmie. Ho imparato a fingermi sordo e idiota, e durante tutto il pasto fisso la mia faccia riflessa nel brodo, immergendoci il cucchiaio fino a quando il piatto non è vuoto. Poi mi ritiro in camera, dove non ci sono finestre. A quanto pare, mio figlio non ha la benché minima intenzione di uccidermi. Per questo lo odio. Lo capisci, vero?”

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Fuori dalla finestra la luce dei lampioni si rompeva nel riflesso implacabile della cattedrale.

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«Flashback nel quale il giovane ricorda di aver già visto un qualcosa di simile, una chiazza nera sul soffitto da cui piovevano delle specie di minuscole larve bianche, e la morte della Regina della Notte che abitava al piano di sopra. Il giovane si appiattisce di scatto in acqua, obbedendo a chissà quale rettile o anfibio istinto che il terrore, a mo’ di una epifanica embriogenesi à rebours, fa notturna- e rapida- mente fiorire nel giovane senza nome e, tenendo lui innominato giovane sempre d’occhio la chiazza – invero terrificante […mah… i critici sospirano e si grattano la barba di tre giorni… invero terrificante… bòhf… i critici cercano di ricordare dove hanno nascosto il vermouth…] – quasi da un momento all’altro dovesse cadergli addosso una manta marina o un panno avvelenato, esce dalla vasca puntandosi sui talloni e i palmi, in posizione innaturale da indemoniato di vecchi film del terrore, così, a quattro zampe ma a pancia in su, puntandosi sui palmi e i talloni e inarcando verso l’alto il ventre bianco e sottile come quello di una ragazzina per non perdere d’occhio la chiazza, come un ragno capovolto, esibendo il sesso floscio al vuoto sopra di sé».

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“Non è proprio come un sogno, dato che si tratta solo di parole, e non si tratta propriamente nemmeno di una voce, dato che inizialmente le parole è quasi come se venissero lette, ovvero formano un filo di frase che passa nella mente come quando si sta leggendo qualcosa, solo che di fatto non si sta leggendo nulla, nemmeno nella propria immaginazione, viene insomma realizzata solo la parte finale del processo della lettura, la parte mentale, quella già decodificata, mentre le parole è come se fossero già state lette, come se fossero appena state lette, è come una lettura mutilata di una sua metà, ed è per questo che ho parlato di una voce, anche se non si tratta di una vera e propria voce, quindi sarebbe meglio parlare di [con gesto delle dita per mimare le virgolette] “voce”.”

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A Gianni Sherwood non piace quando il capitano gli fa queste domande. Ritiene siano dei trabocchetti e che il capitano stia cercando di coglierlo in castagna per poterlo punire a proprio piacere.

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Dopo aver accompagnato le ragazze alla porta, Glaucho si buttò su una poltrona, rimanendo mezzo accovacciato, stringendosi un piede con la mano.

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«Ulteriore flashback nel quale la voce narrante del giovane – piuttosto bizzarramente, la voce di un bambino di non più di sei anni – racconta come quella posizione a pancia in su ancorché atipica gli sia familiare per via di un gioco che da giovane faceva in palestra con altri ragazzi [gioco beninteso sul quale i critici/detective (tale il nomignolo, se così si può chiamare, che da accademici di più alto rango ovvero più innocuo subietto era stato affibbiato allo sparuto nonché spaurito manipolo di studiosi del [ulteriore incontrollabiliore sogghigno: ilare: e intacitabile: ma alla fin fine urbanissimamente tacitato nitrito degli accademici purosangue] “caso Adra”) si erano rotti la testa e il naso snasantissimo di improvvisati segugi divinandovi chissà poi per quale primigenia supposizione di chissà più mai quale prisco critico un residuo autobiografico che avrebbe permesso una volta per tutte di ricostruire i primi anni del Nostro ossia più prudente- e pusillanima- mente del Loro: e allora eccoli, i segugi, in sguanciottato e tontolatrante galoppo tra le siepi e gli intrichi di improbabilissime indagini d’archivio nonché sul campo a stanare nuove o anche vecchie dell’insegnante di ginnastica – dandosi da tutti loro per scontato ve ne fossero non più di quattro o cinque in tutto il Portogallo cui ascrivere le lezioni che – davano e ahiloro danno tutt’ora unanimi per certo – l’adolescente e già sovrumano Adra avrebbe poi riversato nei ricordi del giovane protagonista del corto di cui alle presenti righe [NOTA: Le descrizioni dei film di Adra (sul problema della paternità delle quali non abbiamo la benché minima voglia di soffermarci, la sedicente filologia adrica offrendo al malcapitato lettore nulla più che un circo di leggende zingare, farneticazioni di ubriaconi in punto di morte, striscioline di carta bisunta e evanescenti quanto ipocritamente terrificanti pagine online) non paiono riguardare, stante l’essenzialità delle trame o per meglio dire canovacci, lungometraggi: ed è del resto verosimile che per i propri lavori Adra cercasse di occupare lo stesso set per non più di una o due settimane: per ormai consolidata consuetudine si suole perciò designare l’opus di Adra come brevis]]».

