Hortus conclusus

Giardino

Tocca stavolta ai pensionati che finalmente liberi e in piedi, dopo essere stati seduti in ufficio per decenni, prendono in affitto un ritaglio di terra in montagna e ci piantano le patate. Hanno aspettato per tutto l’inverno, il naso appiccicato alla finestra, e finalmente, quando arriva la primavera, senza nemmeno salutare salgono sull’utilitaria con tutto ciò che occorre, e via. Chini poi sulla terra, memori di quando erano ragazzini e vedevano fare i medesimi gesti ai loro familiari, selezionano i germogli, dissodano, seminano, ricoprono, innaffiano, concimano, poi si alzano, la schiena a pezzi, e aspettano. Aspetterebbero lì in piedi, appoggiati alla zappa, se la moglie a casa non protestasse e i figli preoccupati non cominciassero a bersagliarli di telefonate. Quando viene buio si rassegnano a tornare in città, si siedono a tavola, e vorrebbero raccontare quel che hanno fatto durante il giorno, ma a parole non suona bene quello che hanno fatto, tutto si impoverisce, anzi diventa una sequela di gesti insensati, e allora stanno zitti, mangiano e fingono di guardare la televisione, e intanto pensano all’indomani.

L’indomani, impazienti, smaniosi di andare a vedere le patate che ancora non ci sono, saltano giù dal letto prima dell’alba, entrano in auto senza aver fatto colazione, fingono di non sentire le proteste della moglie, e nemmeno si fermano ai semafori, nemmeno rallentano, perché le patate, le patate li aspettano.

Dopo qualche tempo, hanno l’emozione di vedere spuntare dei germogli, poi dei fiorellini, delle foglie. Si inteneriscono come padri, allora. Quando arrivano gli uccelli li scacciano a grandi manate, e se non bastano le manate urlano dietro bestemmie, lanciano sassi. Se si avvicinano gli insetti è lo stesso: grandi gesti da matti, imprecazioni che mai avrebbero usato al lavoro, con i colleghi, nemmeno nei momenti più sciolti, e che non sapevano nemmeno di poter pronunciare. E l’angoscia improvvisa, schiantante, quando pensano ai predatori sotterranei, alle talpe, ai grilli-talpe, a tutto ciò che avanza nella terra e sottoterra riesce a orientarsi e adora le patate? E lo sgomento, il senso di pericolo incontenibile quando, nello zappettare con prudenza accanto a una pianta, scoprono che la terra pullula di larve grasse e bianche, che abbracciano i tuberi come si abbraccia una madre, e rosicchiano e succhiano con accanimento?

 

Arriva il momento della raccolta: qui tutta la famiglia è invitata, d’imperio, a tirar su le patate. Sono stati convocati i figli, i nipoti, pure qualche parente di secondo o terzo grado, e vengono tutti, non perché amino le patate, ma perché sono preoccupati per il declino mentale del raccoglitore che già agita le zappe e dà ordini come se non avesse fatto altro nella vita che raccogliere patate. Ed eccole, le patate, dunque: alla resa dei conti sono circa la metà di quello che è stato messo giù mesi prima, e hanno l’aria stentata, timida, prematura, e al tatto risultano già mollicce. Ma per lui sono bellissime, sono tante, saranno una delizia in tavola, e ci sarà anche di che ripiantare l’anno prossimo. Come i giocatori compulsivi del lotto, non vede la perdita, gli sfuggono le proporzioni tra il dare e l’avere: vive quel momento come una vincita, anzi una vittoria su se stesso e i propri limiti, sugli anni d’ufficio passati a battere a macchina, sul rimorso di non essere mai stato all’altezza delle speranze dei vecchi genitori. Ora sì, con tutte quelle patate nei sacchetti, ora sì che tutto torna a posto, si riequilibrano i rapporti tra le cose, ci si riconcilia con il passato, con le proprie radici vere o presunte.

