Presiden arsitek/ 16

«C’era una volta un fiore bianco che tutti chiamavano Zampadileone. Non si capiva se quel nome era per prenderlo in giro (cosa mai può avere a che fare un fiore con un leone?) o se era perché la sua corolla poteva davvero assomigliare all’artiglio di un leone (e quindi dopotutto i fiori e i leoni qualcosa in comune ce l’hanno). Zampadileone viveva in un prato vicino al villaggio di Briwen. Briwen sembra un paesino di case giocattolo, abitato da bambole e pupazzi, tutto quanto sul punto di precipitare in un dirupo, e quando lo si guarda ci si sente dei giganti, e viene da pensare di poter spazzare via tutto con quattro manate».

di in: Presiden arsitek (0)

Sono già diventato anch’io un persecutore di streghe?

***

GIORGIO GIORGIO: I sacerdoti conoscono le case di chi muore. Camminando nell’interminabile corridoio in fondo al quale mia madre stava morendo ho sentito per la prima volta quel gelo alieno alla bocca dello stomaco che nell’ambiente chiamiamo vocazione. Non è una sensazione piacevole, è qualcosa… è come un tumore che preme sempre più in fondo all’esofago. È Dio che ti tocca: e per quanto delicatamente lo faccia… Ma non sono certo qui a fare l’omelia. I sacerdoti entrano nella case dei morti, ho pensato.

Il nastro era nascosto dentro un sacchetto di plastica in fondo a un cassetto, ma adesso è mio. Gli operai che hanno trovato la musicassetta erano così giovani che non sapevano nemmeno cosa fosse, ed è stato più difficile del previsto trovare un mangianastri dato che ormai non ne fanno più, e anzi a vederli adesso, la cassetta e il mangianastri, sembrano oggetti fatati di un libro o di un altro pianeta, e gli operai quando hanno sentito che il nastro conteneva per davvero una voce hanno gridato di sorpresa, e uno (io l’ho visto) stava quasi per farsi il segno della croce, come un selvaggio. Ma del resto parlo io che sono o dovrei essere il parroco di questo paese.

«C’era una volta un fiore bianco che tutti chiamavano Zampadileone. Non si capiva se quel nome era per prenderlo in giro (cosa mai può avere a che fare un fiore con un leone?) o se era perché la sua corolla poteva davvero assomigliare all’artiglio di un leone (e quindi dopotutto i fiori e i leoni qualcosa in comune ce l’hanno). Zampadileone viveva in un prato vicino al villaggio di Briwen. Briwen sembra un paesino di case giocattolo, abitato da bambole e pupazzi, tutto quanto sul punto di precipitare in un dirupo, e quando lo si guarda ci si sente dei giganti, e viene da pensare di poter spazzare via tutto con quattro manate.»

La cassetta era rovinata (la casa è stata demolita ieri ma il nastro chissà per quanto tempo è rimasto nascosto lì), e alcune parti non si capiscono bene. La voce registrata, la voce della vecchia signora che una volta viveva qui, racconta una specie di fiaba, come se la signora avesse inciso la cassetta per regalarla ad un bambino, da ascoltare prima della buonanotte; ma la fiaba per la verità è un po’ spaventosa, e nessuno tra i vicini ha mai visto un bambino in quella casa. Tutti dicono che la vecchia signora era una strega. Può anche essere che la vecchia signora tenesse un bambino nascosto (a volere, tutto si può nascondere), ma la cosa più probabile è che a un certo punto a furia di stare da sola e di essere chiamata strega la poverina sia impazzita, e abbia partorito un bambino immaginario cui lasciare quel nastro. Comunque la voce del nastro è piacevole da ascoltare, e tutto sommato non sembra quella di una malata di nervi:

«A Zampadileone, sia che fosse per prenderlo in giro che no, piaceva il nome che gli avevano dato, e a volte, la notte, sognava che in cima alla corolla gli erano spuntate delle unghie affilate come piccoli coltelli, una corona bianca per comandare su tutti i fiori e i fili d’erba e diventare il re dei prati. Questo era tanto tempo fa, quando le piante sapevano ancora parlare e camminare come le persone; persino le pietre ogni tanto balbettavano qualcosa, ma nessuno le ascoltava perché i loro discorsi erano come quelli di chi parla nel sonno.

«Per la verità, comandare sui fili d’erba non sarebbe valso a molto; i fili d’erba conoscevano solo tre parole: le prime parole erano mamma e papà, che sono le parole più facili di tutte; la terza parola era (ed è meglio non chiedere perché…) lumaca. Anche i fili d’erba sapevano camminare, o meglio strisciare, come dei lombrichi verdi, tutti insieme; i prati sembravano fiumi, e le mucche per mangiare si sdraiavano per terra, spalancavano la bocca come le balene, e aspettavano l’arrivo dei fili d’erba. Era bello starsene sdraiati sotto l’erba che ti passava sulla pancia e sulla faccia e ti faceva il solletico, e si potevano sentire tutte quelle vocine che dicevano “mamma” e “papà” e “lumaca” e erano così acute e così tante che non si capiva niente e a chiudere gli occhi sembrava di essere in mezzo alle rondini. Ma questo era tanto tempo fa.

«Un giorno Zampadileone era seduto su una panca quando arrivò una vecchietta con una fisarmonica.

«La vecchietta si avvicinò e chiese qualche soldo a Zampadileone, “Per la musica”, disse, e cominciò a suonare. Zampadileone si mise a ridere, perché la fisarmonica era tutta rotta e più che suonare faceva dei soffi come un gatto quando è arrabbiato; ma ai fiori piace molto ridere (è per questo che sui cappelli dei pagliacci c’è sempre un fiore, anzi, forse molti di quelli che oggi sono pagliacci tanto tempo fa erano dei fiori, e il loro corpo è uscito dalle radici come una patata o una carota) perciò Zampadileone diede alla vecchietta una moneta d’argento.

«“Grazie bel fiore”, disse la vecchietta andandosene, “di quel che hai donato, il Re dei Nerini ti renderà cento volte tanto”. “Chi è il Re dei Nerini?” chiese il fiore. Ma la vecchietta era già lontana.

