Gioie d’autunno

di in: De libris (0)
VOLPI Pincio

Sono ormai alcuni decenni che si riflette sulla crisi della critica letteraria da volume e da giornale. Ciò all’interno del più vasto panorama entropico dei saperi umanistici e della perpetua contrazione della lettura in Italia. In particolare della cosiddetta critica militante di cui, nonostante molte ottime penne, si lamenta una perdita di autorevolezza e di capacità nell’orientare gusti e scelte del pubblico. In più il dilagare del libero opinionismo sulla rete, ristretto negli spazi e postprandiale negli sfoghi (ma anche eterodiretto editorialmente con finti comuni lettori), sembra aver aggravato la situazione. Un titolo significativo in quest’ambito è stato ben dieci anni fa Eutanasia della critica di Mario Lavagetto; efficace anche perché sottolineava quanto la critica stessa ci abbia messo del suo nell’affossarsi. Quanti pezzi divaganti ricamano attorno al libro che dovrebbero trattare senza mai entrare nel merito, senza quasi farne capire nulla al potenziale lettore, o quante esibizioni linguistiche da parte degli scrittori-recensori, che cozzano con il luogo comune secondo cui gli autori sono anche i migliori saggisti, vengono esibiti anche sui più prestigiosi supplementi letterari? Vediamo però un esito ulteriore, metamorfico, della critica di grado zero.

 

“Non so molto, in verità. So che s’intitola Il popolo di legno e che uscirà in ottobre. Ma Emanuele Trevi sarà uno dei protagonisti di Pordenonelegge. E forse qui s’inizierà a parlare del suo libro. Ha per protagonista un prete sui generis, detto il Topo, che vive in Calabria, ha una moglie, Rosa, e un amico, il Delinquente. È un predicatore che s’ispira a Pinocchio e, chissà, forse anche a Manganelli che sul burattino imbastì un libro parallelo. So che l’ha scritto una fra le più sbrigliate intelligenze della nazione. So che l’ha scritto Emanuele Trevi. Non è molto ma basta e avanza per gioire che l’autunno stia arrivando”.

 

Così Tommaso Pincio il 18 settembre 2015 sulle pagine di cultura de Il Venerdì de «La Repubblica». In primo luogo bisognerebbe definire lo statuto epistemologico di pezzi come questo, ormai frequenti su quotidiani e riviste. Li caratterizza lo spazio ridottissimo; il che farebbe pensare a una segnalazione, un trailer pubblicitario. D’altra parte portano in calce una firma (a volte anche illustre) ed assumono l’aria di microrecensioni. Il contesto non aiuta: possono trovarsi in inserti come Il Venerdì insieme ad articoli e rubriche d’altro, svariato genere, rivolti quindi ad un pubblico indifferenziato, ma anche in supplementi specializzati letti da aficionados (per esempio la seconda pagina di Tuttolibri de «La Stampa»). Eppure, nonostante questa falsa partenza, vale la pena di spremere quanto più possibile d’ermeneutica dal pezzo di Pincio che, nel genere non genere del talloncino critico, rappresenta un acme. Di sottile svelamento e/o clamorosa sfacciataggine. Al lettore è subito disinvoltamente premesso che lo scrivente non sa molto del libro, detto altrimenti non lo ha letto; ne conosce però il titolo e la prossima uscita (inserita anche sotto un’intestazione, prima della casa editrice e del prezzo). Segue un’informazione inessenziale, ma pur sempre promozionale, sul festival di Pordenone, e comunque all’insegna della vaghezza: “forse qui s’inizierà a parlare del suo libro”, il cui  protagonista s’ispira “forse” a Manganelli. Una stracchezza d’atteggiamento, snobistica e ciabattata insieme presiede alla comunicazione col lettore. Pincio non sa, ma si ringalluzzisce e con retorica pasoliniana ripete tre volte “so”, in bel climax laudatorio con perifrasi conclusa dal nome d’autore, “una fra le più sbrigliate intelligenze della nazione […] Emanuele Trevi”. E qui il lettore immagina irresistibilmente due vicini di casa che si scambiano ora mezzo litro di latte ora un paio d’uova, l’uno che telefona, e in mezzo alle chiacchiere accenna al fatto che sta scrivendo un nuovo libro con dentro un prete sui generis, e l’altro che poi se ne ricorda e ci scrive su quattro righette. “Non è molto”, chiude Pincio riprendendo l’attacco e riferendosi allo spazio costrittivo o, chi sa, alla vaghezza del suo scritto; il che ci riporta ancora al dubbio se trattasi di una cosciente presa di distanza dal genere al quale qualcuno l’avrà costretto oppure a impunitissima noncuranza. Certo fa un poco protendere la bilancia sul secondo piatto l’ultima battuta circa la “gioia” che, a fronte del cupo autunno avanzante, aspetta i lettori del libro di Trevi, così ben disposti dalla presente segnalazione. Tra essi ci sarà magari lo stesso Pincio.

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