Serenata per una costellazione invisibile

In questo viavai cosacco tra passato e futuro le Bilance non vengono mai capite, ma questo non le fa desistere dal gioco: anzi, a propria volta, con sottile e metafisica vendetta, le Bilance denunciano come incomprensibile, per non dire francamente cretino, il fatto che per il resto del mondo passato e futuro abbiano due nature distinte.

per S. C.

Ci fu un tempo in cui la Bilancia (Libra per i latini) venne esclusa dal novero delle costellazioni. Capitò così che certi astronomi greci riconoscessero l’esistenza di solo undici segni zodiacali lungo la fascia del sole (nulla di cui meravigliarsi: la NASA ne riconosce tredici). Quella che dai Babilonesi era stata battezzata Bilancia venne allora fusa nelle chele dello Scorpione, che quindi divenne la costellazione zodiacale più vasta o, se si preferisce, più invadente. I nati sotto il segno della Bilancia devono a questo la loro vocazione al segreto e alla clandestinità, la loro condanna all’esilio e all’inganno. È qui che trova fondamento il loro irremovibile ultimatum alla cosiddetta realtà. Tra i suoi adepti troverai: agenti segreti; indovini e acrobati; scrittori; chimici e consiglieri frodolenti; costruttori di bambole.

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Soli ad essere penetrati nella regione delle costellazioni invisibili e, in ragione di questa profanazione, esiliati dal normale moto del tempo, i nati sotto la Bilancia giocano a saltare tra il passato e il futuro, che per loro si equivalgono: essi sono infatti i due piatti cui è sospesa la loro esistenza, le due chele velenose che in ogni momento minacciano di spezzarli o consumarli. Il terzo piatto, quello del presente, non è contemplato. Tertium non datur, è il motto araldico della Bilancia.

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In questo viavai cosacco tra passato e futuro le Bilance non vengono mai capite, ma questo non le fa desistere dal gioco: anzi, a propria volta, con sottile e metafisica vendetta, le Bilance denunciano come incomprensibile, per non dire francamente cretino, il fatto che per il resto del mondo passato e futuro abbiano due nature distinte. Proprio come il passato, il futuro ha per la Bilancia la stessa incontrovertibile gravitazione verso il buco nero della nostalgia; nel passato, d’altro canto, la Bilancia riconosce la stessa moltiplicazione di possibilità, progetti e paure, la medesima fragile labilità che per noi è prerogativa del solo futuro. Ma appunto, nessuno le capisce… A seconda della giornata, questo rende le Bilance ilari o furibonde. Tertium non datur.

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Che sia il fatto di essere l’unico segno incontrovertibilmente inanimato, la ragione per cui alla Bilancia lo scorrere del tempo si rivela in una natura che per noi è del tutto aliena? È inutile, ad esempio, rimproverare a una Bilancia una qualsiasi forma di contraddizione con le proprie parole, opere ed omissioni passate; in una conversazione con una Bilancia non c’è nulla di più sciocco della frase, “Tu però (non) avevi detto/fatto così e così”: esiste sempre, per la Bilancia, un qualche passato in cui quello che lei desidera (o teme) sia avvenuto è effettivamente avvenuto, proprio come noi, quando desideriamo (o temiamo) una cosa futura, le conferiamo realtà, per così dire, in un tempo di là da venire. Più equanime e sabotatrice, la Bilancia fa la stessa cosa anche con il passato: tutto qua. Per contro, con cecità direttamente speculare alla vostra, la Bilancia soppeserà pensosamente passati e futuri a voi del tutto estranei, estranei cioè all’impermanente e illusoriamente singola espressione della funzione voi, che è solo una delle infinite possibilità della vostra esistenza: una briciola tra mille altre: una briciolina che si crede più importante delle altre per il dubbio privilegio di essere pervenuta a realtà. L’immaginazione e l’intuizione allucinata della Bilancia trascenderanno tutto questo con una faccia tosta talvolta esasperante, talaltra irresistibile, e verrete così rimproverati o vezzeggiati per promesse, azioni e maledizioni che mai avete compiuto né pronunciato o tampoco subìto: verrete messi di fronte ai mille altri voi, li vedrete fissarvi beffardi, appollaiati sull’altro piatto ovvero sull’altra chela: trascinati dal peso di quei fantasmi vi sentirete scivolare dall’altra parte dello specchio: e una volta caduti nel labirinto le cui pareti sono le vostre stesse mille esistenze possibili, non ne uscirete mai più. Inutile impelagarsi in una disputa: prestate piuttosto orecchio: pizia di un tempo reversibile e sostituibile a capriccio, la Bilancia sta eseguendo per voi una misteriosa profezia a rebours, sondando passati eventuali da cui catapultare futuri inevitabili e nello stesso tempo comicamente impossibili.

