«Avrei preferenza di no».
Quello che Gianni Celati ha ancora da dirci

di in: Inattualità (4)
Illustrazione di Grandville

Illustrazione di Grandville

Avrei voluto essere a Carpi e ascoltare la voce di Gianni Celati, quella voce da lui definita “neniosa”, il suo modo morbido ed esitante di parlare, che a me appare di estrema gentilezza. Avrei voluto esserci perché nel suo intervento, un intervento che sembra ad ogni parola cancellarsi (e del quale per fortuna posso leggere uno stralcio in una trascrizione pubblicata sotto il titolo «Vi do la buonanotte» in Zibaldoni e altre meraviglie), Celati lancia un messaggio che raramente accade di ascoltare, e che può generare una sensazione di grande sollievo in chi provi disturbo, se non addirittura disgusto, nei confronti dell’ansia di presenza da noi diffusa e contagiosa come una malattia. Ho pensato dunque, leggendo quell’intervento, che solo chi abbia a lungo viaggiato dentro di sé e nel proprio pensiero, nelle parole e nel pensiero di altri, in mondi vicini e in mondi distanti, può arrivare a negarsi, può scegliere l’assenza, può arrivare a pronunciare quello stesso “avrei preferenza di no”, I would prefer not to, risposta preferita dello scrivano Bartleby di Melville, da Celati tradotto in italiano. “Avrei preferenza di no”, ha detto Celati a Carpi: preferirei non essere qui, non più esserci, non avere fatto, non più fare…

Presa di posizione che, così come la frammentazione con cui in quell’incontro è stata esposta, mi è sembrata nota, suono di fondo di tutta la sua opera. E sono andata a rileggermi un breve scritto, Il desiderio infinito, comparso dieci anni fa su l’Unità e su Zibaldoni. E poi qualche passo di Conversazioni del vento volatore.

Nel primo, Celati scriveva: “La pubblicità ormai non ha più limite, la pubblicità – come posso dire – ha sostituito l’animo umano. La gente, al giorno d’oggi crede che la letteratura, parlare o fare letteratura sia fare pubblicità a qualcosa. La letteratura è muta, non fa pubblicità a niente, non serve a niente, la letteratura ci riafferma questo niente che siamo.[…] Questo è lo sfondo concreto, che voi potete vedere tutti i giorni, il fatto che si debba diventare imprenditori di noi stessi per fare pubblicità a noi stessi, tutti i momenti, altrimenti non c’è spazio per noi. Tutto Leopardi va letto non contro, ma su questo sfondo, per dire questo: Leopardi è ancora un nostro compagno di strada perché è un alieno rispetto a questo tipo di sfondo in cui siamo immersi, rispetto a questa assegnazione totale dei luoghi. Tutto è assegnato oggi, Leopardi, invece, è il poeta che dice delle parole che non sono assegnate a nessun luogo”. E citando poi un passo dello Zibaldone (“Tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione, della quale ogni uomo anche savio, ma più tranquillo, ed io stesso certamente in un’ora più quieta conoscerò, la vanità e l’irragionevolezza e l’immaginario. Misero me, è vano, è un nulla anche questo mio dolore, che in un certo tempo passerà e s’annullerà”), così continuava: “Leopardi ci riporta ad un tipo di pensiero dove non c’è più nessuna valutazione positiva per l’uomo cosiddetto soddisfatto, ma dove il grande attizzatoio di tutto quello che possiamo fare è la nostra mancanza, voglio dire la nostra povertà, il nostro dolore”.

Una ricerca, quella della mancanza, del vuoto, che può diventare la soluzione più auspicabile per attingere a ricchezze altrimenti precluse: “… Il deserto diventa sempre più il cammino da riprendere, la via da ritrovare, il silenzio da attraversare per poter ancora parlare con gli altri […] la via del silenzio, la celebrazione della piccola oasi, la scoperta di qualche traccia mitica baluginante, o accecante, o commovente, la presenza d’un fiore, d’un animale, d’un sasso, nell’indifferente deserto planetario…” (Conversazioni del vento volatore, p. 15).

Sono, quelli dell’intervento di Carpi, frammenti proposti così chissà se per enorme stanchezza oppure per un gioco furbesco e controllato (“temo che uno debba anche trovare in sé l’antica e fanciullesca vocazione del pagliaccio”, Conversazioni del vento volatore, p. 93). Oppure forse frammenti nati dalla constatazione che “il mondo sta diventando un altro mondo/ gli uomini stan diventando un’altra specie di uomini/ tra poco non riusciremo più a riconoscerci/ anche le parole cominciano a disfarsi/anche i sassi sono malati e si sgretolano” (discorso da fare ai defunti per informarli di cosa succede, villaggio di Diol Kadd, Senegal, luglio 2003, che Celati pone in esergo a Conversazioni del vento volatore).

4 commenti su “«Avrei preferenza di no».
Quello che Gianni Celati ha ancora da dirci

  1. Paola Splendore

    Lo stralcio di Celati, peccato sia così breve, le foto della sua fragilità, e il commento di barbara fiore mi hanno molto colpito. Quel testo riluttante mi è apparso non solo in perfetta sintonia con i discorsi di Celati ma una riflessione – o forse una performance? – acuta e dolorosa sulla saturazione di contenuti e di senso in cui siamo immersi e a cui sembra impossibile sottrarsi, pena l’ansia della scomparsa. Paola Splendore

  2. davide fischanger

    Ero a Carpi. Sottoscrivo ogni parola. Sulla pagina FB dei Lettori Selvaggi che gestisco con l’amico Gianluca Minotti, ho scritto un mese fa:

    “Un giorno i Lettori Selvaggi vi parleranno della serata del 4 ottobre 2014 a Carpi. Vi racconteranno, se sapranno trovare le parole, di quest’uomo balbettante e disorientato, del teatro della sua follia a volte glossolalica, a volte con scatti linguistici inesorabili e allo stesso tempo sospesi. Ieri sera Celati ha dato corpo alla condizione di irrapresentabilità immanente ad ogni essere. Condizione solitaria e carica di pena e buffa e solidale con l’erba del campo e l’ombra della siepe. Il Festival mondano (Morelli, Alberoni, Rumiz, Cavina, Prete, Cavazzoni, quelli che ho visto, che, pur con cifre diverse, si sforzano di corrispondere a un’idea di intellettuale o di scrittore socialmente condivisa e consumabile) ha dovuto fare i conti con l’irruzione di un mondo, con una divina impasse, con un sogno di parole aggrappate alle nubi, con una sorta di canto inudibile della progenie di Josephine, che si fa largo tra le angustie del supermarket del reale dove ogni storia può essere comprata e venduta. Un canto di macerie e di ortiche e di rugiade, prima del grande buio, prima della grande notte.”

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