«Il pensiero di avere indietro cento lerce monete d’argento ormai ronzava come una mosca lercia intorno al lercio cuore di Zampadileone… Questa non è una favola bimbo mio, ma c’è una morale, anche se inutile: tutti i cuori conoscono la crudeltà.

«“Pater noster Martellino” disse una vocina da sotto la panca su cui il fiore era seduto, e per lo spavento Zampadileone richiuse tutta la corolla di petali stretta stretta come un carciofo. La vocina proseguì e disse:

Pater noster Martellino

La mamma è nel lavandino

Il papà è dentro al camino

Ha acchiappato un topolino

Un po’ d’acqua gli ha portato

Ma il topolino non ha bevuto

Un po’ di vino gli ha portato

E il topolino si è ubriacato

Come un porco

«Zampadileone riaprì pian piano il suo artiglio di petali, perché aveva sentito che ogni tanto, prendendo fiato, la voce faceva dei fischi come un gatto quando è arrabbiato. Il fiore sbirciò sotto la panca e vide che la vecchia aveva dimenticato lì la fisarmonica. Dunque era la fisarmonica che aveva detto quella specie di filastrocca o preghiera. Una fisarmonica magica. Per sicurezza Zampadileone raccolse un sasso da terra (un sassolino per la verità, un granello di terra… capirai quanta forza può avere un fiore) e si chinò sotto la panca per parlare.

«“Dimmi Martellino”, disse il fiore alla fisarmonica, “sei tu il Re dei Nerini? allora dammi cento monete d’argento, oppure portami da lui”. La fisarmonica in realtà era una specie di pupazzo, dato che aveva due occhi di vetro sopra i tasti e delle specie di braccia ai lati (perciò il mantice era un po’ come se fosse la sua pancia). Zampadileone tirò fuori Martellino e di nuovo gli chiese come fare per trovare il re e le monete, ma il pupazzo restava muto, muovendo i suoi occhi di qua e di là con un rumore di piatti appena lavati, e quando anche gli occhi smisero di muoversi Zampadileone pensò che la fisarmonica si fosse addormentata; poi pensò anche di essere impazzito a furia di immaginare quelle benedette cento monete d’argento, perché soltanto i pazzi parlano alle fisarmoniche.”»

«Fisarmonica morta

La mazurka divorò»

La parte che viene dopo è molto difficile da capire perché lì il nastro è tutto mangiato dall’umidità. Da quel poco che si sente, sembra che Martellino abbia davvero dei poteri magici. Al soffio del suo mantice si alza un mulinello di vento che rapisce in aria lui e Zampadileone, mentre intorno a loro si costruisce uno strano carro alato fatto di corteccia, licheni e ossa di animali. Man mano che sale, il carro continua a cambiare forma, come le nuvole: adesso sembra un treno a vapore, adesso una mano gigante, adesso un drago azzoppato, adesso un levriero, un pipistrello, un gufo di legno, una mongolfiera mezzo afflosciata, una barca. Zampadileone e Martellino volano per i cieli alla ricerca del Re e delle cento monete d’argento, ma ad un certo punto invece di un re incontrano sulle rocce un pastorello mezzo impazzito per il sole che racconta una storia strampalata su un esercito fantasma di soldati francesi che vaga bruciando i villaggi e ammazzando donne e bambini nel nome di Napoleone (dice proprio un pastorello, la voce ridotta a un bisbiglio e quasi impossibile da sentire anche nel deserto della sagrestia; me lo figuro come una statuina di presepe di taglio quattrocentesco, contorto in una smorfia furiosa e insieme ottusamente devota, la zampogna ormai ridotta a un nido di calabroni).

«Non era stato il sole, era stato un Nerino a far impazzire il pastorello», dice la voce della vecchia signora; «il Nerino è una marionetta di rami secchi con i baffi e la barba di muschio e licheni e le braghe di corteccia, e se lo guardi negli occhi troppo a lungo, impazzisci. I sacrifici umani per Napoleone—»

Altri chiamavano la vecchia signora Truut, “vampiro”. Una cosa ridicola, ma uno degli operai della ditta di demolizioni mi ha raccontato che diversi anni fa, quando la vecchia signora era ancora giovane e aveva fatto girare la testa a più di un uomo, era capitato che ai bambini del paese fosse venuta una strana malattia. Si svegliavano pallidi e febbricitanti dicendo cose senza senso, e uno di loro aveva persino iniziato ad addomesticare un serpente. Allora una delle donne di Newton aveva detto che la notte poteva essere che una truut venisse a succhiare il sangue dei bambini, e il fabbro del paese (nonno dell’operaio che mi ha raccontato questa storia, anche se non so se è davvero suo nonno, qui con nonno sembra che uno voglia dire semplicemente “un mio parente di tanto tempo fa”, perciò chissà quanto tempo è passato; le persone qui parlano come i fili d’erba all’inizio dei tempi) questo fabbro decise di nascondersi la notte, con delle redini, in una delle camerette dei bambini malati e, quando la truut entrò, le mise le redini al collo, e quella subito si trasformò in un cavallo.

“Mio nonno portò il cavallo in bottega per mettergli i ferri e chiuderlo nella stalla” così mi ha detto l’operaio; “il giorno dopo, il cavallo era sparito, e anche la malattia dei bambini, ma la domenica quando videro che la donna, seduta fuori dalla chiesa come se non fosse accaduto nulla, aveva le mani e i piedi fasciati, capirono che era lei la truut e che le ferite alle mani e ai piedi erano state fatte dai chiodi per ferrare il cavallo.

“Allora presero la donna e la chiusero in questa casa”, ha detto l’operaio indicando le mura, e le braccia delle ruspe che le buttavano giù, “poi piantarono un grosso chiodo nel muro e le dissero che, le fosse venuta di nuovo voglia di succhiare sangue, si attaccasse piuttosto a quel chiodo; e la truut obbedì, e a volte la si poteva vedere dalla finestra, attaccata con i denti al chiodo, come un baccalà preso all’amo.”