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Come ogni oggetto inanimato, la Bilancia non ha propriamente ricordi: ne è piuttosto il burlesco ovvero – per noi il cui punto di vista sull’esistenza è limitato a una sola strada, quella su cui ci troviamo – inaffidabile custode. Lasciate dunque che indaghi spietata- o spensierata- mente nelle vostre origini invisibili, e che la sua rivelazione falsata emerga infine, altrettanto cialtronesca e occultamente corretta di una profezia da cartomante televisivo– e altrettanto indiscutibile: non si ragiona con la Bilancia: la si odia o la si ama, in tutti e due i casi perdutamente. Tertium non datur.

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Condizione prima cui la Bilancia deve il proprio senso in quanto oggetto e strumento umano, è la gravità: il peso delle cose, di cui lei sola è costantemente chiamata a rendere conto, è ciò che dà un significato alla sua esistenza. Simbolo abusato di giustizia, la Bilancia subisce costantemente l’ingiustizia di non poter mai sottrarsi a questo peso, pena la propria sparizione. Non appena i suoi piatti fanno il minimo tentativo di animarsi o almeno sottrarsi alla loro vocazione alla passività, eccoli trasformarsi di scatto in chele di Scorpione, ed ecco i contorni della Bilancia svanire nel corpo dell’insetto.

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Somma aspirazione e tortura della Bilancia: caricarsi di tutto il peso dell’universo e distribuirlo tra le proprie braccia in modo che la somma finale sia zero. Come in un uffizio mistico, la Bilancia cerca ogni giorno di far sì che il mondo, scindendosi in due parti, una di qua e una di là dallo specchio, svanisca in un’armonia di equilibrio perfetto: il meticoloso calcolo cui la Bilancia è ininterrottamente intenta aspira clandestinamente all’Apocalisse. Pure, c’è sempre un granellino di qualcosa che si sottrae al conteggio, e il livello dei piatti non è mai pari: un colombo vola via prima del previsto, una fogliolina ingiallisce fuori stagione… il sospetto (o forse la speranza?) della Bilancia è che a fondamento del mondo ci sia una pitagorica quantità dispari per cui l’equazione sarà sempre sballata; che in fin dei conti risulti, una volta fatti tutti i calcoli, un infinitesimale, imponderabile tertium.

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Imponderabile: per la Bilancia, nome segreto di Dio.

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Ostinatamente prefigurata ma mai raggiunta, ecco che l’Apocalisse diventa infine una domestica Berceuse: i piatti della Bilancia non cessano di dondolare, tenendo così in scacco e imbambolando la Fine di cui di primo acchito li avevamo creduti araldi. Simbolo ingannevole di stabilità, la Bilancia somiglia piuttosto all’equilibrista sulla fune: la sua immobilità è il risultato di miliardi di infinitesimali, continui e speculari movimenti, e la sua è pertanto una stasi che in senso tecnico non può durare che pochi istanti e che a ben vedere non è mai tale, né mai ha pace.

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L’equilibrista deve, prima o poi, abbandonare la fune. La Bilancia, mai.

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Segreta aspirazione e (ogni cosa che la riguarda essendo duplice e scissa, ovvero concepita sotto la specie del sosia– occorre soffermarsi sul tipo dell’eterno indeciso, che trova nella Bilancia la propria patria stellare?) segreto terrore della Bilancia: subire una irreversibile metamorfosi nella propria sorella isterica, la Catapulta, il cui equilibrio è raggiunto in via definitiva attraverso una improvvisa liberazione dal peso, il quale nella momentanea sospensione della gravità impressa dal lancio viene trasformato in arma o più propriamente in proiettile, tanto che si sarebbe tentati di vedere nel legame tra Bilancia e Catapulta un analogo del rapporto tra lira e arco: ambedue consorellanze in cui entra in gioco uno smascheramento dell’armonia come condizione che precede la stoccata mortale. “Arma, Armonia, Arma, Armonia…” capita a volte di sorprendere nei prati una Bilancia mormorare quelle due parole mentre strappa i petali di una margherita.

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All’opposto dell’impaziente e drastica Catapulta, però, la Bilancia non vuole affatto liberarsi dal peso: si dedica invece incessantemente alla laboriosa operazione magica di liberare il peso da se stesso. Niente irrita di più la Bilancia di un contrappeso sbagliato che le faccia pendere un braccio tutto da una parte, niente le sembra più stupido che soffermarsi su uno solo dei piatti senza effettuare una continua ricognizione e correzione di quello che c’è dall’altra parte. Si vedrà così che Bilancia e Catapulta sono le buffe caricature l’una dell’altra. Messe l’una di fronte all’altra, ambedue credono di essere davanti allo specchio deformante di un luna park. E sorridono.