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“Il falcetto con cui già da tempo avrebbe dovuto martoriarmi le carni è appeso all’ingresso e, come se la derisione dei vicini durante il pranzo non gli bastasse, mio figlio ogni giorno lo adopera per raccogliere le verdure dell’orto; taglia il gambo di un cavolo, di un carciofo, di un cespo di insalata, e ciascuno di quei tagli è rubato alla mia gola, e quel cavolo e quell’insalata dovrebbero essere la mia testa. Sopraffatto da questa ingiustizia mascherata di bontà, affondo i denti nel cuscino, ma vorrei poterli affondare nel mio cuore.”

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«Il giovane metà striscia metà scivola, picchiando sonoramente le chiappe contro le piastrelle. Finalmente è fuori dal bagno. Altri giocatori, non si sa se parte del secondo flashback, quello riguardante la palestra, girano per la sua stanza senza che lui mostri di avvertirne la presenza».

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“Non so se mi state seguendo; comunque sia: questo fenomeno di diciamo lettura amputata ha delle conseguenze piuttosto interessanti: proprio come chi, dopo che gli è stato amputato un arto, sente con particolare intensità proprio l’arto mancante, come se fosse la parte più viva di tutto il suo corpo, il “lettore mutilato” continua a sentire, in modo particolarmente doloroso, l’assenza delle parole, che iniziano diciamo a tumefarsi (tumefarsi beninteso nell’immaginazione del lettore amputato, dato che di fatto non esistono più ovvero non sono mai esistite) e a suppurare sotto forma di immagini particolarmente luminose, quasi disturbanti per la loro lucentezza, ovvero, di nuovo, non si tratta di vere e proprie immagini, né di allucinazioni, piuttosto si può dire che le descrizioni prodotte dalla “voce” sono talmente particolareggiate e ricche di densità, nonché arricchite di luce dalla percezione delle parole amputate, da essere quasi paragonabili a delle immagini…”

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«Improvvisamente e del tutto fuor di proposito compaiono immagini datate e mal girate in cui un uomo solleva un lembo di moquette scollata trovandoci sotto delle assi di legno. L’uomo lascia cadere a terra una boccia di vetro piena d’acqua. Un pesce rosso completamente fuori fuoco si dibatte nella pozza d’acqua che in breve si prosciuga, lacrima inversa, lungo le commessure del legno. Ora il giovane sale al piano di sopra. Indossa solamente una vestaglia a righe, sembra anzi è un finto frate [quale sarebbe poi la differenza tra sembrare e essere un finto qualcosa? consimili inserti del diciamo anonimo estensore delle descrizioni sono tra le più desiderate e temute cruces cinematografiche per la brancaleonesca ghenga di critici cui chi scrive, chiunque egli si sia, non può a questo punto pur con tutta la cattiva volontà non cominciare a volere un pocolino di bene]».

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“Per un po’ di tempo, come si fa con i figli recalcitranti ad uccidere, ho moltiplicato le angherie su mio figlio; gli ho vuotato in faccia il pitale pieno dei miei escrementi, gli ho assegnato compiti inutili e degradanti, ho violentato e assassinato sua moglie: tutto tempo sprecato. Niente ha potuto strappargli dagli occhi quello stupido sguardo da santo. Ma guardalo” dice il capitano a Gianni Sherwood, e Gianni Sherwood si spaventa moltissimo, perché lì sulla nave non ci sono che lui e il capitano. “Guardalo. Santo: solo il suono della parola mi mette i brividi.”

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Dopo un po’ si alzò per prendere in mano un taccuino nero e, apertoselo dinanzi, iniziò a scrivere.

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«Resta sulla soglia. Ha sta cercando di (e ha paura di) capire dove sia il punto da cui il sangue filtrava nel pavimento per piovere dal soffitto del suo bagno. Grida un nome. Grheta o Mhartha o Anijta o Rijta o… l’audio è danneggiato [ah, il moscerinesco e fin browniano indaffararsi dei critici intorno alle pur minime lacune e bruciature, alle crepe e ai graffi, ai minuscoli buchi neri che annunciano la futura inevitabile polverizzazione definitiva del tutto che ogni opera crede di essere!]».

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“…senza contare che, dato che questa specie di monologo di solito si svolge nelle fasi a ridosso del sonno dei tester, può effettivamente capitare che, in brevi lampi, e precari, le parole, per dirla con uno dei tester intervistati al suo risveglio nella fase intermedia tra la ricerca spasmodica di una penna e di un foglio e il grave diciamo prolasso nervoso che ha caratterizzato le prime esposizioni a NITA™ prima che ci convincessimo a sospendere i test e a sviluppare una versione meno aggressiva del programma all’interno della quarantena dei personaggi di SHERWOOD®, le parole, diceva[no] questo[-i] tester con le lacrime agli occhi, “coagulano; diventano cose”.”

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Il taccuino era piuttosto piccolo, con fogli a quadretti; nello scrivere, l’atteggiamento di Glaucho era molto composto, anche se certe volte, come se la sedia scottasse, scattava in piedi e prendeva a camminare per le varie stanze, con un dito sulle labbra.

