Presiden arsitek/ 12

di in: Presiden arsitek (0)
PA 12 - Inizio

a Massimo Rizzante

 

 

“Preghiamo insieme e diciamo: Proteggici da ciò che non esiste.”

 

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MILOS: Come un movimento di pendolo talmente lento e vasto che talvolta lo diresti un’allucinazione, come quando fissando il cielo credi le stelle avvicinarsi e farsi sempre più tenere e implacabili.

 

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Quando infine lo portarono in carcere, rimase lì seduto nella cella, stanco e affranto come un burattino svuotato della mano che faceva le veci dell’anima. Vennero i poliziotti, gli avvocati, i secondini e i giudici e non venne nessun nemico e nessun amico; lui si metteva le mani contro la faccia per non vederli ma le sue mani erano trasparenti e le facce di tutti quegli uomini in cui non c’erano né amici né nemici continuavano a tormentarlo anche quando serrava le palpebre e fu così che capì di essere diventato trasparente come Gianni detto Gianni prima di morire, e che questa era la sua punizione per averlo ucciso. Ma prima di morire anche lui, voleva raccontare a tutti quello che era successo, e chiese una penna ma non gliela diedero. Gli diedero un registratore e molte cassette. Era da tanto tempo che non vedeva delle musicassette. Il registratore ripeteva esattamente tutto quello che lui diceva. Lui disse, “Quando avrò finito, vi raccomando molto caldamente di consegnare personalmente e caldamente a Dio questi nastri”, e i secondini promisero e giurarono che così avrebbero fatto. L’uomo scartò la prima cassetta, la infilò nel registratore e la storia incominciò: “Un giorno, mentre era seduto al tavolino di un bar sulle rive del lago di Garda, un uomo venne avvicinato da un idiota che lo sfidò a una partita a

 

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DON GIORGIO GIORGIO: (Mostra ai fedeli una vecchia musicassetta) Oggi si vive in un perpetuo romanzo di fantascienza, anzi in un romanzo di obsolescienza; sì, obsolescienza, con la i. Ciò che esiste veramente è solo ciò che sta per arrivare, ciò che ancora non c’è: tutto ciò che c’è è già un ricordo, qualcosa che appartiene al passato e alla poesia. Così la poesia è letteralmente dappertutto, dato che dappertutto ciò che vediamo non è che un ricordo. La poesia è dappertutto ma questo non è un invito a uscire di qui con gli occhi pieni di bovino stupore estatico di fronte all’infinita intollerabile bellezza del mondo. Non è questo che fanno i fedeli. Non almeno i miei fedeli. (Pausa. Lungo sguardo sui fedeli.). I miei fedeli. Ma che sto dicendo. Vi chiedo perdono. Vi chiedo perdono…

 

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CARLOS ADRA: In un tempo vagamente futuro in cui le videocassette non si sa più cosa siano. Ora la fantascienza è il passato, ovvero: più una cosa è avveniristica, più ci riesce famigliare; più antico un oggetto, invece, più misterioso e futuribile il suo funzionamento. Così dovunque ti rigiri non c’è che futuro. Passato e presente fusi nel futuro così come nello stato d’eccezione l’esecutivo fagocita tutti gli altri poteri: perché l’esecutivo è l’unico reale potere, e il futuro l’unico tempo reale.

 

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VALMARANA: “…anche dopo che sono morti, il sangue degli esemplari trattati con la Plastilina Parlante rimane incredibilmente fluido. Questo deve avere un significato. (Scatta in piedi. Cammina su e giù. Borbotta e inizia a sorridere, a fare sì con la testa. Si risiede. Rivolto all’uomo mascherato) Sei in casa?… (Aspetta un poco, il sorriso morente; poi, molto forte e con rabbia) Sei in casa?… (Tra sé) Coglione… (Si rialza e ricomincia a camminare avanti e indietro borbottando. Ad un certo punto si ferma, punta i pugni contro il tavolo e inizia a parlare a voce più alta, come davanti ad un uditorio immaginario.) Signore e signori, come lor tutti sapranno, io svolsi la mansione di chirurgo sul campo durante il memorabile assedio alla città di… (Si blocca; riprende a camminare su e giù; osserva gli oggetti sul tavolo e l’uomo mascherato.) La città di… L’assedio… il memorabile assedio… I soldati piangevano, come bambini, come bambini intrappolati dentro uno schedario… (Scuote la testa.) Sì, quando sono chiusi tutti insieme… Sì… Erano i genitori a portarli da me, io certo non mi sarei mai permesso… Io ecco, me li portavano e io li prendevo per mano e li portavo di là… Devi essere fiero di tua madre e di tuo padre, dicevo, guardali… guardali, ecco… ecco, loro due sono degli eroi sai, degli eroi… E i genitori erano quasi sempre persone molto ricche, persone talmente ricche da essere diventate schizofreniche… Dei pupazzi a molla… Restavano per un po’ a guardare il cortile dove passeggiavano altri genitori come loro… Non so perché tutti si fermassero a passeggiare nel cortile, ma da come camminavano si capiva benissimo che erano impazziti, schizofrenici, impazziti per il denaro… Non so perché rimanessero a passeggiare su e giù per il cortile come galline drogate, i loro figli erano già stati portati via, eppure erano pochissimi ad andarsene senza aver fatto almeno un giro del cortile, e nemmeno si mettevano a guardare le mura o le torrette di guardia, o le vasche o le fornaci, niente… Proprio come galline avvelenate, tanto che a volte quasi mi aspettavo di vederne cadere uno o due a terra, stecchiti, oppure che andassero a sbattere contro uno dei muri di cinta, da tanto sembravano pupazzi caricati a molla… Così, avanti e indietro, come una sala da ballo catatonica…”

 

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“So, don’t you know Quando quando quando?”