L’operaio però non mi ha saputo spiegare perché una truut dovrebbe mettersi a raccontare fiabe. A chi potrebbe mai raccontarle?

Il racconto sul nastro continua con il carro volante di Zampadileone e Martellino che vola ormai da giorni, senza scendere mai. Il pastorello impazzito è venuto con loro; una notte, Zampadileone sente Martellino borbottare da solo le sue filastrocche, e sente come una risatina venire dalle assi del carro, e così scopre di essere stato anche lui vittima di uno scherzo dei Nerini: il carro volante e Martellino stesso sono Nerini, e non faranno mai scendere a terra lui e il pastorello. Così una notte Zampadileone aspetta che Martellino abbia chiuso i suoi occhi di vetro, poi lo scaraventa giù dal carro volante.

Quello che succede dopo (sempre che io non abbia capito male le parole sulla registrazione, che in questo punto sembrano come dette per telefono da un posto lontanissimo ed esotico, tanto che quasi pare di sentire urla di pappagalli e elefanti insieme alla voce della truut) quello che succede è che il carro inizia a perdere i pezzi e a scendere in cerchio girando su se stesso come una samara in autunno, e quando infine Zampadileone e il pastorello cadono a terra il carro volante si è ridotto a nient’altro che una tabacchiera di corteccia. Dentro la tabacchiera di corteccia (dato che a nessuno dei due piace il tabacco Zampadileone e il pastorello ci mettono un bel po’ prima di aprirla; forse giorni, forse anni), dentro la tabacchiera i due trovano la piccola mano tagliata del Re dei Nerini.

«All’anulare della mano tagliata», dice la voce della truut, «era attaccato un anello d’oro; forse valeva davvero cento monete d’argento, ma dato che ormai i due avevano paura di tutto quello che riguardava i Nerini, nascosero l’anello e la tabacchiera in un cunicolo sotto il letto di una delle case più vecchie di Briwen.»

[APPENDICE: NOTA SULLA LUCE E SUI MATRIMONI A NEWTON. AD USO DI PARROCI E SACERDOTI, DOVE ANCORA CE NE SIANO. Vivo, così pare, in un paesino di montagna che non ho mai sentito nominare, ovvero che letteralmente non mi è mai stato nominato: dato che ho sempre vissuto lì e tutti hanno sempre vissuto lì e nessuno passa mai di lì, non si sente quasi mai il bisogno di nominare il paese. Ci vivo e nello stesso tempo non l’ho mai sentito nominare, e in questo modo (A PARTE, QUASI CANTICCHIANDO: Vedete?… Capite?… Il trucco è semplicissimo… Il trucchetto è tutto qui…) ogni cosa mi appare nuova: aiuole di eriche, muretti di sassi mezzo crollati (oggi ad esempio, con alcuni esempi pratici un vecchietto delle dimensioni di un fantino mi spiega perché i muretti di sassi siano tanto fragili, come se io non vivessi qui; i suoi baffi arricciati all’insù gocciolano vino; ridacchia mentre fa cadere qualche sasso con una pedata che quasi manda lui stesso a gambe all’aria), gatti randagi (non veramente randagi; il vecchietto mi fa notare che, se uno guarda bene, per ogni gatto che c’è nelle viuzze del paese ce n’è un altro perfettamente identico dentro una qualche casa; questo tuttavia non significa nulla. Inoltre, prosegue il vecchio, un po’ ovunque ci sono di quegli sportellini per farli entrare. Pare che il primo di quegli sportellini l’abbia inventato Isaac Newton, per permettere al suo gatto di entrare in una stanza che, per ragioni scientifiche, doveva restare sempre al buio. Newton è anche il soprannome del vecchietto grande come un fantino. Ridendo con occhi talmente luccicanti che sembrano spruzzare lacrime, il vecchietto mi indica un gatto rosso chiuso tra due doppie finestre. Il gatto imprigionato ha l’aria estremamente soddisfatta. Il suo naso goccia grumi miceschi contro il vetro ad ogni respiro. Sembra quasi un tappeto di tigre messo in verticale. Gli sportellini per i gatti non sono stati posizionati solo alla base delle porte d’ingresso, ma anche alle finestre (ne vedo alcuni anche su finestre dei piani alti, ma lascio perdere la questione, Newton mi sta già stancando con le sue chiacchiere e le sue risate; la sua battuta preferita è sputarsi su una mano e grattarsi i coglioni bisbigliando, “Io vivo ancora con mia madre”) sui muri, negli alberi, contro le balle di fieno, come se dietro ognuna di queste cose ci fosse una camera oscura per qualche esperimento scientifico.

(BISBIGLIANDO: …vivo ancora con mia madre…)

Tutti questi sportellini aiutano i gatti nella caccia ai topi, mi spiega Newton asciugandosi con le dita lerce una goccia di vino dal baffo color paglia, contemporaneamente arricciandolo, il baffo. È ben vero che a volte certi gatti restano intrappolati dentro i tronchi dove si sono infilati per catturare gli scoiattoli, e fino a che non muoiono di fame e non diventano scheletri passano il tempo fissando rassegnati il cielo e il paesino attraverso i buchi nel tronco come i gufi di Walt Disney, ma queste “sono pillole”, mi dice il fantino Newton, e ridendo, continuando a ridere, sembra che non faccia altro che ridere di qualcosa, mi mostra un piccolissimo sportellino per gatti che si è fatto mettere sul tacco di una scarpa. “Tutti qui in paese ne abbiamo uno. Ecco qua”, mi dice offrendomi un paio di ciabattine talmente sottili da sembrare deformi particole “Quando poi avrai anche tu lo sportello riportamele”.