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“La notte, allucinato dall’ansia e dall’angoscia, finisco col figurarmi mio figlio come una spettrale statua di pietra, ma di una pietra molle e appiccicosa come carne, come se fosse appena uscita da un vulcano, una pietra pestilenziale e infetta, popolata di bocche urlanti: la carne di un santo. Ieri mio figlio mi ha donato le sue ali. Le ha tolte dalla madia e me le ha piantate nella schiena come due lance; mi ha assicurato che mi trasporteranno sopra le nuvole, in modo che potrò dialogare con le aquile e con gli angeli. [A questo punto il più delle volte devo intervenire coi ferri, perché Gianni Sherwood salta su a gridare “Dialogare un corno! Gliele ficcavo nel culo le aquile, io, agli angeli! Su per il culo!”] Il punto in cui mi ha conficcato l’ala sinistra mi duole terribilmente, e mi si è paralizzato il braccio sinistro. Mi sono messo con la schiena verso il caminetto, e ho incenerito le ali. Ora solo i monconi trasparenti pendono, piegati dal calore, lungo i miei fianchi. Anche il mio braccio sinistro è praticamente un moncone. Guarda che roba.”

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«Infine il giovane oltrepassa la soglia [È stata forse sopravvalutata l’importanza delle soglie nel cinema di Adra, che si è voluta far risalire ad una delle pochissime emersioni del Loro nel cinema reale o, come si vedrà, quasi reale – come se Adra finisse per infettare di sé ogni persona cui si avvicinasse, condannandola a soffermarsi ed esitare per sempre sul confine tra be e not to be, in un eterno e quasi bonzesco ooorrrr…: ooorrrr…: ooorrr…: ma non perdiamo quel poco di filo che ci rimane: dicevamo: dicevamo: sì sì: ecco: quasi reale – : ed è, tale emersione, quella per cui il nome di Carlos Adra figura tra gli operatori del famigerato Joyce’s Ulysses di Sergio Leone, la cui produzione com’è noto naufragò nella periferia meridionale dell’allora città di Lisbona (oggi sobborgo di Briwen-Jakarta) all’indomani di uno dei primi attentati urbanistici del gruppo terroristico degli Arlecchini che avrebbe portato all’insorgere, a partire da un “labirinto” prodotto dagli Arlecchini medesimi proprio in uno dei camerini adiacenti al set del film, di uno dei quartieri di Schwarzschwarz. Fu solo per un fortunatissimo caso che Claudia Cardinale e Sandra Milo, chiamate da Leone a interpretare insieme il personaggio di Molly Bloom (né occorre qui tornare sui fiumi di inchiostro versati intorno alla scelta quanto mai sperimentale di far recitare una stessa parte a due attrici distinte, una – così allora i giornalisti, ancora intrisi del terrore atomico da guerra fredda – “fusione stellare” che oggi appare come un’affascinante inversione di quel che avveniva nelle tragedie antiche, dove un unico attore giocolierando con maschere e non so che altro si moltiplicava in tutti i personaggi… «Voglio che il corpo di Molly canti davanti a me come un demone che può chiunque possedere, ecco quanto», era stata l’alquanto sibillina spiegazione di Leone), non fossero sul set sede dell’attentato –– caso volle si trovassero proprio sulla soglia del “labirinto” appena instauratosi – probabilmente un comune ma non per questo meno letale “labirinto” a porta bianca – per girare delle prove di luce. Tutt’e due vennero immediatamente portate al sicuro dalle rispettive agenzie non appena fu chiaro quello che stava accadendo, il corpo fantasmatico di Molly Bloom tornando così a scindersi e svanire con un sospiro e un dispettoso gnermgnèo che quasi nessuno sentì. Del resto del cast si sa poco o nulla (che Fonda dovesse vestire i panni di Boylan sembra più una diceria influenzata dalla scena tanaterotica con Claudia Cardinale nel precedente C’era una volta nel West), i dati e buona parte del girato essendo stati immediatamente secretati dalle forze dell’ordine portoghesi. Del film mancato di Leone non resta che una decina di minuti di girato ––––––– Una serie inquadrature di una scatola di latta di biscotti lanciata verso un Leopold Bloom in fuga, sempre inquadrato di spalle –– a volte la scatola si apre in volo, i biscotti cadendo a rallentatore nel cielo bianco di Lisbona come la parodia pacchiana di una cometa ––––––– Diversi esterni in cui la telecamera accompagna Bloom, ripreso sempre di spalle e non identificabile salvo (ma anche lì poi in realtà no, cavoli) per quei brevissimi e tormentatissimi istanti in cui se ne intravedono i baffi e il cappello nella riflessione parziale della vetrina di un negozio –– secondo una leggenda mai verificata Leone, in conformità alla scelta di fondere due attrici in un solo personaggio, aveva progettato di non inquadrare mai in modo diretto il volto di Leopold, facendolo interpretare a un insieme di figuranti se non –– nei più febbricitanti sogni del “pubblico” di questo film quasi invisibile –– dalla prima persona disponibile in quel momento, in una prefigurazione dell’Here Comes Everybody della Finnegans Wake ––––––– Una memorabile sequenza in cui due donne non identificate salgono su una colonna di Nelson riprodotta a Cinecittà per fare uno spuntino e sputare di lassù noccioli di prugna su una folla di comparse cullate da una nenia su temi tradizionali irlandesi per violino solo di Morricone (nenia che, giudicata di nefastissimo augurio dal compositore, non venne mai più eseguita), la cinepresa planando da vertigini angeliche fino a scendere tra i piedi e le pozzanghere del racconto progettato da Stephen Dedalus, in un progressivo e lentissimo prosciugamento della musica nei suoni della città ––––––– Marciapiedi e persone inquadrati dal finestrino della carrozza durante il corteo per il funerale di Dignam (sequenza della quale si sarebbe ricordato Fellini nel suo Amarcord, di pochi anni successivo, nella scena del funerale della madre di Titta, Miranda) ––––––– La celeberrima scena con lento andirivieni di dissolvenze incrociate dei primi e primissimi piani degli occhi di Molly che si aprono grandi e birichini, il volto nascosto dalle lenzuola del letto, una spalla nuda lasciata sbucare a farsi sfiorare da una chiazza di sole – la dissolvenza oscilla tra gli occhi di Claudia Cardinale e quelli di Sandra Milo… gli occhi molteplici di Molly Bloom, il corpo molteplice e politropo che tremola di quantistico e lento calore sotto un identico lenzuolo, gli occhi di Cardinale/Milo che si aprono ridenti e placidi al suono di un cracracrac di nacchere e una lontanissima chitarra spagnola, la versione femminile della semiscala discendente di flauto che saluta gli scatti burattineschi di Eastwood in Per un pugno di dollari, ah, no, mai: mai così spavalda- e cretina- mente scodellata l’amorosissima distanza tra l’uomo e la donna, il flauto e il pistolero, gli occhi e le nacchere, l’amorosissima chitarra lontana e la(/e) voce(/i) di Molly che bisbiglia(/-no) semisoffocata(/e) dal biancore del lenzuolo “Sì…” con una tenera interminabile S………..»