 

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Bovino stupore poetico.

 

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Sdraiato con la bocca piena di sangue, viene come sorpreso dall’occhio di bue vagolante. Non si capisce bene se è davvero allarmato, è l’allarme di un felino cui sia stato sfondato il cranio con una biglia di ferro, e che sembra avere come estremo scopo solo quello di brancolare verso una morte solitaria nel modo più dignitoso possibile. Brancica il pavimento con movimenti da zanzarone, tanto che verrebbe voglia di farlo a pezzi una volta per tutte calpestandolo.

 

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Terminava il mese di agosto, il sole era accecante e la frutta si spaccava sui rami.

La gente usciva per le strade e la tragedia divenne in breve uno degli argomenti favoriti di conversazione, ovvero il soggetto favorito di giornali e rotocalchi, posto che il novanta per cento della conversazione non è che un’eco di rotocalchi di varia ispirazione e età. La morte di Marjo (sic) Salvati, che per il modo singolarissimo in cui era avvenuta sembrava diversa da tutte le altre, fu sviscerata con la più varia fantasia, e praticamente non c’era ora della giornata in cui da qualche parte non venisse più o meno alla luce un qualche nuovo tentativo di risolvere quello che quasi subito venne battezzato “il caso del sosia”.

 

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(Estratto dalla serie di interrogatori informali a T***š B***k svoltisi a latere del processo intentato contro lo stesso dai familiari delle vittime del videogioco NITA™; l’estratto è da considerarsi stralciato in toto dal processo, in quanto i presenti interrogatori sono stati eseguiti da un’Autorità estranea)

“T***š B***k dichiara di aver lavorato in gioventù come anestesista in uno dei primi film (un cortometraggio) di Carlos Adra. “Ho iniziato come ragazzo delle fotocopie”, celia T***š B***k citando uno dei più triti cliché del cinema porno. Il corto in questione è anche uno dei rarissimi documenti video che ritraggano il giovane T***š B***k – rarissimo, naturalmente, anche in quanto prodotto di per sé estrema-nonché necessaria-mente arduo da reperire, il suo mercato non potendo essere altro che quello clandestino e la sua clientela non potendo che essere, da un certo se si vuole distorto punto di vista, sceltissima. L’apparizione di T***š B***k è dal fotogramma (illeggibile) al fotogramma (idem); in tutta la brevissima sequenza lui è sullo sfondo, accanto al carrello con le siringhe disposte in bell’ordine – T***š B***k ricorda che, naturalmente, solo una delle siringhe conteneva l’anestetico, mentre tutte le altre erano fasulle: “Mi ci è voluto non poco sangue freddo, in mezzo a tutto quel trambusto, per tenere a mente qual era la siringa giusta. Traballava tutto, come un terremoto, non stavano fermi un attimo, e le siringhe non facevano che tremolare sul tavolino, mi sembrava di essere in uno di quei giochi truffa da metropolitana o autogrill in cui bisogna tenere d’occhio qual è la carta con la donna di picche. E anche quando poi le acque si sono diciamo calmate, e hanno trascinato nella stanza – che grazie al lavoro degli scenografi sembrava una sorta di incrocio tra una sala operatoria e un boudoir – la protagonista, mi è stato impossibile non distogliere di quando in quando lo sguardo dalle siringhe, con tutto il fracasso che faceva, mai sentita una voce così potente – può sembrare una sciocchezza, ma è sufficiente distogliere un attimo lo sguardo — del resto la cosa è stata provvidenziale, perché è stato in quel momento che ho iniziato a interessarmi ai problemi legati alla mnemotecnica e alla memoria in generale — e insomma anche se sai perfettamente, dato che sei stato tu a sistemarla, che la siringa diciamo incriminata è la terza partendo da sinistra, ecco, come dicevo basta voltarsi un attimo, la protagonista che strilla come un’ossessa, il riflesso dei fari sulle sbarre del letto di ferro (seguono alcuni dettagli, che si è deciso di non infliggere agli Uffici competenti, che rendono conto dei piccoli accorgimenti scenografici per fare in modo che il letto di ferro sembrasse sia quello di un boudoir che quello di una sala operatoria), il rumore delle catene e delle lame quando vengono mostrate alla protagonista che naturalmente a quel punto raggiunge uno degli apici di sconvolgimento, preludio al climax finale, una cosa cui Adra teneva molto e che non mancava mai di affascinarlo, questo crescendo, che io in effetti trovo al contrario monotono, ma sarà perché sono uno scienziato e non un artista, la noia non è meno soggettiva della bellezza, e dietro tutto questo per l’appunto il senhor Adra, tesissimo, una pellicola di sudore appiccicaticcio e freddo sulla fronte, quasi incastrato nel seggiolone come un neonato di cera, posseduto in quella specie di concentrazione telepatica ovvero velleitariamente tale che ogni regista invoca quando i suoi attori stanno improvvisando – persino dei tipi come voi arriveranno a capire che è fatale che per un prodotto del genere gran parte del girato, in particolare per quanto riguarda le scene con la protagonista, debba essere eseguito all’impronta, anche se naturalmente il contesto diciamo sociale è alquanto lontano da quello della commedia nell’arte, almeno per quanto ne so io – il senhor Adra che bisbiglia…”

