لا شكرا La, shukran

Il Sahara è un suono sinuoso e caldo, un ricordo nella mia mente dolce e infinito. Sulla cima di una duna, di notte, si percepisce la serenità del mondo e il cielo nero pieno di stelle è una vertigine calma.

di in: Wunderkammern (0)

Seduta sul divano blu di casa, in una sera ventosa di maggio, mi sono ritrovata a guardare le ombre colorate che la lampada marocchina rifletteva sui muri bianchi.

La mia mente è tornata ai tempi dell’università, quando avevo più tempo, quando la vita scorreva normalmente tra un impegno e l’altro. Quando si poteva viaggiare.

Un anno indimenticabile, il 2020. Un anno in cui ho riscoperto i ricordi e la gioia di aver vissuto esperienze che hanno riempito il vuoto delle giornate.

Eccomi quindi persa nei colori da Mille e una notte della lampada marocchina. Ricordo bene la bottega in cui l’ho comprata. Un gentile signore dai baffi bianchi si era premurato di incartarla per bene. Ce n’erano mille in quella bella bottega, tutte artigianali, tutte con qualche piccola e preziosa imperfezione. Un tè alla menta caldo mi aveva finalmente convinto che questa era la lampada che avrebbe scaldato le mie sere sul divano di casa.

*

Il Marocco.

Fantasticavo sul Marocco da anni.

Continuavamo a rimandare il viaggio: la calura estiva non ci avrebbe permesso di andare nel deserto, la pioggia invernale avrebbe scurito quei cieli che ci immaginavamo così azzurri, la primavera invece, quella sì che sarebbe stata perfetta, dicono che ricopra le strade di tappeti di rose.

Ma era già fine settembre e i pomeriggi passati nella sezione viaggi della libreria, dove prima sostavamo svariate ore pianificando tutto nei minimi dettagli, iniziavano ad essere nient’altro che malinconici.

Sfogliavamo svogliati le guide, pensando che per l’ennesima volta la vita universitaria ci avrebbe inghiottiti.

Invece, due settimane dopo stavamo scervellandoci per capire che vestiti portare.

Era il 5 ottobre e non avevamo idea se avremmo avuto caldo o caldissimo e se di notte il Sahara ci avrebbe congelati.

Qualche maglietta, camicia, pantaloni leggeri, jeans, scarpe comode, golf ed eravamo pronti. Zaino in spalla.

Fès, Marrakech, le dune di Erg Chebbi e poi, forse, da qualche parte durante il viaggio la Città Blu, tra le montagne del Rif.

È stato il nostro primo viaggio in Africa, il primo fuori dall’Europa.

Il riad è all’interno della Medina di Fès, nascosto tra viuzze labirintiche, con una porta di legno scuro molto bassa che non siamo mai riusciti ad aprire al primo colpo.

La bellezza del riad, il cui nome deriva dall’arabo “giardino”, costruzione tutta rivolta verso il cortile o il giardino interno, è fresca: è blu, azzurra e verde. Piante e lampade colorate e un tè caldo alla menta che ci aspetta per darci il benvenuto.

Le guide dicono di perdersi, di lasciarsi guidare dal proprio naso.

“Seguite il profumo delle spezie”, a Fès non c’è profumo di spezie per i vicoli tortuosi della Medina.

C’è odore di sabbia, di carne, di pane, di cuoio, di zucchero caramellato.

Bab Boujloud apre la strada alla Medina, l’antica porta che accoglieva di blu i forestieri e li salutava di verde.

Lasciandosi alle spalle il verde, colore del Marocco, si diramano due strade, le uniche che sono in grado di ricordare con esattezza dove conducano. A destra i ristoranti, minuscole cucine scavate negli edifici, con qualche tavolino dalla tovaglia di carta cerata o di stoffa sgargiante. Avvicinandosi si scorge accanto a ciascuna una scala stretta e dai gradini bassi e da lì: le terrazze.

Succulente tajine, stufati di pollo alle prugne e mandorle tostate accompagnati da cuscus, ci ristorano, ristorano i piedi doloranti, le gambe stanche, la mente affollata da tutto quello che ci circonda.

Sempre accompagnate da tè alla menta caldo.

Fès, al calare della sera, si copre di blu profondo, illuminata dalle luci color ambra dei ristoranti non tace mai. I carretti trainati dagli asini continuano a vagare, uomini coperti da asciugamani sciabattano verso casa dopo essere stati negli hammam, alcuni ubriachi per strada vociano troppo forte, i ristoratori cercano di accaparrarsi più clienti possibili, e ora sì che tutto è pervaso dall’odore delle spezie.