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“Guarda,” dice il capitano a Gianni Sherwood, agitando davanti ai suoi occhi un braccio perfettamente sano. “Guarda.”

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Camminando sembrava seguire sempre un percorso preciso, come fanno certi cani da guardia tenuti in un recinto, che vanno avanti e indietro calpestando sempre la stessa terra, tanto che alla fine il prato è tutto tracciato di sentieri.

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“Il processo, di natura violentemente invasiva per il sistema neurale degli esposti, all’inizio ci è sembrato richiamare da vicino quegli stati di ispirazione profonda (anche se per gli esposti a NITA™ forse sarebbe diciamo meglio parlare di “ispirazione aggravata”) che molti artisti, e parliamo in particolare dei poeti, hanno indicato come origine dei loro diciamo capolavori, ovvero con capolavori intendo dire opere che nelle parole di questi poeti (anche se in questo momento non me ne viene in mente nessuno in particolare) risulterebbero scritte come “sotto dettatura”, ed è stato naturalmente questo paragone il motivo principale per cui il nuovo prodotto della fabbrica di giocattoli DAIMON™ è stato chiamato così.”

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«––––– …il tutto, figurando Adra tra gli operatori, viene «per doverosa ipotesi» [mah… bohf… uff…] ascritto all’occhio e alla mano di Adra, pur diretto da Leone ma pur sempre Adra –– salvo ça va sans dire la scena di riflessione parziale di Bloom, dove il volto indistinguibile semiriflesso nella vetrina del negozio non potrà che essere, per altrettanto doverosa ipotesi, quello di Adra stesso… …schiocco di nacchere che continua ininterrotto fino a farsi rumore di rullo cinematografico (e al suono di quelle stesse nacchere primo piano delle mani di Leopold che si infila i gemelli ai polsini, tatrac!), schiocco di nacchere che si fa scricchiolio della porta del farmacista e culmina nel campanellino d’ingresso con mille fiori medicinali che scorrono in riflessione parziale sul vetro della soglia. Cracracrac, lontanissima chitarra spagnola, la cera bianca cola dalla candela… una Spettatrice Sconosciuta si alza e abbandona la sala di un vecchio e lercio cinema di Lisbona, l’Ulisse di Leone prosciugato via dal vento caldo di Lisbona morente e dai rioni metastatici di Schwazrschwarz che lentamente ne divorano le strade e le pozzanghere… Le due attrici fatte spettri fondono i loro corpi semitrasparenti perché possa Molly Bloom venire alla luce nell’impero del suo lettone… Tratratrac!]».

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“Guarda. Ma ormai non mi importa: il tempo è passato, io sono ancora vivo e il nostro regno non potrà più venire.”

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Poi ritornava a scrivere.

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[L’accusa, seguendo un piano tutto suo, a questo punto ha fatto mettere agli atti una indagine svolta presso diversi artisti viventi, in particolare appunto presso poeti, ai quali è stato chiesto se davvero nel momento di scrivere il o i loro cosiddetti capolavori avevano sentito, cioè fisicamente sentito, una voce nella loro testa che parola per parola gli dettava ciò che dovevano scrivere, nella modalità di “lettura amputata” descritta sommariamente dai tester/vittime a T–––š B––––k e alla sua equipe; i poeti interpellati, forse in soggezione per la sede processuale ovvero pre-processuale in cui la loro testimonianza sarebbe stata collocata o magari anche per paura che la voce nella loro testa sarebbe sparita se loro ne parlavano troppo, hanno risposto tutti senza eccezione in maniera quasi infantilmente evasiva o in ogni caso non definitiva riguardo questa famosa voce dell’ispirazione, né alcuno di questi poeti – il che dopotutto era prevedibile nonché perché no scusabile – ha accettato di esporsi a DAIMON™ in qualità di “esperto stilistico-narratologico” (come sempre sic), per poter cioè verificare l’affinità tra la “voce” prodotta dal gioco per la creazione automatica e la voce che loro avevano o avrebbero dovuto avere in testa.]