(…continua)

 

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In un tempo vagamente futuro.

 

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VALMARANA: “…tutto per via dei soldi, talmente tanti soldi che il loro cervello come dire collassava su sé stesso, e a vederli così io a volte non mi tenevo e andavo a prenderne uno sottobraccio, così, per indicargli dove si trovavano i vari laboratori e nello stesso tempo guidarlo pian piano verso l’uscita… venga signore, venga, guardi… ecco, lì c’è l’ala dei trattamenti, lì le camere, lì i laboratori, lì la sala dei ferri, lì le cisterne con le pomate, vede? Tutto disposto per ottenere il massimo risultato il più rapidamente possibile, sì. In tedesco “scoiattolo” si dice “Bergkatze”, gatto di montagna. (Scuote la testa.) Nàh!… (Con entusiasmo improvviso e crescente) Polacchi! Tutti polacchi. I migliori domatori d’Europa, anzi, del mondo. (Impugna un panino come fosse un manico di frusta; all’uomo mascherato) Guarda qua, questo è il modo giusto per tenere la frusta. Osserva la geometria reciproca di gambe e braccia, di gomiti e ginocchia. Guarda. Le braccia come serpenti, capisci? Come fruste dotate di vita propria. Facciamo un esempio; immagina: una fila di pantere grandi come tarantole, i peli urticanti, che vomitano filo bianco come le processionarie. Lì, ecco, lì. Tu che fai? Eh? Che fai? Prendi la tua frusta, così, impugnatura polacca, e… ZAC! (Mimando i movimenti con scatti ortogonali e maldestri finisce per schizzare di maionese l’uomo mascherato. Si blocca. Si ricompone.)

 

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Erano pochi quelli che si erano lasciati convincere dalla versione data dai tre al commissario e più tardi davanti al pubblico ministero, e questo anche perché, come era prevedibile, durante gli interrogatori non era risultato affatto chiaro di chi fosse la responsabilità di aver ideato lo scherzo: Luigi e Clara sostenevano che l’idea era stata di Giacomo, il quale, tuttavia, ribatteva che, al momento di fare il proprio ingresso in casa di Marjo Salvati, aveva da parte propria del tutto rinunciato alla burla, e che era stata Clara ad insistere per porla in atto. Questo gioco di reciproche accuse stava mettendo in cattiva luce il terzetto, ma la persona che all’inizio ci rimise di più fu Giacomo Tomasi, contro il quale Clara e Luigi strinsero una specie di alleanza, sentendosi traditi dalle sue dichiarazioni: e in effetti, sebbene la versione di Giacomo rispecchiasse in qualche modo ciò che era successo, c’è da credere che la veemenza con cui venne portata avanti, non solo in sede processuale ma anche sulle testate dei quotidiani, fosse dettata più dalla paura della giustizia, che dal senso della verità.

 

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CARLOS ADRA: (Viene fatta grazia al lettore delle prolisse citazioni da Baudelaire, Cioran e, udite udite, Jacovitti, delle quali l’anonimo, come tutti i recensori di Adra, ha infarcito il testo, forse a esorcizzare, di nuovo e ça va sans dire come tutti i r.d.A., la parte di sé che da Adra è attratta; ma qui, il lettore ne sia – benché tardivamente – avvisato, qui si tenta il sistematico disinnesco di ogni esorcismo — qualunque cosa qui significhi, “qui”…) Viene fuori che il primo gradino verso la liberazione dalla commedia è attraverso la commedia stessa. Dietro la maschera si può avere l’espressione che più ci piace, con la certezza che nessuno la vedrà. All’inizio, ciò potrà apparire una condanna, una prigione prêt-à-porter, poi come una forma, sia pure barocca, di libertà, e infine come lo specchio della nostra miseria –  la miseria del teschio, il nostro volto più autentico, quello che va nascosto, sepolto nella carne, altrettanto immobile che una maschera, il vero e proprio pudendum. Il massimo della pornografia è dunque la scarnificazione, la macelleria umana. Marsia Productions. Si cerca sempre la recita, sempre l’applauso, sempre la sopraffazione – spostare il più possibile tutto ciò su un fantoccio, far sparire se stessi arrampicandosi come ragni su per i fili della marionetta, osservare il fantoccio e i suoi contorcimenti, tenere in mano la propria pelle – oppure fingere di essere un fantoccio: chi sopporterebbe davvero questo estremismo del λάθε βιώσας? Nasconditi vivendo, nasconditi quando vivi – chi potrebbe portare fino in fondo questa pratica, senza lasciare il benché minimo segnale, nemmeno un goccia di piscio contro un qualche albero, una minima esca al ricordo, alla commozione, al plauso altrui? Sarà poi vero che l’applauso è nato come rumore per coprire le grida delle vittime durante i sacrifici umani? Il più autentico e praticato viaggio nel tempo è nell’invenzione di passati remoti. Perché l’applauso ci dà tanto piacere? Siamo vittime che non vengono sgozzate o sacerdoti carnefici? Battere una mano davanti all’animale per imporgli silenzio? Per svegliarlo? Piscio sugli alberi. Il fatto stesso che io, qui, ora, parli di tutto ciò, non è forse una prova certa che quell’esca da tempo ormai immemorabile era già stata gettata, e io sono solo l’ultimo pesce ad aver abboccato quando ormai la punta dell’amo balena attraverso il corpo del verme rinsecchito?