Quella zona, di giorno, è coperta da ombre traforate.

Col naso all’insù ci si accorge che dai tetti delle case si protendono delle assi di legno intarsiato, per proteggere dal sole.

Prendendo invece la sinistra si entra nella zona dei suq, i mercati. Lo spaesamento inizia così, con un banchetto di zucchero caramellato accanto a delle gabbie di polli, con bambini saltanti che aspettano di mangiare una tajine di kefta, le polpette, e ancora accanto il macellaio che affetta carne sotto il sole.

È quasi nascosta, con un portone di legno, nero, intagliato, che passerebbe inosservato se non vi fosse un lento andirivieni di turisti.

È la Madrasa Bou Inania.

L’unica scuola coranica di Fès con un minareto, un rettangolo alto ed imponente, merlato di ceramiche verde acqua.

Una donna di mezza età pulisce una delle aule che si aprono sul cortile interno delle Madrasa. Sono chiuse agli occhi dei visitatori ma sbirciando un po’ scorgiamo che non sono molto ampie, sono spoglie e buie.

Nel centro si apre il cortile, le mattonelle bianche, illuminate dal sole cocente sono abbaglianti, conducono lo sguardo alla fontana per le abluzioni, ora spenta.

L’intero perimetro del cortile è percorso da meravigliosi intarsi geometrici in legno, introdotti da piastrelle bianche, nere, rosse, verdi, gialle.

È un caleidoscopio di colori e forme. Ora appaiono come stelle, ora, girando lo sguardo, quadrati, cerchi.

Superata la zona del cibo si entra in quella del cuoio.

Entrando in un suq di spezie ci ritroviamo, non capiamo bene come, sul terrazzo di un edificio e guardiamo la conceria sotto di noi.

Abbiamo tra le mani un rametto di menta fresca, ma non la annusiamo, l’odore acre, pungente è così particolare che sembra quasi un peccato nasconderlo. Dalla terrazza si vedono bene le vasche in cui le pelli vengono immerse, il liquido candido, misto di urina di mucca, calce, acqua e sale, le sbianca e le ammorbidisce.

Alcune vengono appese al sole, altre sono immerse in vasche colorate. Una tavolozza di acquerelli rossi, azzurri, verdi e una schiera di pelli di pecora, gialle di tintura è sistemata sulla terrazza accanto a noi.

È un giallo intenso e caldo: quell’odore acre è ormai scomparso alle nostre narici e non rimane che lasciare la menta appoggiata da qualche parte.

Basta uno sguardo incuriosito per scatenare la gara di chi riuscirà ad attrarre l’attenzione. La fretta è nemica della curiosità e anche della gentilezza.

Basta un sorriso per ritrovarsi in una zona sconosciuta, sulla collina che sovrasta la città e ammirare il paesaggio sotto il sole. Basta un gentile “la shukran”, no grazie, per ricevere, comunque, in dono un fischietto di legno di cedro.

Ed è sera tarda, la zona dei suq si spegne e si accendono i ristoranti invasi di profumi e musica tradizionale, l’unico che ancora lavora è un uomo da capelli bianchi, chino tra un cumulo di trucioli di legno. Lavora agli intarsi e sta creando una mano di Fatima.

Fès, nei miei ricordi, è color ocra, calda, caldissima, tortuosa, affollata, caotica, avvolgente, avviluppante e bellissima.

All’alba tutto è silenzioso, il cielo azzurro pallido illumina appena le strade e non c’è nessuno. Usciamo dalla Medina e poi anche dalle mura della città; ci ritroviamo in mezzo al traffico dei taxi e degli autobus, in un piazzale affollato, brulicante di venditori che caricano le loro merci su carretti trainati da asini, su apecar dai colori sgargianti.

La stazione degli autobus è già in attività da ore.

Mentre tutti fanno colazione, alcuni guardano con grande partecipazione una telenovela trasmessa alla televisione del bar al centro della stazione.

Quattro ore separano Chefchaouen da Fès, ore incerte su strade zigzaganti.

Chefchaouen è blu, è turchese, è azzurra, è celeste, è color acqua marina.

Arrivando alla Città Blu non si percepisce subito di essere circondati dal colore del mare: la stazione degli autobus si trova nella parte nuova della città, nella vallata, mentre la città vecchia si estende verso la montagna.