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«Il giovane avanza nel corridoio, letteralmente tappezzato di immagini religiose. Trova la stanza da cui verosimilmente è colato il sangue: è un altro gabinetto. Naturalmente, un gabinetto, pensa il giovane, è ovvio, poi si accorge che lo specchio di quel particolare bagno è in effetti un televisore. Siede sul bordo della vasca per guardare nel finto specchio, il suo volto in ogni caso semiriflesso sopra quello del personaggio inquadrato nello schermo. “Try! It’s so exciting! So fucking exciting! Cani che abbaiano con rabbia al tuo culo dietro il rudere di una casa: un classico del terrore! So fucking thrilling! Scorpacciate di morti! Can che abbaglia non mozzica!” La voce ora viene da dietro il sipario di un teatrino di burattini. Poi la tenda si apre e la telecamera ora scorre lungo un muro in rovina, ma al posto dei promessi cani ci sono degli uomini. Sono elefanti [sic, ovviamente da emendare in eleganti – la lettrice, decida lei se in compagnia del lettore o ciascuno per conto proprio, immagini da sé serque sopra serque di note, noticine e noterelle affastellarsi senza mai un definitivo costrutto intorno al refuso], ma sporchi, costoro, come se avessero camminato a lungo nella sabbia rovente. Potrebbero essere i compagni di quel benedetto gioco a palle in su, ormai cresciuti, quelli che avevamo visto nel bagno al piano di sotto. Circondano il ragazzo. Gli strappano di dosso la vestaglia. Primissimi piani dei loro sorrisi sporchi, delle loro mani che afferrano le braccia e le gambe bianchissime del ragazzo nudo. L’apprendistato alla bottega di Leone ha lasciato il segno».

***

Il capitano è anche convinto che ci sia una creatura mostruosa, che lui chiama Serpente, che li aspetta al di là dell’oceano; nelle notti di luna piena, sostiene che la luna sia uno degli occhi del Serpente, ed esige che Gianni Sherwood scenda in acqua con una scialuppa e uccida il mostro. Gianni Sherwood è preoccupato: di recente si è accorto che sia il suo corpo che quello del capitano brulicano di minuscoli parassiti a forma di chiocciola.

Nella seconda storia, Gianni Sherwood è il maggiordomo di un “signorino”, come lo chiama lui. Ci ho messo un po’ a capire che le due storie, quella del capitano e quella del signorino, erano due storie diverse, e devo riconoscere che in questo i taccuini sono serviti a qualcosa, anche se continuo ad avere paura, e a pensare che con Gianni Sherwood più ci si capisce e peggio è.

***

Scriveva piccoli frammenti, tutti piuttosto diversi tra loro, e in generale non più lunghi di poche righe.

***

«Ora il ragazzo è di nuovo a pancia in su, sospeso sopra le piastrelle del bagno, ciascun braccio e ciascuna gamba tenuti saldamente da due antichi compagni di giochi. Le quattro coppie di torturatori iniziano a tirare in opposte direzioni, come in quei film western in cui un uomo viene squartato da quattro cavalli legati a polsi e caviglie. I torturatori tirano sempre più forte, i volti chini in caravaggesca tensione».

***

“Così giovane, il mio padrone è già pieno di sciocche manie”, mi dice Gianni Sherwood mettendo su una faccia da maggiordomo del Cluedo. “A volte provo una pena profonda per lui”, mi dice Gianni Sherwood, “e mi pare di essere suo padre, e di essere, com’è ovvio, un fallimento come padre. Altre volte, invece, in maniera più strana, mi sento più come se fossi io il figlio e lui il padre, e allora vorrei soffocare il suo muso di cane nella tazza di caffelatte che si fa preparare tutte le sere. In quei momenti di rabbia, devo persino mordermi la lingua a sangue per non maledire il mio padrone ad alta voce. Da qualche settimana, il mio padrone ha escogitato questa nuova mania dei talloni. Si è messo in mente di aver avuto questa mania fin da bambino, ma naturalmente è tutta una fandonia. Sostiene che “Da sempre”, così mi dice il mio padrone, “da sempre ho questa strana mania di far andare su e giù i talloni; quando sono in riposo, vedi?” mi dice, accennando alle sue gambe allungate sul sofà, come per provocarmi; “vedi? guarda, guarda cosa succede, del tutto contro la mia volontà”, e subito, “del tutto contro la sua volontà”, il mio padrone inizia a far andare su e giù le gambe, ritmicamente e sempre più rapidamente, come se stesse arretrando davanti a qualcosa di mostruoso.