 

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VALMARANA: “Signore e signori, gli oggetti che vedete qui davanti sono stati, durante gli ultimi sei anni, i miei strumenti di navigazione, le mie bussole e i miei sestanti per esplorare i corpi di tutti q—… gli strumenti con i quali io, capitano… ho sedato la rivolta dei marinai… (Scuote la testa.) Gatto di montagna. Montagna di gatti. (Scuote la testa.) Signore e signori, il mio studio sull’anatomia dei felini è solo una delle tappe di un percorso che forse sfocerà in una nuova metamorfosi… (Scuote la testa.) Signore e signori… Signore e signori… questi ferri… l’assedio… l’anatomia… ero chirurgo sul campo… una mansione difficile… molto sangue… sì signora, delle immagini orribili, scene che solo a descriverle… ed è per questo che io oggi devo cercare di mantenere… di calmare… volevo dire, di, di… placare… no… di… accomodare, ecco sì, accomodare le cose in modo che voi possiate, laddove vogliate usarmi la gentilezza… la squisitezza… il buon garbo… (All’uomo mascherato) anagrammare è lo stesso che vivisezionare, o forse viceversa? Non ricordo più…”

 

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Il sospetto del pubblico venne ben presto conteso tra i vari centri d’informazione, che erano dell’indole più varia, e fu sufficiente, per esempio, fare una serie di considerazioni nei riguardi della signora Malcovati e dei suoi rapporti con Luigi Decor, perché la donna si ritrovasse proprio malgrado avvolta in una rete di sospetti da cui in seguito per lei sarebbe stato difficilissimo liberarsi, perfino presso gli amici che aveva creduto più fidati. Era accaduto infatti che, forse anche a causa dell’angoscia condivisa per quel processo che a loro doveva apparire un assurdo incubo, Luigi e Clara si erano innamorati, e ancora in stato di fermo avevano annunciato il loro fidanzamento, notizia che aveva subito attirato sulla donna le antipatie della gente (e ancor maggior biasimo sarebbe venuto a Clara quando, molto tempo dopo la conclusione del processo, pubblicò per un’importante casa editrice un libro in cui veniva raccontata la tragedia dal suo punto di vista, libro che, nonostante il disprezzo per la donna che aveva osato trarre profitto da una tale disgrazia, ebbe un buon successo).

I mezzi d’informazione si avvicendavano per tenere vivo il mistero riguardo al caso del sosia, proponendo ogni volta ipotesi nuove e differenti da quelle che le avevano precedute, e ogni volta dando per scontato “che le cose non potevano essere andate nel modo tanto stupido descritto dai tre implicati”; c’era anche chi sosteneva che al contrario i fatti, grosso modo, non importa chi fosse poi il vero responsabile, potevano benissimo essere andati come avevano affermato i tre: ma a crederlo erano in pochi, e nel rumore assordante delle voci diverse, chi affermava di credere nella sostanza delle dichiarazioni dei tre aveva in fondo la funzione di confondere ancora di più le idee del pubblico. Il fatto era che non solo i tre si erano scambiati quelle accuse l’un l’altro, ma le loro versioni dell’accaduto differivano su diversi punti, che, di volta in volta, a seconda di chi commentava la vicenda, apparivano insignificanti o essenziali. Non si era riusciti a capire, per esempio, chi fosse entrato per primo in casa di Marjo Salvati quella mattina, se prima Luigi o prima Giacomo; né era del tutto chiaro dove si trovasse Marjo Salvati al momento dell’ingresso dei due uomini in casa sua: ciascuno dei tre ricordava la cosa a modo proprio, e questa non sarebbe la prova definitiva per dimostrare che i tre stavano mentendo? In verità, non solo tutti i dettagli discordanti nelle dichiarazioni di Luigi, di Giacomo e di Clara, ma anche il semplice interesse del pubblico stavano rendendo la vicenda ogni giorno più sinistra e misteriosa di quanto già non fosse.