Più di ogni altra cosa, più ancora forse dei gatti e dei loro sportelli, è l’aria che si respira a Newton a restare impressa nel ricordo del viaggiatore. In una zona segreta appena fuori dai confini di Jakarta, alcuni acceleratori di particelle stanno cercando di riprodurre l’aria tersa di Newton [PRIMA INTERFERENZA RADIOFONICA: con ronzio di vecchia cicala morente, l’autoradio diffonde le friabili voci dei Figli del Capitan Visiera: PRIMO FIGLIO DEL CAPITAN VISIERA: “E dàgli con gli acceleratori…” FIGLIA DEL C.V.: “Mi sono sempre chiesta cosa penseranno gli archeologi del futuro quando troveranno gli acceleratori di particelle o i cavi transoceanici…” SECONDO F. DEL C.V.: “Perché poi non c’è anche un frenatore di particelle, questo è quello che mi domando.” FIGLIA DEL C.V.: “…se mai li troveranno.” SECONDO F. DEL C.V.: “Già, a chi verrebbe in mente di andare a scavare in fondo agli oceani.” PRIMO F. DEL C.V.: “Ma una volta che scavando in superficie trovi un cavo non ti viene voglia di seguirlo casomai portasse al nervo centrale del mondo?” SECONDO F. DEL C.V.: “A me no, quando trovo un cavo io…” FIGLIA DEL C.V. “Mi piace. Una cosa come il filo di…” (sfumato elettrostatico… FINE DELLA PRIMA INTERFERENZA)], talmente pura e gelida da bruciarmi il naso e, mi fa notare una vecchia parlandomi da un balcone, talmente trasparente che molte cose che nel resto del mondo siamo abituati a dare per certe, qui, senza l’inganno costituito dal velo d’aria impercettibilmente meno trasparente che copre il resto del mondo (la vecchia non sta usando queste parole, anche se a gesti mi ha fatto capire la cosa del naso bruciato; parla un dialetto dove riconosco alcune parole di greco antico – “Trasparente in quanto trasparente…” Mi riservo di far notare questa cosa ai miei nuovi compaesani — ma quali altri compaesani ho mai avuto prima di loro? — quando sarò più in confidenza, magari quando avrò anch’io il mio sportellino e dei gatti dentro i tacchi delle scarpe — e già mi vergogno di me stesso: dovrei far notare cosa? Che la vecchia parla una lingua che qui nessuno usa né ha mai usato? Sono già diventato anch’io un persecutore di streghe?), senza quel velo le cose e in particolare i corpi celesti ovvero che secondo la vecchia è lo stesso la loro luce si rivelano per quello che sono realmente. La luna, per esempio, non è affatto lontana come credono tutti quelli che non sono mai venuti a stare per un po’ a Newton. Quella su cui sono andati gli astronauti è un altro corpo celeste, diverso da quello che si vede la notte. “Tutte le vecchiette di Newton lo sanno”, mi bisbiglia il fantino — non capisco, vuol dire che tutte le vecchiette di Newton sono mezze matte? Mio padre mi aveva spiegato che per essere sicuri che il corpo celeste verso cui erano diretti fosse proprio la luna gli astronauti si erano fatti aprire un finestrino proprio sulla punta del razzo, per poter non staccare mai gli occhi dalla luna e poter essere sicuri che fosse lei quando fossero arrivati, ma anche con le città e forse anche con le persone bisognerebbe fare così, altrimenti come faccio a essere sicuro che — Avvicinàti dalla giusta angolazione, attraverso un medium perfettamente trasparente, i corpi astrali sono “per loro natura raggiungibili”, così dice in greco antico la vecchia, e con questo lei intende fisicamente raggiungibili, tutte le vecchiette, tutte le infernali vecchiette di Newton lo sanno, fisicamente raggiungibili, sì, “in qualunque momento e da qualunque punto, ma l’angolazione di avvicinamento”, mi dice la vecchia nel suo dialetto greco (e il fatto che mi parli di queste cose così dal balcone mi conferma una volta di più che in qualche modo devo essere nuovo qui a Newton, e nello stesso tempo il fatto che i segreti del villaggio mi vengano spiattellati dai balconi già alla prima visita può voler dire che sono il discendente di un qualche abitante; vivo o non vivo a Newton? il paese non mi è mai stato nominato; devo ricordarmi di visitare il cimitero e consultare i registri parrocchiali, la prossima volta che verrò qui; devo essere il figlio di qualcuno che è emigrato; mia madre mi diceva sempre che il mio profilo le ricordava tanto quello di una sua bisavola in una fotografia sulla lapide dove era sepolta) “è visibile appunto soltanto in condizioni di assoluta trasparenza atmosferica, tali da dare l’illusione del vuoto cosmico. Ecco:” e a dimostrazione di quanto dice, punta il pollice contro il cielo chiudendo l’occhio un po’ come fanno i pittori dei cartoni animati, poi si avvicina alla luna, che in quel momento sta sorgendo da dietro il tetto della sua casa, disco pallido contro il cielo della sera, e la prende con due dita come nel più cretino dei giochi di prestigio. “Tutte le vecchiette di Newton fanno cosi?” Il fantino scoppia a ridere poi sputa per terra qualcosa di troppo bianco e denso perché io possa accettare l’idea che sia stato tutto questo tempo nella sua bocca senza un brivido di nausea.

Con mia madre…

“Questa ormai è vuota, vecchia cavalletta gialla!” dice la vecchia dopo aver guardato la luna con occhio esperto, poi la stringe un po’ tra le mani e la sbriciola come un guscio d’uovo, recitando un proverbio sulla luna  nuova che non riesco a capire ma che fa molto ridere, e c’era da scommetterci, il fantino Newton (ma Newton, perché non mi entra in testa?, è il nome del villaggio, il fantino deve avere un altro nome, e questa scoperta per poco non mi strappa via dall’aria trasparente del villaggio, sbriciolandomi come una vecchia luna rinsecchita). La vecchia lascia cadere dal terrazzo il guscio ormai inutile della luna perché io possa esaminarlo. Per un attimo, probabilmente a causa di particole di aria opaca che ancora tremolano dietro i miei occhi, il guscio della luna torna ad apparirmi lontanissimo, poi recupero l’angolazione e lo raccolgo nell’angolo della mano prima che tocchi il suolo. Il fantino si sta accendendo una sigaretta contro il bordo accecante delle montagne dietro cui il sole si è nascosto. La donna mi dice che quello che ha fatto il fantino è molto difficile, e che non si tratta di semplice angolazione e trasparenza, anche se questi due fattori rimangono fondamentali anche per accendersi le sigarette in quel modo. Il fantino finge di non sentire, ma i suoi occhi spruzzano mentre dà un tiro alla cicca. Torno ad osservare il guscio di luna che ho tra le dita, e che si rivela essere molto simile alla corazza vuota di un ragno. Il trucco è cretino ma devo riconoscere che i materiali sono di prim’ordine. La spiegazione più plausibile è che tutta Newton si trovi sotto una cupola di cartapesta appositamente concepita per disorientare i visitatori; non è da escludere che le origini della cupola siano belliche o semplicemente decorative. Oggi, come quasi tutto in questo vecchi paesi, non sono che folklore.