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Tutto ciò che dondola attira la Bilancia con irresistibilità zuccherina: per placare la continuamente rifiorente inquietudine della Bilancia non c’è che da cullarla con un rollio marino. Portandola nei parchi la si vedrà indugiare di fronte ad altalene e dondoli: tutto ciò che come lei dilazioni brevemente il peso delle cose, che sospenda per qualche minuto l’esistenza del pianeta cui siamo ancorati (ecco sorpresa nella pratica la metamorfosi dell’Apocalisse in Berceuse), le è caro.

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L’azione della Bilancia, fatalmente, si dispiega nel tempo: così nella materia inanimata la Bilancia, catturata anche lei con gli altri animali nella ruota panoramica dello zodiaco, riesce a far vibrare il tempo come in cosa viva. Tale adescamento della vita all’inanimato avviene attraverso la sospensione da terra di pesi che si equivalgono. È qui il cuore del mistero della Bilancia, il punto abissale in cui quasi tutti si perdono.

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La Bilancia celeste è sempre rappresentata con i piatti vuoti, rapita nella cintura zodiacale in una condizione di inutilità e indigenza. Questa inutilità e questo vuoto sono per la Bilancia lo stato più spaventoso, e insieme l’antidoto che potrebbe finalmente liberarla dalla propria (e nella propria) essenza dondolante e annichilente.

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Liberarsi: librarsi: Libra.

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Vocazione della Bilancia al simbolo e alla metafora: i suoi piatti e i suoi bracci, offrendo un’identità fondata su un aspetto (la pesantezza) quanto mai prosaico, sublimano la trivialità dell’operazione suggerendo la possibilità di una fratellanza e intercambiabilità tra i due oggetti prescelti. Più di ogni altro segno, la Bilancia è iniziata all’arte della trasformazione.

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Nel mazzo di tarocchi, la Bilancia corona una breve sequenza di approssimative trinità: il Papa con i due fedeli, l’Amoroso tra due donne, il passeggero (o pilota) del Carro circondato da una foresta di doppi, per arrivare finalmente alla Giustizia. La bilancia tenuta in mano dalla figura allegorica si trasforma, nella carta successiva, nella lanterna dell’Eremita, e infine nella Ruota della fortuna, che della Bilancia è l’incubo e il lato oscuro: devota (di quella stessa terrorizzata devozione che fu di Abramo) al caso e alle coincidenze, la Bilancia non sa esimersi dal cercare nei più minuti imprevisti e nei fatterelli quotidiani un equilibrio più vasto, un’armonia che però è importante resti misteriosa, un disegno di leggi arcane che da un momento all’altro (ah, l’inconfondibile sorrisino furbetto di tutti i prigionieri di questa costellazione…) possono trasformarsi nelle regole di un gioco infantile.

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Nemico mortale della Bilancia: la Malinconia. Unico debolissimo stratagemma con cui la Bilancia tenta di disinnescarla o almeno procrastinarla: dondolare. Fate dondolare la Bilancia, o morirà annegata in uno stagno di lacrime.

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Passione e diremo anzi golosità della Bilancia per il ballo, che non è altro che un continuo mettere a repentaglio l’equilibrio senza mai perderlo, un saggiarne anzi un assaggiarne tutte le possibilità. Quasi tutte le Bilance vi scapperanno sotto il naso per finire tra le braccia di trombettisti zingari, chitarristi folk, maestri di banda… Salvo poi liquidarli non appena finita la musica.

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La Bilancia: la sola a conoscere l’esatta differenza di peso tra un cuore vivo e un cuore morto, tra un falco vivo e un falco trafitto. Per gli Egizi, garante della purezza dell’anima, prima stazione del viaggio nell’oltretomba, fischietto stregato a cui i cuori dei morti e le piume degli uccelli sacri non sanno negarsi. Fischietto per cobra al cui ondeggiare ogni cuore finisce presto o tardi per andare incontro a paralisi e rivelazione. Calcolare il peso di un cuore strappato… Non altra è la vocazione della Bilancia se non quella di soppesare la carne al cospetto dell’anima denudata.

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Sentinelle della giustizia, maggiordomi del regno dei morti (maggiordomi come lo furono i Carolingi: maggiordomi ovvero imperatori sub rosa): allettati e oppressi da questi due grevi simboli notturni, i nati sotto la Bilancia sono votati all’insonnia. Hanno paura che se la notte chiudessero gli occhi, i morti uscirebbero dalle tombe e le stelle precipiterebbero nel mare. E così vanno sempre a letto tardi…

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