 

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(Segue, in stralcio dal processo stesso (v. supra), l’estratto dalla serie di interrogatori informali a T***š B***k svoltisi a latere del atti processo intentato contro lo stesso dai familiari delle vittime del videogioco NITA™)

“…il senhor Adra che bisbiglia i suoi ordini agli attori dentro un megafono, e la si direbbe tra l’altro una cosa contraddittoria, bisbigliare dentro un megafono, una cosa persino un po’ idiota, eppure ricordo che era molto efficace, anche dopo che la protagonista aveva raggiunto un autentico parossismo di decibel e di strida ininterrotte, di una tonalità pressoché preistorica, giurassica, solo un gigantesco antenato dei rettili e degli uccelli avrebbe potuto lanciare grida di quel tipo, nelle quali il terrore era così perfettamente mescolato con la ferocia, ecco, se il senhor Adra passerà alla storia sarà per aver provocato e catturato quelle strida, noi saremo diventati polvere e quelle strida verranno ancora ascoltate, naturalmente solo da un’élite sceltissima di padiglioni auricolari e forse il motivo è che queste strida erano già state lanciate prima ancora che il primo più remoto antenato dell’uomo facesse la sua comparsa sulla Terra, ma comunque quel che volevo dire era che al di là delle strida era ancora possibile sentire il bisbiglio del senhor Adra dentro il megafono, come il movimento di un animale nascosto ma vicinissimo, forse sotto il letto nel quale dormiamo da bambini – un bisbiglio che si può avvertire facendo attenzione, anche nel corto, nei momenti in cui la protagonista riprende fiato tra uno strido e l’altro, un bisbiglio che ogni volta mi faceva venire in mente le registrazioni di Glenn Gould con quel canticchiare e quella sedia che gli cigolava sotto le chiappe, intendo naturalmente le chiappe di Glenn — ed era ben strano, così pensavo, questo riprendere il fiato e poi ricominciare con le strida, proprio come gli uccelli, i cigolii rabbiosi degli uccelli — di certo da lontano quelle strida dovevano sembrare un cigolio da sottoterra, come se le rotelle e le molle che muovono il mondo si fossero arrugginite, ecco, un cigolio ovattato, ma non so perché il fatto di riprendere fiato e poi ricominciare con le strida mi sembrasse così strano, comunque era in quei momenti che per un attimo, anche nel video, ma dubito molto che voi ne abbiate una copia, si può sentire la voce del senhor Adra che dà le indicazioni alle pochissime – ma pur sempre sin troppo numerose, tutto considerato – persone impegnate nelle realizzazione della scena, indicazioni che ogni volta venivano colte esattamente e unicamente dalla persona cui erano rivolte e che per tutti gli altri erano solo brusii indistinti come le chiappe cioè i dischi di Glenn Gould, sì, l’ho già detto, e per quanto aberrante possa apparire un paragone del genere — pensavo tutto questo e, una volta rigirati gli occhi sulle sei siringhe in fila sul carrello, non ero più certo se la siringa con l’anestetico fosse la terza da sinistra o da destra – o meglio lo sapevo, ma nell’attimo in cui avevano trascinato dentro la protagonista e avevo sentito i suoi stridi, ne avevo perso come si dice la certezza. Scusate qual era la domanda?”

 

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Il fatto che la vittima e uno dei sospettati fossero due sosia, poi, aveva sciolto del tutto la briglia alle fantasticherie della gente. Tra coloro che avevano avanzato le ipotesi più ardite c’era chi, come il portinaio nel giorno in cui i tre erano stati arrestati, sosteneva che Luigi Decor non era affatto Luigi Decor, ma Marjo Salvati, e che l’uomo aveva architettato una complicata messinscena per liberarsi di uno sconosciuto che forse lo ricattava. Sebbene questa tesi presentasse molti punti deboli, primo tra i quali il fatto che i controlli effettuati dalla polizia avevano rivelato che Luigi Decor era effettivamente Luigi Decor, i suoi fautori non si erano rassegnati: la raccapricciante circostanza che il cadavere avesse il volto completamente distrutto e reso irriconoscibile a causa della caduta, e d’altro canto il fatto che le foto di Luigi Decor e Marjo Salvati pubblicate sui giornali sembravano scattate alla stessa persona, aveva scatenato una ridda di elucubrazioni, e c’era anche  chi insinuava che il cadavere non fosse affatto un sosia dell’uomo, fosse o non fosse Luigi Decor, e che l’idea del sosia fosse stata architettata a bella posta per depistare gli inquirenti. Su questa linea di ipotesi, venne proposta una spiegazione piuttosto sorprendente del caso del sosia: Luigi Decor e Marjo Salvati, in effetti, potevano benissimo essere la stessa persona, che per certi suoi traffici segreti si era vista costretta a sdoppiarsi e a vivere due vite differenti, con una doppia carta d’identità, e a quel punto diventava superfluo stabilire se Luigi Decor fosse effettivamente sé stesso, ma si richiedeva a gran voce che si cercasse di capire chi fosse in realtà il morto, dando per scontato che non fosse Marjo Salvati, e che il volto del morto prima di sfracellarsi non fosse affatto identico a quello del presunto Marjo Salvati, ma fosse quello di un’altra persona. Certo, un simile complicatissimo raggiro (sia i documenti di Luigi che quelli di Marjo erano risultati autentici) aveva dovuto ricevere aiuti da luoghi molto in alto nella sfera pubblica, e ci furono persino personaggi illustri, tra cui un romanziere poliziesco di successo, che proposero una lettura politica del delitto, tirando in ballo potenze vaghe e nebulose come i Servizi Segreti nazionali o esteri, la mafia nazionale o estera, e via dicendo, cercando di implicare tali potenze in questo fatto di sangue. Uno dei punti su cui insistevano gli autori di queste congetture era il fatto che accertare l’identità di Luigi Decor e Marjo Salvati non era stato affatto semplice, nemmeno per le forze dell’ordine, a causa di una serie di contrattempi che aveva dell’incredibile o, secondo l’opinione di chi sosteneva la tesi del complotto, dell’inconcepibile: certificati di nascita andati perduti, indirizzi sbagliati, persone decisive per il riconoscimento dell’uno o dell’altro malauguratamente scomparse, e via di questo passo, tanto che le verifiche incrociate presso conoscenti e amici, e perfino i test del DNA attraverso i quali era avvenuto il riconoscimento lasciavano tutti oltremodo perplessi (e poi cos’è mai un labilissimo filamento di DNA di fronte a tonnellate di riservatissimi incartamenti di Stato?), e, alla luce dell’ipotesi di un gigantesco e fantasmagorico ordigno di segreti e potere, nuovamente sospetta appariva la morte dei genitori di Luigi Decor, avvenuta durante un incidente automobilistico giusto sei mesi prima del delitto, e il fatto che d’altra parte Marjo Salvati, all’epoca della propria morte, vera o presunta, non frequentasse nessuno, eccetto la moglie, e fosse da tre anni disoccupato.