In parole povere: la “luna” è un insetto che fa la muta tutti i giorni strisciando sulle pareti di carta stagnola del cielo di Newton. Ho già visto un trucco del genere con una zecca. Mentre la stringo tra le dita (dall’interno escono ancora bagliori notturni ma la corazza non scotta, dato che si tratta di luce riflessa, fredda) la corazza del ragno-luna mi si sfalda tra le dita come pelle morta.

(NOTA NON-ESPLICATIVA: È il ragno il cui filo Milos vedrà spuntare dallo stagno di Briwen, e cui vorrebbe aggrapparsi come un Münchhausen in fuga dallinferno…)

“Freud! Freud!” esclama il fantino con gli occhi che spruzzano, e con la cicca accesa mi mostra il ragno-luna che si è arrampicato su una mia spalla attirato dalla debole luce della sua vecchia corazza. È ancora molliccio, piuttosto pesante, e sulle zampe ha delle specie di aculei o microartigli da gatto che mi pungono la pelle attraverso il tessuto della camicia. Il fantino (forse si chiama Freud?) mi dice di stare fermo, è una cosa che può succedere, mi spiega, le prime volte che si fanno giochetti con l’angolazione e l’aria trasparente, “ma bisogna andarci piano”; mi si avvicina lentamente e soffia il fumo della sigaretta (voglio dire non il fumo che gli esce di bocca, ma il fumo che sale dalla brace accesa) tutto intorno al ragno-luna. “Sono rime siciliane” mi dice. “Qui è quasi tutto siciliano”. Il fumo della sigaretta ha reso l’aria sufficientemente opaca perché io possa smarrire l’angolazione, e la luna torna in posizione. A quanto pare ho sottovalutato il fantino Freud. Si offre di dare un passaggio a mia moglie (che io non ho ancora conosciuto); la vecchia osserva la scena dal suo poggiolo con molta attenzione.

[INTERPOLAZIONE: UN CASO DI POLIGENESI ONIRICA. I sogni non ricorrono solo attraverso i giorni di una stessa persona, ma anche attraverso le diverse persone di uno stesso giorno, nella stragrande maggioranza dei casi senza che gli interessati ne siano a conoscenza. Eccone, a titolo d’esempio, uno tra i più diffusi nella zona del Pio Istituto di S. Satiro, sezione staccata di Newton, distretto di Waltzwaltz:

“Sogna di essere perseguitato da un minuscolo sole, una specie molto rara di parassita: così almeno la diagnosi del sogno, ovvero una diagnosi non direttamente avvenuta nel sogno ma data per avvenuta, certa e irrefutabile; un parassita a forma di minuscolo sole che colpisce solo i caucasici nel caso in cui i loro organi vitali si fossero trovati – “…circostanza incredibilmente rara e specifica…” – esattamente così disse una delle infermiere mangiandoselo con gli occhi, mentre il minuscolo sole lo ustionava seguendo una sinuosa diagonale dall’occhio destro all’alluce sinistro, apparentemente sinuosa, la diagonale, per via delle asperità del corpo, ma perfettamente dritta da un punto di vista per così dire orbitale o astrale, come fece notare un medico usando una specie di complicato righello che aveva l’aria di uno strumento di navigazione leonardesco – in allineamento con la Costellazione del Sole, una galassia organica considerata matrice del nostro Sole, una galassia della quale in effetti il Sole, stella ingannevole, era una delle propaggini più periferiche, né del resto è una novità che il movimento apparente del Sole e conseguentemente del “sole” abbia l’aspetto di un complicato insieme di spirali che si srotolano in un punto relativamente immobile una volta che l’osservatore si renda conto che è lui e non il “sole” a muoversi, cosa che in ogni caso è tutt’altro che facile quando si ha a che fare con un sole parassita, ovvero appunto un “sole”; certo non è difficile afferrare il concetto da un punto di vista come dire intellettuale, ma pochissimi infettati riescono davvero a liberarsi dalla sensazione che sia il sole parassita a strisciare intorno a loro, “Il che è un vero peccato”, mormora un infermiere, “dato che la consapevolezza che le cose stanno esattamente all’opposto sarebbe già di per sé sufficiente a liberarsi dell’ospite” – un nido di uova, così lo descrisse uno dei chirurghi esaminando il parassita con uno strumento che era un incrocio tra un telescopio e uno stetoscopio, “Un telestetoscopio, ecco” (sorrisetto sgradevole, quasi lubrico, nel far dondolare lo strumento davanti al paziente). Proprio all’altezza dell’occhio il “sole” produsse una “eclisse” che mandò letteralmente in visibilio l’intero ambulatorio – alcuni pazienti si affacciarono dalle corsie; qualcuno si azzardò a farsi fotografare accanto al rarissimo fenomeno astroparassitario; i più audaci o (se erano lì erano vuol dire che a un qualche livello erano stati infettati anche loro) buontemponi provavano ad avvicinare un dito o pezzetti di carta alle lingue di fuoco della corona “solare”, oppure la osservavano attraverso pezzetti di vetro affumicato. L’infettato tollerava stoicamente tutte queste manovre, sebbene fosse chiarissimo che lo stavano innervosendo (i pezzetti di vetro affumicato avevano effettivamente l’aria di una canzonatura). All’apice dell’eclisse, i bordi del parassita (ora nero) un anello d’oro accecante, il “sole” si fuse con la pupilla dell’infettato, bruciando irreparabilmente il suo occhio destro. Davanti a lui, in un paesaggio bidimensionale come le case delle marionette di carta (parliamo di quelle marionette che si azionano tirando una cordicella collegata a ciascuna prima articolazione di ciascun arto e la cui estremità libera penzola tra le gambe del pupazzo, tale che ad ogni strattone che si dà alla cordicella il movimento risultante è una specie di innaturale danza di calci) i medici richiusero i telestetoscopi e chiamarono gli inservienti perché portassero i ferri. L’infettato venne sistemato dietro un complicato paravento che permetteva all’infermiere di vedere la propria stessa ombra, e così poté vedere l’ombra della lama del bisturi che entrava nell’ombra della propria orbita oculare infetta, che il sistema di illuminazione del paravento deformava in modo da farla apparire incredibilmente sporgente (ne vedeva persino la trasparenza, come una cupola di sapone, e gli parve persino di indovinare all’interno della cupola ingigantita del proprio occhio il movimento di ovvero l’ombra del movimento di corpuscoli batterici), e dopo che la lama si fu allontanata dall’occhio sentì scendere lungo la guancia qualcosa di caldo che leccò via, e con quel sapore come di pila elettrica in bocca si svegliò.”