***

“Sebbene talmente ricche di dettagli, pieghe e sfumature da avere l’impronta ruvida di un oggetto reale [e questo al di là di qualsiasi considerazione di tipo stilistico: a detta degli ambienti umanistici-letterari (sic) coinvolti nella fase istruttoria del processo, le descrizioni o narrazioni ottenute dopo l’esposizione a NITA™ risultano, nello stesso tempo, incredibilmente involute e prolisse da un lato, fastidiosamente frammentarie e vaghe dall’altro, sembrano cioè avere proprio quella stessa specie di urgenza che è stata riconosciuta in tutti i tester/vittime nel periodo successivo all’esposizione al gioco, quell’urgenza di chi in un solo rapidissimo colpo d’occhio ha avuto una visione incredibilmente nitida e particolareggiata di un qualcosa (un panorama, un volto, un fatto, una creatura) di terribilmente importante, e che oramai che quella visione è svanita (“può ben essere”, ha spiegato T–––š B––––k dopo che la sentenza era stata emessa, “che questa[-e] sparizione[-i] della[-e] visione[-i] subito dopo il suo[/loro] apparire unita alla sua[/loro] incredibile ricchezza di dettagli e al bisogno impellente di mettere per iscritto tale ricchezza sia[no] dovuta[-e] alla struttura quantistica dei programmi dei due prototipi, che com’è noto impedisce nel modo più categorico di comunicare qualsivoglia informazione senza nel contempo distruggerla, come in un binomio reciproco e indissolubile decifrazione/distruzione ovvero esistenza/amputazione implicato nel processo stesso della nascita, ovvero, come dicono dalle mie parti, “per contare le zampe di un centopiedi occorre staccargliele tutte”, binomio che probabilmente, anche se ciò qui non ha alcuna importanza, magari era anche già stato sviscerato a suo tempo dai tecnici della poesia, e la cui realizzazione dall’altro punto di vista, cioè diciamo dal punto di vista quantistico, va di certo iscritta sotto la rubrica di linee tangenti tra la fisica quantistica e le più astruse diciamo “scienze dello spirito”, linee tangenti che, dal punto di vista del progresso scientifico, sono in effetti del tutto prive di significato, cioè, in questo caso, stabilito che dire qualcosa implica la sua distruzione (vale a dire come ripeto la distruzione dell’informazione, ma per tutte o quasi tutte le astruse “scienze dello spirito” e in un certo senso anche per la fisica quantistica la cosa non fa differenza), a essere allarmisti si potrebbe allora inferire che la “strega” NITA™ con la sua produzione incessante e patologica di descrizioni potrebbe avere tra i suoi “obiettivi”, che so, la distruzione dell’umanità ovvero dell’informazione dell’umanità, mentre per quanto riguarda DAIMON™ questa sete di distruzione avrebbe dovuto ovvero, volevo dire, dovrà essere temperata da una forma di (naturalmente simulata, trattandosi pur sempre, dopotutto, di una macchina; parole come “sete di distruzione” o “obiettivi” non sono che metafore per cercare di spiegare i complessi paradigmi quantistici da cui sono scaturiti/che scaturiscono da NITA™ e DAIMON™) simulata pietà”)] le immagini possiedono un’evanescenza, un grado di evaporazione tanto più elevato quanto più sono numerosi, interessanti e urgenti i dettagli che le compongono, il che costringe l’esposto a cercare di ridirle seguendo il violino capriccioso della memoria, saltando da un punto all’altro con diciamo una famelica frenesia descrittiva, divagando di continuo e perdendosi in digressioni e diverticoli che sembrano aumentare esponenzialmente man mano che la descrizione procede, nonché essere progressivamente privi di qualsiasi nesso con alcunché.”

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«Il ragazzo, ora talmente bianco da apparire luminoso, ha un singulto come di vomito represso quando gli si sloga un’anca, gli occhi due pozze di lacrime che non tracimano, la bocca piegata come quando da bambino metteva il broncio, e quando la speranza di uscire mai da quel bagno abbandona finalmente l’ultimo centimetro della sua bocca la telecamera si allontana da lui, abbandonandolo e mentre i compagni perduti continuano a tirare lo vediamo un’ultima volta inarcarsi disperatamente, come cercasse di afferrare con il ventre il cielo invisibile, e per un istante diresti che davvero il martire si librerà in aria, trascinando con sé i propri carnefici nell’azzurro… poi una serie di fangosi tratrac denuncia lo squartamento riportandoci alla più cruda realtà; dal punto non più visibile in cui è sospeso il corpo del giovane, ora nascosto dalle schiene ingobbite dei carnefici, sale un sospiro afono dentro il quale un grido cerca inutilmente di farsi strada [qui i critici usano annotare che l’assenza di urla può essere dovuta a un doppiaggio successivo o alla resezione chirurgica delle corde vocali del giovane a rendergli impossibile ogni grido, ipotesi questa tutt’altro che peregrina considerato che il giovane non dice una sola parola in tutto il film ossia nella sua descrizione] e infine schiocchi di sangue e sozzura irrimediabilmente liberata, come applausi d’inferno contro le piastrelle grigie, ciaciaciaciaciaciaciàc…»

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(Potevano essere brani autobiografici o semiautobiografici, stesi in prima o terza persona, frammenti di metafore, mozziconi di poesie o di versi, immagini che a volte davano l’impressione di essere spunti per meditazioni o racconti più lunghi.)