Un’altra fazione ancora vedeva nella vedova di Marjo Salvati la vera mente del crimine, e nel muovere le proprie accuse alla donna faceva uso, volta a volta, delle ipotesi degli altri improvvisati risolutori di crimini, e allora poteva trattarsi di un accordo preso con il marito e Giacomo Tomasi per uccidere un uomo mettendo poi in piedi quella strana storia del sosia facendo poi credere che si trattasse del marito stesso, oppure, prendendo per buono che il morto fosse Marjo Salvati, si avanzava l’idea del delitto passionale, l’uccisione del marito organizzata insieme a Luigi Decor e a Giacomo Tomasi, loschi amanti della donna.

Fossero queste o altre mille le ipotesi fatte su questo delitto, i più erano d’accordo su un punto: il morto, chiunque fosse, non era volato dalla finestra, ma era stato spinto. Questo, dopotutto, era il punto dolente della faccenda. Quasi nessuno si rassegnava a credere che, posto di fronte al proprio sosia, e sia pure un sosia con l’aria più rannuvolata che mai, un uomo si terrorizzerebbe a tal punto da preferire la morte ad una simile visione.

Mentre dunque sulle strade, dalle platee dei mezzi di comunicazione, ma anche nei corridoi dei tribunali e delle questure, si facevano le congetture più bizzarre riguardo il caso del sosia (la gaia e raffazzonata bizzarria da sfilata carnevalesca che ogni fatto di sangue fa instancabilmente fiorire), durante la fase istruttoria del processo venne diffusa per televisione la notizia che la vicenda sarebbe stata oggetto della nota trasmissione televisiva Invito a cena.

 

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Piscio sugli alberi.

 

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Disinnescare ogni esorcismo.

 

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“Disturbi provocati dalla macchina? no, niente affatto, lei ora esagera, provocati è una parola troppo grossa, grossa da strozzarcisi, io direi piuttosto comorbilità, ecco tutto. Do you know comorbilità? Hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi!”

 