FINE DELL’INTERPOLAZIONE]

Io so che qui tutti sono molto all’antica (cioè seguono le vecchie tradizioni di Newton, che del resto per me sono completamente nuove), e anche se sono persone gentili, la loro gentilezza ha un’ombra enigmatica che ricorda un po’ gli incontri con gli animali delle fiabe, che nascondono sempre delle prove e dei trabocchetti in cui l’eroe non deve (o forse deve?) cadere. Il fantino tiene in mano un corto falcetto, e sono certo che la vecchia sul balcone stia armeggiando con qualcosa di simile, nascosto nel sacchetto delle mollette; “Altro che bucato”, dico io a questo punto, “mia moglie la porto io”. Il fantino Freud ride e mi dà una pacca sulle spalle; la vecchia rientra in casa brontolando, soddisfatta. Ho superato la prova. Questa prova. Quando mia moglie scende, io sono già pronto alla carriola. Per un attimo mi chiedo se non sono forse troppo solerte, troppo attento al minimo ordine della mia futura moglie o degli abitanti del paese, del quale, di questo passo, potrei forse diventare lo zimbello. Non sono nuovo a pensieri di questo tipo, che di solito, ed è anche quel che succede questa volta, si coagulano in un bruciore nelle camere sinistre del cuore, quasi nei bronchi. Dato che non devo in nessun caso vedere la mia futura moglie (questa è una delle miriadi di usanze che regolano la complessa vita matrimoniale degli abitanti di Newton e l’ancor più complesso sistema di corteggiamento), tengo la carriola al contrario, come fosse un risciò. Ho perfino delle scarpette cinesi, del tipo che chiamano ballerina. Ballerina ballerina, penso mentre il bruciore al lato sinistro del cuore diventa quasi una presa, come una spugna che venga spremuta dalla mano stretta ad artiglio di un lavapiatti. Ho superato la prova. Tengo la carriola come fosse un risciò. La presa sul cuore si allenta. Mia moglie mi appoggia una mano sulla spalla e mi dice che è pronta, poi sento il suo peso che si sistema sul fondo della carriola. Ho le scarpette cinesi, le scarpette ballerine. La presa sul cuore torna a stringersi un po’. Era una prova che dovevo superare?