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“Il movimento, che lui si è messo in testa di fare da sempre (“naturalmente: fin da bambino”), e che si è messo in testa di eseguire del tutto contro la sua volontà, diventa sempre più energico, come se il mio padrone volesse sbriciolare a colpi di tallone la sedia, il sofà, il materasso su cui ha allungato le gambe, o viceversa come se un terremoto fosse sul punto di farlo precipitare. Una cosa da far vomitare”, mi dice Gianni Sherwood, e io metto la mano sull’astuccio dei ferri, come un naufrago in mare che si aggrappa a un’asse di legno. “Sostiene di aver ereditato quel movimento dei talloni da sua madre, e che anche sua madre faceva quello stesso movimento, su e giù con le gambe, anche lei “del tutto contro la sua volontà” (quando dice questa frase, il mio padrone mette sempre un accento particolare sulla parola contro). Dice che questa è l’eredità che sua madre gli ha lasciato: “Naturalmente”, soggiunge a questo punto il mio padrone, “naturalmente so benissimo che mia madre è ancora viva. Ma tu sai bene che certi tesori si lasciano in eredità anche in vita, e persino”, e a questo punto non riesco più a capire di cosa diavolo stia parlando, o persino chi stia parlando di noi due, se è per questo, “e persino prima della vita. Ho ereditato questo buffo movimento, l’ho ereditato anche se mia madre è ancora viva”, non fa che ripetere il mio padrone. “Mia madre non è morta, ma io ho già ereditato il suo movimento, e perciò quando, del tutto contro la mia volontà, io faccio andare su e giù i talloni così, è come se prendessi da parte mia madre e le dicessi, muori, mamma, muori, muori, muori, un! due! un! due! un! due! muori!” Poi — credo che abbia paura che io vada a spifferare questa stupida storia dei talloni a sua madre”, mi dice Gianni Sherwood sottovoce, come ad un amico di famiglia, “poi mi guarda, un po’ accaldato, e soggiunge che, “Naturalmente”, nello stesso tempo è come se le dicesse, “Non morire, mamma, non morire; non morirai, non morirai mai”. È capace di rimanere lì per interi quarti d’ora”, così mi dice Gianni Sherwood, “sul letto o sulla poltrona, chiedendo a sua madre di non morire, sgambando per aria come un soldatino a molla caduto nel bel mezzo della carica.”

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Con furente diligenza, Glaucho numerava ogni nuovo frammento, sordo al sospiro della città al di là delle finestre serrate.

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[Be’, be’: be’: in ogni caso, giusto per dare un’ultima e comunque sempre ragionevolmente pallida idea di come lavora la ghenga degli studi adrici: la sezione di descrizione che comincia con l’ingresso del giovane nel corridoio e finisce con la sua morte è stata ritrovata dalla non mai abbastanza sbeffeggiata ghenga nella forma di falso riassunto (con tanto di beffardo spoiler-alert) del film The Love Bug di R. Stevenson in un vecchissimo sito per la vendita di DVD di antiquariato: riassunto come ciascuno può vedere del tutto falso epperò accolto dalla ghenga nel testo della descrizione qui proposta, in ragione della continuità con la prima parte nonché del fatto che The Love Bug (che Adra aveva visto per la prima volta da bambino in Brasile con il titolo Se Meu Fusca Falasse) è ritenuto tra i film preferiti di Adra, e questo solo perché tra i pochissimi materiali di Adra a disposizione del pubblico c’è una noticina in cui Adra si sofferma sulla scena in cui Tennessee Steimetz profetizza il mondo delle macchine di là da venire e su quella che lui (Adra, non Tennessee) considerava «La più violenta scena di seduzione mai prodotta» non solo nel cinema, ma nell’intera arte contemporanea: che è la scena in cui Herbie Maggiolino Tutto Matto trascina dentro di sé verso più o meno indesiderate o comunque intempestive camporelle i personaggi di Jim Douglas e Carol Bennett, perduti nei visceri di un veicolo che si pilota da sé e i cui comandi non sono ormai più che un ornamento; Adra ricorda anche il terrore che dopo aver visto il film provava da bambino salendo in auto con i propri genitori, l’ininterrotto orgasmo di panico al pensiero che il veicolo si scomponesse o imbizzarrisse come Herbie durante la gara finale, maciullando i propri passeggeri –– e qui con diciamo un triplo carpiato e doppio avvitamento finale, la ghenga assurge all’allucinazione supponendo una influenza diretta dell’ancora in erba e mai più richiamato operatore Adra sul Leone autore degli spot pubblicitari per la Renault e segnatamente per i più disturbanti, dove macchine stregate si liberano da catene che le tenevano imprigionate al centro di antiche rovine o vagano per le strade pilotate da nient’altro che una luce accecante e diffusa in tutto l’abitacolo…] ciaciaciaciàc.»

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…scriveva. interrompendosi a volte quel tanto per appoggiare la testa sul tavolo, vinto dalla folla di visioni, di deliquio in deliquio fino a–––––––

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Il più bello di questa seconda storia è quando Gianni Sherwood e il signorino giocano al dottore. Tutte le volte che racconta di quando giocano al dottore, c’è almeno un infermiere o una suora che si ferma ad ascoltare. Una delle “terapie”, così le chiamano Gianni Sherwood e il suo padrone, preferite è quella “degli occhi”. Avessimo noi delle terapie del genere qui.