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VALMARANA: “(All’uditorio immaginario) Del resto voi capite, potete anzi vederlo con i vostri occhi, tutti questi esemplari, gli esemplari che ho portato qui… niente affatto, niente affatto, non si è trattato di un degrado, il passaggio agli esemplari non è stato un degrado, tutt’altro… vede, signora, più ci si allontana dall’uomo più la pomata ha probabilità di essere efficace… ah, come spiegarlo… oh, no signora, la prego, non si spaventi, certo, mi rendo conto, sì hanno davvero una voce orribile, una voce… (Assorto.) Sì signora, lei ha proprio ragione. Molto spesso io sognato, lo sa, signora? ho sognato la stessa cosa a cui ora sta pensando lei, ho sognato che nei confetti– scusi, volevo dire nei cofanetti e nelle gabbie non avevo intrappolato degli esemplari, bensì dei bambini, anche io, proprio come lei, ho sognato i bambini, ho sognato le loro mani che scavavano contro le pareti dei cofani, così… (Scava nel vuoto sorridendo. Si ferma.) Ah, sbagliavo, dice? Non pensava affatto ai bambini? (Pausa.) Allora voglia perdonarmi, come si dice, se l’ho annoiata con il racconto dei miei incubi. Pensavo fossero gli stessi che i suoi, tutti qui. Pensavo fossero gli stessi dei suoi, tutto qui. Pensavo fossero gli stessi che i suoi, tutto qui. Pensavo fossero gli stessi che i suoi, tutto qui. Pensavo fossero gli stessi che i suoi, tutto qui. Pensavo fossero gli stessi che i suoi, tutto qui. Pensavo fossero gli stessi che i suoi, tutto qui. (Pausa.) Ma forse lei voleva intendere questi grossi aghi d’acciaio? (Prende in mano un ferro da calza) Ma no, signora, no chissà cos’avrà pensato… ecco ora finirò per vergognarmi… Certo è vero, basta mettere una cosa nel posto sbagliato per farla diventare… Oh, potrà anche sembrare una sciocchezza, un’ovvietà, ma non per me. Io so cosa significa per davvero scambiare le cose di posto. (Pausa.) Non è affatto una cosa da nulla. È come fare un anagramma. L’ho già detto. L’ho già detto. Anagramma. Noi lavoriamo su esseri viventi. Ah signora, da come sorride vedo che ha capito. No, non è affatto un ago d’acciaio, vede? È di mia moglie, è uno dei suoi ferri da calza. (Si avvicina alla striscia di carta.) Mia moglie. Cara lei. Non è proprio capace di badare a se stessa, e mi lascia sempre in giro le sue cose. E anche le nostre bambine… (Pentito di essersi lasciato andare a troppe confidenze, si zittisce. Bacia la striscia di carta e le sussurra qualcosa. Appoggia il ferro da calza sul tavolo, tra gli alambicchi.) Ecco qua. Un ferro da calza in mezzo agli alambicchi, non è una bella immagine del matrimonio? Brušek detesta quando faccio così. Be’, al diavolo. Non so nemmeno cosa significhi di preciso, ma un ferro da calza tra gli alambicchi è di certo una magnifica, una perfetta immagine del matrimonio e dei suoi dolci orrori. (Pausa.) Orrori? Come sarebbe a dire!… La signora non è forse sposata anche lei? E poi e poi, e poi ho detto dolci, e una cosa dolce non può essere del tutto cattiva, no? O forse sì… (All’uomo mascherato, con improvvisa violenza.) Maledizione! Sei in casa o no! (Pausa.)”

 

***

 

La trasmissione era nata cinque anni prima come approfondimento del telegiornale nazionale, e vantava un gran numero di affezionati spettatori. Era stata ideata da un tal Rosso Fontana, e doveva la propria fortuna ad un’idea sufficientemente originale: gli invitati alla trasmissione, che potevano essere sia personalità di primo piano che semplici cittadini (tale mescolanza degli strati sociali era anzi uno dei punti di forza della trasmissione), venivano chiamati a discutere di un argomento di cronaca che avesse particolarmente interessato la nazione durante la settimana, il tutto davanti ad una tavola riccamente imbandita delle pietanze più gustose e dei vini migliori. All’inizio della serata, una voce seducente elencava le portate del menù, e concludeva recitando il titolo della serata e i nomi degli ospiti. A quel punto faceva il proprio ingresso Rosso Fontana, vestito da maître, gli ospiti venivano fatti sedere e la puntata aveva inizio, mentre delle comparse in abito da cameriere servivano le portate su vassoi d’argento. Ogni tanto, per rilassare gli ospiti infervorati, la discussione veniva interrotta dall’intervento dello chef dello studio, Giorgio Benvenuti, che descriveva le varie pietanze o elogiava le qualità dei vini, e, talvolta, svelava alcuni piccoli segreti sulla preparazione dei suoi piatti.

La puntata di quella sera iniziò con una sequenza di immagini: quadri che rappresentavano, in massima parte, Narciso chinato sull’acqua; fotogrammi di un film di Alfred Hitchcock; immagini di incubi; fotografie di maschere greche per la commedia antica. Accompagnata da una nenia lenta e inquietante suonata al pianoforte, una voce maschile parlava del concetto di “doppio” da un punto di vista antropologico e culturale, con frasi come “Da sempre la natura umana è inquietata dal doppio”, oppure, “Il doppio che è anche l’altro che ciascuno di noi ha dentro di sé, e che è in realtà la parte più intima del nostro vero essere”, o infine, “Noi ci guardiamo tutti i giorni allo specchio per farci la barba o per truccarci, ma sappiamo veramente chi sia la persona che ci restituisce lo sguardo dall’altra parte della superficie di vetro?” Vennero fatti i nomi di Poe, Dostojevskij e Goldoni, e il video, senza che in fondo ci fosse un vero e proprio nesso, si concluse con un lento zoom sul famoso quadro di Münch intitolato L’urlo.

Dopo questa introduzione, il clima ritornò ad essere quello familiare della trasmissione di Fontana: si sentì la nota sigla, e la nota voce recitare il menù del giorno, che prevedeva tartelette di avocado, aragosta in salsa di dragoncello, brodo con royale, testina di vitello bollita, cardi alla bagna cauda, fichi speziati. Come per ogni puntata in cui la discussione vertesse su fatti di sangue, il pasto sarebbe stato accompagnato da semplice acqua di fonte. Ospiti della serata sarebbero stati Lorenzo Sommariva, romanziere poliziesco; Carlo Valmarana, portiere del condominio in via Milano in cui era avvenuta la morte di Marjo Salvati; l’ex parroco don Giorgio Giorgio, che aveva tenuto a battesimo Luigi Decor; Abrahmo Farvata, primario di ematologia presso l’ospedale di *** a Roma, e infine Suali Zanna, una ragazza che in quel periodo era spesso presente nelle trasmissioni televisive d’intrattenimento a causa della propria bellezza, che era davvero fuori del comune.