Anche la mano sulla spalla, in realtà, non era che un’altra lettera del codice dei matrimoni di Newton: con quel gesto mia moglie, volevo dire la mia futura moglie, mi ha dimostrato che sta indossando l’anello che le ho regalato, e ha anche potuto sfiorarmi il collo con l’unghia del dito indice. Non dubito che in qualche armadio della vecchia canonica di Newton si trovino delle grandi mappe scolastiche che indichino alle giovanette quale sia il momento migliore per sfiorare il collo del proprio futuro marito, quali frasi usare e in quali diverse circostanze, quale profumo mettere o evitare di mettere, etc. [SECONDA INTERFERENZA RADIOFONICA DEI FIGLI DEL CAPITAN VISIERA: SECONDO F. DEL C.V.: “Questo è uno di quei momenti in cui mi dispiace di lavorare in radio…” FIGLIA DEL C.V.: “Perché?” PRIMO F. DEL C.V.: “Che succede?” FIGLIA DEL C.V.: “Non è più contento di lavorare con noi?” SECONDO F. DEL C.V.: “Ma no, non avete capito,–” FIGLIA DEL C.V.: “Se non è contento lo dica.” SECONDO F. DEL C.V.: “Ih ma che permalosi che siamo oggi…” FIGLIA DEL C.V.: “Guardi che è lei che ha cominciato…” SECONDO F. DEL C.V. “Sto solo parlando di questa–” SECONDO F. DEL C.V.: “Cosa–” FIGLIA DEL C.V.: “Oh, che bella…” PRIMO F. DEL C.V.: “Ah, quella; l’avevo già vista.” FIGLIA DEL C.V.: “Peccato per gli ascoltatori” SECONDO F. DEL C.V.: “L’ho già detto io.” FIGLIA DEL C.V.: “No, lei ha detto che non le piace lavorare con noi.” SECONDO F. DEL C.V.: “In radio, ho detto in radio. Con voi lavorerei anche come gelataio in Siberia.” PRIMO F. DEL C.V.: “Venga qui che le stampo un bacio in fronte.” FIGLIA DEL C.V. “Siete tutti e due davvero dolcissimi e verrò sicuramente con voi a vendere i ghiaccioli a Vladivostok, ma dall’altra parte ci sono persone che potrebbero cominciare a dispiacersi di essere radioascoltatori.” PRIMO F. DEL C.V.: “Giusto, giustissimo. Si ricomponga un po’.” SECONDO F. DEL C.V.: “È lei che protrude le labbra…” FIGLIA DEL C.V.: “Per favore, per favore…” SECONDO F. DEL C.V.: “Dunque, anzi adunque. Possiamo descriverla, magari è anche meglio così, così ognuno se la può immaginare” PRIMO F. DEL C.V.: “D’accordo, ma chi la descrive?” SECONDO F. DEL C.V.: “Ma lo facciamo insieme no?” PRIMO F. DEL C.V.: “Sì, bravo, così poi i nostri ascoltatori non capiscono più niente, che già è un caos a cercare di seguirci quando non facciamo che leggere, figurati a descrivere una–” FIGLIA DEL C.V.: “Va bene, va bene, guardate, tra i due litiganti la terza descrive: lo faccio io.” PRIMO F. DEL C.V.: “Gli ascoltatori sono tutt’orecchi.” SECONDO F. DEL C.V.: “E nient’altro possono essere, poveracci…” PRIMO F. DEL C.V.: “Beati loro, vorrai dire…” FIGLIA DEL C.V.: “Dunque. A questo punto c’è un’illustrazione di una di queste mappe scolastiche, in cui–” PRIMO F. DEL C.V.: “Chi l’ha fatta, poi.” SECONDO F. DEL C.V.: “Cosa.” PRIMO F. DEL C.V.: “La mappa scolastica.” FIGLIA DEL C.V.: “Non lo so, magari l’ha fatta lui” SECONDO F. DEL C.V.: “O il filologo, quel come si chiama Calcaterra…” FIGLIA DEL C.V.: “Sì buonanotte…” SECONDO F. DEL C.V.: “No sul serio magari quando stavano progettando di pubblicare il tutto e hanno contattato un illustratore–” PRIMO F. DEL C.V.: “O illustratrice.” FIGLIA DEL C.V.: “Comunque sia lo sfondo è color carta da pacchi e si vede la testa di uno di questi mariti di Newton–” PRIMO F. DEL C.V.: “Precisiamo: aspirante marito, siamo ancora nel corteggiamento. Con tanto di moglie in carriola.” SECONDO F. DEL C.V.: “Giusto, vedo con piacere che era attento.” FIGLIA DEL C.V.: “La testa dell’aspirante marito è girata di tre quarti e è colorata in modo vivace; lo stile è vintage e vagamente americano, e si vede un dito indice e un anulare con l’anello viene ingrandito attraverso un apposito occhiello, e il dito indice sfiora il collo dell’aspirante marito e al dito anulare c’è un anello con un brillante la cui luce è illustrata da classici raggi gialli che escono dalla pietra, e gli occhi dell’aspirante marito sono piegati all’indietro e rivolti allo splendore, e l’aspirante marito sorride in modo quasi feroce, e nel punto in cui il dito indice gli sfiora il collo l’illustratore ha disegnato una zona senza pelle, come in un’illustrazione medica, e possiamo vedere l’interno della gola dell’aspirante marito, e ci sono alcune frecce che indicano delle specie di macchie grigiastre sulle pareti dell’esofago che non ho idea di cosa significhino, magari sono sintomi della passione amorosa.” SECONDO F. DEL C.V.: “Nient’altro?” PRIMO F. DEL C.V.: “No ma sa che lei è davvero dotata per le descrizioni di opere?” FIGLIA DEL C.V.: “Ma grazie.” PRIMO F. DEL C.V.: “No davvero, no mi sembrava quasi di vederla, la mappa con tutt–” FIGLIA DEL C.V.: “Ma lei la sta vedendo. Cosa–” PRIMO F. DEL C.V.: “Appunto, peggio anzi meglio ancora, io la mappa ce l’ho davanti ma lei me la descrive così bene che non è come se l’avessi davanti ma come se mi sembrasse di averla davanti…” FIGLIA et SECONDO F. DEL C.V.: (Tacciono; e quasi si sente il ticchettio da contatore di radiazioni degli intercettatori che installano le loro microspie tra parete e parete, attratti dalla frase potenzialmente incriminante come mosche su carne al sole, come si dice). PRIMO FIGLIO DEL C.V.: (Deglutendo distintamente) “È quando–” FIGLIA DEL C.V.: “Sentite non importa che ne dite di proseguire con la lettura?” SECONDO F. DEL C.V.: “No ma aspetti ma i lettori avranno capito com’era l’illustrazione?” FIGLIA DEL C.V.: “Vada un po’ al diavolo” SECONDO F. DEL C.V.: “Già meglio lì, comunque, meglio all’inferno che… No ma manca la descrizione degli altri riquadri, c’è un bellissimo disegno della carriola e delle scarpe da indoss—” FINE DELLA SECONDA INTERFERENZA] Da dentro la casa la vecchia grida qualcosa, e dalla piccola casetta in cui il fantino Freud si è rintanato parte una litania bisbigliata di oscenità tradizionali in dialetto greco e verminosi anelli di fumo che si allargano come onde radiofoniche nell’aria spaventosamente tersa di Newton. Io e la mia sposa partiamo. Ormai la chiamo così, la mia sposa. La strada è in discesa e io mi sento bene, vado veloce tenendo saldamente la carriola. Adesso è come avere un pedone degli scacchi che traballa intrappolato nelle vesciche del cuore. Andando dico a mia moglie che tenere così la carriola, come un risciò, è davvero molto comodo, mi pare persino che mi faccia bene alla schiena. Sento qualcosa di piccolo e morbido che sale lungo le mie vertebre. Un suo piede. Mi massaggia delicatamente. In quel momento mi viene in mente che mia moglie è in grave ritardo, e che potevamo benissimo prendere la macchina invece di questo schifo di carriola, mancano ancora quindici chilometri e dubito molto di poter mantenere a lungo questo passo, ma d’altra parte di tornare indietro non se ne parla, sia perché sarebbe tutta salita che perché ho paura del falcetto del fantino Freud e della vecchia.