L’autobus ci lascia in un piazzale nella parte nuova, dove di blu non c’è ancora nulla, solo un murales che ritrae la vita cittadina.

Immergersi. Immergersi è il modo migliore per descrivere le passeggiate nei vicoli.

Fatta di saliscendi, Chefchouen è piena di pertugi blu profondo, di arcate celesti, di scorci turchese sgargiante, di piazze assolate e di hammam nascosti, di microscopici gattini miagolanti e desiderosi di qualche carezza, di asini che trasportano tappeti bianchi e beige, di tè alla menta ustionanti e di mattonelle andaluse.

È diversa dal resto del Marocco, è serafica, fresca, si è circondati da una quiete quasi irreale.

È un fondale marino di pietra.

È ormai tarda sera e siamo ancora in viaggio verso Fès, alle nostre spalle le montagne del Rif e davanti a noi una stazione di benzina con un baracchino che prepara sul momento panini imbottiti di carne macinata, speziata con cumino, cipolle e coriandolo fresco. Una piccola folla è già in coda.

La Medina è il cuore pulsante della città, è la parte storica, antica, dove la vita sembra essere rimasta invariata, è quella fascinosa, quella dei turisti, e quella povera.

Pensando di farci un piacere l’autista del pullman ci fa scendere, ormai a notte inoltrata, al di fuori della Medina, nel quartiere ricco ed occidentale della città. Così diverso dal fascino della Medina che non riconosciamo la stessa città che avevamo lasciato al mattino.

Non trovando taxi né autobus, ci lasciamo convincere e saliamo sul retro di un’apecar, agghindata con sonagli e campanelle, che ci riporta, tintinnante e spericolata, verso il riad.

Ci attendevano nove ore di treno per arrivare a Marrakech. Un itinerario eterno, una moderna carovana che collega città e paesi, che raccoglie lavoratori e ben pochi turisti. Siamo i soli occidentali e gli sguardi curiosi e scrutatori ci seguono fino all’arrivo.

Marrakech non è Fès, eppure ne ricalca la bellezza disordinata dei vicoli labirintici. Il caos di profumi sembra essersi placato ed ora sì che possiamo lasciarci guidare dal nostro naso.

Coriandolo, noce moscata e cumino si uniscono al profumo di tè alla menta che proviene dai locali affacciati sulla Place des Épices.

Una signora insistente vuole a tutti i costi farmi un tatuaggio all’henné e non accetta un “la, shukran” come risposta.

Ci attende una harira, la zuppa, e un bicchiere di acqua e limone.

Marrakech ha il sapore di menta e cannella. Caotica nel labirinto di vie che portano a bar, suq, ristoranti, piazze e giardini verdi. Alla sera, sulla terrazza del nostro riad possiamo stenderci tra lampade di vetro colorato e lasciarci incantare dalla preghiera serale. Una favola ignota.

Il deserto è un sospiro caldo che entra nel petto e ne esce lasciando un brivido.

È una distesa di sabbia rossa, arancione, gialla che scivola tra le dita dei piedi, fine e soffice, impercettibile ed invadente entra negli occhi, tra i capelli, sotto le unghie.

Avvolge come un vortice e, quando si acquieta, quello che rimane è solo dune e silenzio.

Si muove di nascosto, ogni granello di sabbia si sposta ramingo, creando ombre, forme, altezze che mutano senza che ce ne si accorga.

Ci si innamora del Sahara, del suo contraddirsi.

Quieto eppure misterioso, immobile eppure mutevole, caldo eppure fresco.

È un innamoramento subitaneo, che cresce di entusiasmo quando i piedi nudi toccano il suolo, quando si carezza un dromedario e si scopre che il pelo è raso ma morbido, quando si vede la Via Lattea in tutto il suo chiarore.

Il Sahara è un suono sinuoso e caldo, un ricordo nella mia mente dolce e infinito. Sulla cima di una duna, di notte, si percepisce la serenità del mondo e il cielo nero pieno di stelle è una vertigine calma.

L’arabo è una lingua dura, gutturale e affascinante. “La, shukran”, no, grazie, è un suono che lascia un sorriso romantico sulle labbra di chi lo pronuncia e l’insistenza dei venditori ambulanti scompare davanti ad un suono che ricorda il sapore del caramello.

Una lampada di vetro opaco e metallo, un portafoglio di cuoio rosso con il profumo della strada polverosa, una mano intarsiata nel legno di cedro, un piccolo gioiello e il nero kohl, l’antimonio, per ricordare lo sguardo degli uomini del deserto.

Shukran.

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