 

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DON GIORGIO GIORGIO: I fedeli non sono poeti, non siete buoi. La poesia è dappertutto perché il passato è dappertutto, quando la fantascienza è perpetua il remoto si fa vicinissimo, e la poesia si stende ovunque come una pellicola di sudore appiccicaticcio e freddo: e che c’è di bello in questo? A chi piace essere sudaticcio? Eppure lo siamo tutti, sempre… (Pausa. Si passa una mano sulla fronte, niente affatto sudata, come a sottolineare il reale significato del suo allarme.) E dunque? E dunque cosa farete allora voi fedeli? Voi amati fedeli? (Lunga pausa, sguardo raccolto; poi, sollevando gli occhi in direzione di nessuno) Preghiamo.

 

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E la tragedia diventa in breve uno dei favoriti argomenti di conversazione.

 

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DON GIORGIO GIORGIO: “L’identità tra sosia esiste, oltre che per le persone, per i luoghi, i profumi, i colori (!!??), le piante, tanto che si può dire che tutto il mondo non sia che un’immensa riffrazione (sic, accompagnando il raddoppiamento della fricativa con un gesto delle mani vagamente imbarazzato, depotenziato dallo sguardo chino sul foglietto di appunti, quella speciale teatralità mutila, quel tocco di selfcaponizing che caratterizza ogni omelia di qualità) di oggetti che apparentemente si specchiano l’uno nell’altro, ma che sono solo gli elementi di infinite potenziali commedie degli equivoci. Il mondo, come la memoria, è solo un’altra combinatoria, e i mostri che creiamo sono solo il disperato e inutile e stupidissimo tentativo di ottenere, noi che siamo sosia di un ignoto, finalmente un unicum. Ma unicum ormai non significa altro che perfettamente riproducibile in serie. Brevettato. Per questo si dirà che l’abilità più terrificante dell’uomo, quella che lo rende degno di popolare l’inferno, è quella di creare oggetti identici tra loro, come l’anello nella parabola di Nathan al sultano. (Pausa.) Degno di abitare l’inferno… (Lunga pausa. Il passaggio di un treno sotterraneo si riverbera nella cassa armonica delle cripte, diffondendosi come una radiazione nella pietra.) Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Sembra semplice, miei amati, finché uno non si chiede cosa davvero non vorrebbe gli venisse fatto; finché uno non si chiede, perché non è stato detto «Fa’ agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te»? non era più semplice? perché non è stato detto così? (Pausa. Più forte.) Perché non è stato detto così? (Un paio di vecchiette alza la testa e annuisce a occhi chiusi, la bocca a culo di gallina come succhiando una caramella. Mi assecondano. Sospira; poi, cercando disperatamente di rassegnarsi) Preghiamo.”

 

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Mano a mano che la voce li nominava, gli ospiti della serata, seduti al loro posto alla tavola apparecchiata, venivano illuminati.

 

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“Instancabilmente fiorire, hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi! Comorbilità!”

 

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MILOS: Imprigionato in un mondo privo di eventi, nel quale ogni cosa non fa che riposare in se stessa come un emblema, e come un emblema fluisce incessantemente in tutti gli altri emblemi che la circondano. Lui crede sia la sua prigione, e invece non è che l’intero cosmo: ovunque, purché ci sia la giusta prospettiva, emblemi galleggianti nel vuoto come corpi celesti che allungano intorno a loro tremuli tentacoli gravitazionali nel disperato tentativo di catturare, se non comporre, una qualsiasi araldica.

 

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L’abilità umana di creare oggetti perfettamente identici tra loro.

 

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Preghiamo insieme e diciamo: Proteggici dagli angeli.

 

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MILOS: La malattia all’occhio, in altri termini, si manifestava nei modi più vari, il più crudele dei quali (se crudele può essere una malattia) era forse l’“alba”: i contorni dei singoli oggetti iniziavano a farsi sempre più luminosi, come se dietro di essi stessero per sorgere altrettanti minuscoli soli parassiti; che però non sorgevano mai, mentre le cose con torturante lentezza diventavano chiazze nere bordate di una pulsazione solare, un mosaico di eclissi infette che in qualche modo gli ricordava (ecco la crudeltà) l’instabile rete di riflessi che l’acqua tracciava sulle pareti della sua camera a Venezia.

 

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Infine, quando la luce fu completa, dal fondo indistinto della sala si fece avanti Rosso Fontana, e la puntata ebbe inizio.

 

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Una cosa dolce non può essere del tutto cattiva, no?

 

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Cosa vorresti ti fosse fatto?

 

[continua il 9 ottobre]

PA 12 - Fine

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