Il piedino continua a premere contro la mia schiena. Vuole che io mi fermi. Vuole che io frema. Non so quanto continuerò a resistere. Sento il piccolo piede, caldo, quasi incandescente, sulla gamba, anche quando mi sveglio. È un vento <sic: si tratta di un lapsus per letto> con della carta da parati a fiori al posto delle lenzuola. Sento qualcosa che sfrigola. Un insetto dentro il becco di un uccello. Sta sfrigolando. Immagino sia un modo particolare che hanno certi uccelli per predigerire gli insetti (mi pare si tratti di un martin pescatore, ma così al buio non ne sono certo); l’insetto è decisamente strano, una specie di incrocio tra un calabrone e una mantide religiosa; il martin pescatore tiene la mantide nel becco, lasciandola sfrigolare come eroina in un cucchiaino. Ad un certo punto mi viene il dubbio che non sia, come credevo all’inizio, un qualche succo gastrico secreto dal becco dell’uccello a far sfrigolare la mantide, ma che sia la mantide stessa a produrre una qualche sostanza sfrigolante come forma di autodifesa, e che il martin pescatore la stia tenendo in quel modo perché il suo lungo becco è l’unica parte del suo corpo immune all’acido sfrigolante della mantide.

Poi dalle commessure di una delle tapparelle inizia a filtrare la luce del sole (anche questo non è andato giù ai padroni, che ci fosse la luce del sole ad aiutare la servitù: così il servo viene condotto di bisogno in bisogno lungo un sentiero per il quale non esiste ritorno, perché dietro di lui tutto è stato bruciato; non vogliono in alcun modo che un maggiordomo sorrida). Una gallina nera si è nascosta sotto il cassettone. Chioccia sottovoce. Ora che c’è la luce, mi accorgo che il martin pescatore è in realtà una complicata caffettiera di ferro. È sufficiente sistemare un tizzone ardente sotto gli artigli del nostro “martin pescatore”, riempire d’acqua e di chicchi tritati di caffè il becco del “martin pescatore” e la mattina si ha il caffè pronto. La mantide sfrigolante, insomma, fa come dire da fischietto di bollitore. Sfrigola come una cicala. La prima volta che ho sentito la carne bruciare ho pensato al rumore che fanno le cicale. Era in Sardegna. Io sono un po’ contrario ad usare il martin pescatore quando dormiamo nella carta da parati, perché ho paura degli incendi, ma mia moglie è talmente affezionata alla sua caffettiera che a volte la prepara lo stesso, e anche con tutta quella carta <†††>.

Quanto alla mantide, potrebbe essere che io mi sia sbagliato e che in realtà fosse semplicemente una bacca di caffè infilata male nel becco e non ancora perfettamente tostata. Mia moglie si alza e versa il caffè. Sento ancora uno sfrigolio sospetto mentre il liquido riempie la tazza. Annuso il caffè, temendo che vi ci sia mescolato dentro l’acido della mantide. Il caffè ha un colore strano. Fuma in modo strano. Ho paura a berlo. Forse mi vogliono uccidere, forse mia moglie mi sta avvelenando (NOTA DUBITATIVA: Il sognatore è forse un losco avvelenatore che trasferisce oniricamente sulla moglie quello che lui le sta facendo nella realtà?), forse è questo il vero insegnamento contenuto nelle mappe scolastiche matrimoniali, forse se uno osserva bene lo sfondo delle illustrazioni o se si reca di persona nei luoghi illustrati troverà boccette di veleno, nidi di insetti, uova di ragno, lo sanno tutti che esistono corteggiamenti che nel loro rituale includono l’intossicazione della persona amata. [TERZA INTERFERENZA RADIOFONICA DEI FIGLI DEL CAPITAN VISIERA: SECONDO F. DEL C.V.: “Ora ho capito cos’erano quelle macchie grigiastre dentro la gola del marito felice.” FIGLIA DEL C.V.: “Ma è agghiacciante, l’avvelenamento dell’amato come parte del rituale… come si dice, ma questo è un paese di streghe.” SECONDO F. DEL C.V.: “Perché non ha mai visto dove abito io…” FINE DELLA TERZA INTERFERENZA] Ormai l’ambiente è pieno di fumo, come se le nuvole avessero fatto irruzione nella stanza. Sento un fruscio di carta da parati. Mia moglie mi viene vicino. Non devo guardarla. Mescolo il caffè. Tiro su il cucchiaino, e nel poco caffè vedo galleggiare un minuscolo scheletro di mantide. “Buon san Valentino” mi dice mia moglie. È il 14 febbraio dunque, o perlomeno lo è qui, anche se non ho idea del come ci sia capitato, né di chi sia mia moglie. Le mantidi non hanno lo scheletro. Dev’essere fatto con quell’elemento chimico che si scioglie nell’acqua, uno scherzetto da martedì grasso, giochetti da giovani sposini, ma non so se ora il mio caffè è tossico, e ormai lo scheletro si è sciolto.

FINE DELL’APPENDICE]

GIORGIO GIORGIO: Ed era la truut, attaccata al chiodo come un pesce ad essiccare.

Aveva una collezione di forbici inchiodate al muro come chiavi.

Mentre demolivano una delle camere della casa della truut, gli operai hanno trovato una specie di botola nel pavimento. Ho scelto i tre di loro che mi sono sembrati più coraggiosi e siamo partiti per l’esplorazione dei sotterranei; ho con me il nastro della truut e un piccolo walkman; continuo a riascoltare il racconto della truut, mentre proseguiamo nel sottosuolo alla ricerca del regno dei Nerini; sono convinto che nella voce della truut, o forse dentro la tabacchiera di corteccia (tra poco la troveremo, è solo questione di tempo, sono sicuro che Zampadileone e il pastorello l’abbiano nascosta qui) ci sia una specie di mappa di questo labirinto sotterraneo, e che una volta che saremo arrivati e avremo catturato il re dei Nerini allora tutto tornerà davvero come nelle fiabe dei tempi antichi in cui le piante, gli animali e le pietre potevano ancora parlare.

***

A volere, tutto si può nascondere.

***

Le mantidi non hanno scheletro.

[continua il 22 maggio]

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