 

Ma più dei campi di patate dei pensionati degli uffici mi fanno impazzire gli orti abusivi di altri pensionati. Vengono su ovunque, in città, a ridosso di ogni cosa, anche in mezzo a incroci pericolosi, al di là dei cavalcavia, in strisce di terra in cui non si potrebbe stare che su un piede solo, su erte da cui rotolerebbe ogni cosa, figuriamoci un pomodoro, nei terreni abbandonati lungo fiumi e canali, anche canali di scolo. Perfino là dove non sapresti come tirar su un filare per i fagiolini, quegli uomini pazienti riescono a farlo, e di filari ce ne fanno stare due. Poi erigono baracche che il vento devasta ogni settimana e che loro, ogni settimana, riedificano, sempre un po’ peggio, con gli stessi materiali di scarto: pezzi di vecchi mobili, lettiere, lamiere storte, prezzari di gelati. Non si sa come, riescono anche a piazzare lì, da qualche parte, in bilico sul nulla, o ad altezza dei tubi di scappamento dei tir, una panchetta, delle vecchie sedie di fòrmica o di plastica, su cui si schiantano disfatti dalla fatica dopo aver passato ore in posture assurde per badare alla verdura, vezzeggiare i cuori di bue o gli insalatari, tenere su di morale i piattoni o i pisellini, incoraggiare le verze e le zucchine trombetta. Con il tempo, quegli orti diventano emblemi perfetti di natura in costante disfacimento, in un circuito perenne di nascita e putrefazione, che certo ricorderà ai più colti o ai liceali meno distratti la souffrance del giardino leopardiano. Le foglie marcite diventano nutrimento delle nuove piante, il puzzo del vecchio e del putrido si mescola con l’aroma del frutto giovane – e con il fumo delle auto che sfrecciano lì vicino sollevando polvere. Talvolta, se ci si passa accanto e si presta attenzione, nei rari momenti di calma del traffico, si percepiscono voci: sono i pensionati che parlano alle loro piante, le incoraggiano, le premiano, le eleggono a confidenti – avrà un bel lamentarsi, la sera, la moglie, a casa, che il loro marito non parla mai, sta sempre con il muso lungo: lui ha già esaurito con le piante tutti gli argomenti di conversazione.

Oltre alle voci umane, se si sta un po’ attenti, da quelle enclaves di rottami provengono anche altri versi: galline, per lo più, qualche oca sempre un po’ su di giri, o vecchi cani che in casa non vuole più nessuno e vengono legati lì, a fare la guardia a quel ciclo di compostaggio. C’è vita, concentrata lì dentro, in quegli spazi esigui, nascosta da rottami e frasche e vecchi materassi pieni di macchie: e litiga, difende i suoi spazi, protesta contro il fracasso che viene dalla strada.

Ogni tanto il fiume esonda e porta via tutto di quegli orti in bilico sulla riva, piante, bestie e rottami; ogni tanto un’automobile sbaglia e si schianta dentro uno di quegli altri orti al confine di una strada ad alta velocità, e allora spiana tutto, se il pensionato è dentro a zappettare spiana anche lui; ogni tanto un treno regionale esce dai binari e rotola sugli orti che seguono la ferrovia, travolgendo ogni cosa, creando una lunga insalata di verdura metallo legno e carne. Fa parte del gioco, si direbbe. Il giorno dopo, il pensionato, se non è stato travolto anche lui nell’incidente, va sul luogo del disastro, ringhia una bestemmia delle sue, poi ricomincia a tirar su un filare, poi una parete di capanna, recupera una mezza sedia, con qualche colpo di martello la adatta a un’altra mezza sedia, e a quel punto si siede, accende la radiolina, cerca una canzonetta spiritosa, prende fiato e riprende la ricostruzione, sempre un po’ peggio di prima. È solo il primo: altri pensionati attorno a lui stanno compiendo gli stessi gesti, da formiche, gesti che sicuramente non hanno imparato da nessuno, che sono iscritti nel loro corredo genetico, e a cui non saprebbero opporsi.

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