“Ora le taglierò gli occhi”, dice Gianni Sherwood al suo padroncino, “quindi cerchi di muoversi il meno possibile”. “Va bene”, risponde il padroncino, e Gianni Sherwood ci fa vedere come gli si mette dietro, come afferra la testa del suo padrone per il mento, “Per sicurezza”, così dice Gianni Sherwood, e quasi pare di vederlo, il suo padrone intrappolato sulla sedia davanti a lui. “Così”, dice Gianni Sherwood, “cooosì. Gli prendo la testa per il mento, poi gli faccio passare due volte il rasoio sotto la fronte. Zac, zac, piano. Piaaano. Gli taglio gli occhi. Il mio padrone tira fuori la lingua per lo schifo. “L’effetto dovrebbe essere immediato”, dico al mio padrone”, dice Gianni Sherwood, mentre le suore si fanno il segno della croce e si allontanano. “Se necessario gli do un fazzoletto per sciugarsi la faccia”. Sciugarsi, dice proprio così. “Davvero?”, mi risponde il mio padrone “Eppure, eppure… in effetti, forse vedo ancora qualcosa. Qualche immagine filtra ancora attraverso il taglio”. “Francamente”, rispondo al mio padrone”, dice Gianni Sherwood, “francamente, signor mio, faccio fatica a crederle. Le immagini non filtrano attraverso i tagli, non è mai successo, è semplicemente contrario alle più elementari leggi dell’ottica; legga Descartes, i suoi esperimenti con gli occhi dei bovini”. “Ma se le dico di sì, che vedo ancora. C’è qualcuno, lì vicino all’armadietto dei medicinali. E altri si stanno arrampicando lungo il bordo dei tagli. Uno ha raccolto la mia pupilla, dice che è un peccato gettarla via perché è un elegante vassoio in cui raccogliere il sangue dei salassi”. “Puah!”, risponde Gianni Sherwood al suo padrone “Quarant’anni che taglio occhi, e mai una sola volta è successo che—” eccetera. Gli infermieri non se ne perderebbero una di queste sedute di “terapia degli occhi”.

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L’uscita dall’inferno passa per un altro inferno.

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I tester/vittime l’hanno descritta come “la visione – qui in effetti è sempre T–––š B––––k a parlare – di quelle immagini oniriche o preoniriche che ci appaiono come fotografie ma che sono talmente dense di dettagli, non solo materiali ma anche psicologici e narrativi, che spiegarne l’intero significato richiederebbe ore anzi giorni anzi anni, una cosa da ridursi a sputare sangue a furia di parlare, quasi fossero cattedrali o piramidi per i sacrifici umani, senza contare che l’immagine non ci rimane davanti come le cattedrali o i sacrifici umani, ma è già scomparsa nel momento in cui noi cerchiamo di descriverla, ed è a propria volta il risultato di un accumulo di descrizioni ovvero di “letture amputate” da cui l’immagine è scaturita come una scintilla dopo un lungo attrito, per cui i nostri tester in effetti prima di diciamo abbandonarci non sapevano più se stavano ripetendo parole che avevano “sentito” durante la “lettura amputata” o non piuttosto i dettagli dell’immagine apparsa (“accesa come un’insegna al neon”, così ha detto uno di loro, il che dà da pensare che anche la descrizione e chissà, sempre che il tester che attualmente la sta compilando regga fino alla fine, la mappatura di CittàNeon, insieme al dettaglio degli occhi di fango e della cresta d’uovo gigante, possa avere un’importanza decisiva per la futura cattura di NITA™), ma diciamo il succo era che sentivano ovvero sentivamo un autentico bisogno di catturare quell’immagine che già si stava affievolendo nella memoria, e sembrava quasi di poter toccare la loro[/nostra] disperazione mentre i dettagli si accumulavano inutilmente uno sull’altro (con i tester che crollavano sul foglio coperto di scritte, la grafia sempre più simile agli elettroencefalogrammi prodotti e decodificati durante il “gioco” dalle “macchine della verità” SCRIBA™) e non sapevano[-mo] più cosa fare per arrestare l’evaporazione dell’immagine, come un dissanguamento, una polaroid che si sviluppa al contrario, ovvero prima c’è l’immagine e poi, mano a mano che la osserviamo e ne troviamo i dettagli cercando disperatamente di raccoglierli come chi durante una bufera ha troppe cose da salvare, tutti quei preziosissimi e interessantissimi e fondamentali dettagli vengono irreparabilmente risucchiati, sprofondando come gigantesche ossa deformi nell’abisso della loro stessa, diciamo, alchimia.”

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Leone di fuoco nero nelle carni.

Lasciò andare la penna.

Il sole era nuovamente sorto e nuovamente tramontato, e fuori dalla finestra sospirando già tornavano la notte e le stelle.

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Anche in questa storia, Gianni Sherwood è preoccupato: la terapia degli occhi è talmente divertente che spesso Gianni Sherwood ha dei violenti crampi alla pancia per il troppo ridere. Ride “così tanto che lo stomaco mi si spacca in due”, così dice, e in effetti ultimamente capita di trovarlo in un angolo, in cortile o nel salone, a ridere con la bocca piena di sangue.

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S………..

…ììììììììììì…

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“Hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi!”

[continua l’11 gennaio]

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