¡Que viva el Trinche!

El Trinche non si è mai spostato dalla città dove è nato: Rosario, sul fiume Paranà. Raccontano che quando Menotti lo convocò come titolare della nazionale argentina, el Trinche accettò di raggiungerlo a Buenos Aires. Giunto alle porte di Rosario, però, attratto dalle acque del fiume, el Trinche decise di fermarsi a pescare...

Cur pinnis stas? Usque rotor. Talaria plantis

Cur retines? Passim me leuis aura rapit.

(Andreæ Alciati Emblema XVI)

L’8 maggio è morto Tomás Felipe Carlovich detto el Trinche, ucciso da un pugno sferratogli da un ladro che voleva la sua bicicletta. Aveva poco più di settant’anni, e quasi trent’anni fa Diego Armando Maradona lo aveva pubblicamente indicato come il più grande calciatore del mondo. «Il più grande giocatore del mondo che non avete mai visto», secondo l’ex-allenatore della nazionale argentina Cesar Luis Menotti. El Trinche non si è mai spostato dalla città dove è nato: Rosario, sul fiume Paranà. Raccontano che quando Menotti lo convocò come titolare della nazionale argentina, el Trinche accettò di raggiungerlo a Buenos Aires. Giunto alle porte di Rosario, però, attratto dalle acque del fiume, el Trinche decise di fermarsi a pescare…

Raccontano: quello che si sa del Trinche è per la gran parte frutto dei racconti di chi lo vide giocare. Il più grande calciatore del mondo resta una figura opaca, mimetizzata e protetta dalla vegetazione dell’epos.

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Di calcio sappiamo poco, anzi nulla. Non ne abbiamo che una percezione poetica, indefinita: il Vincitore nel pallone ad esempio, che poi non era nemmeno un calciatore, ma può in ogni momento diventare ovvero apparire tale, col favore della miracolosa nebbia leopardiana. Nebbia che ha la stessa natura selvatica e elettrizzante di quella che avvolgeva il Nuovo Mondo quando Colombo vi arrivò: nebbia il cui miracolo e enigma è la geometrica precisione delle sue rare linee ovvero parole, confini di sconfinati campi dove l’anima può spaziare (verbo che in Leopardi ha il senso specialissimo di una dilatazione e liberazione dell’immaginativa). Ogni singolo lettore–– no: ogni singola lettura di Leopardi ci fa spaziare in un Nuovo Mondo dove si dileguano ombre seminude armate di lance e scudi di pelle. Quelle ombre siamo noi stessi, brevemente innalzati o sprofondati in una diversa possibilità, in un precario Eden carnivoro.

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Spaziare: in Leopardi, movimento che può essere eseguito soltanto dall’anima, e più specificamente dall’anima umana. Verbo che Leopardi usa in modo affatto singolare e che immediatamente appare come l’unico modo possibile; verbo che discende da uno dei talismani di Leopardi: la parola spazio. Nella teoria estetica di Leopardi, l’anima spazia quando è posta di fronte all’indefinito, e l’indefinito è evocato attraverso l’economia alchemica di meticolosi segni, e rari: le parole. Non possiamo perciò immaginare una tigre spaziare. Non spazia la volpe, non spazia lo squalo, né il maiale o il calabrone. Spaziano forse, ma brevemente, i cuccioli dell’animale. Spaziano forse i grandi cetacei, i capodogli che talvolta vengono sorpresi a dondolare in verticale in mezzo all’oceano. Ma sono ipotesi, o per meglio dire approssimazioni: solo l’anima umana propriamente spazia, perché solo l’anima umana sa inabissarsi nella parola, nel cristallo tremulo dei suoi confini.

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Né spaziano, e mai potranno spaziare, le cosiddette intelligenze artificiali, realizzazione quanto mai grottesca delle intelligenze angeliche (ogni realizzazione del divino non potendo che essere grottesca: Dio non esiste perché non vuole essere ridicolo). Non spaziano perché, come le intelligenze angeliche, la loro esistenza è interamente devota a un compito: la gestione del cosmo planetario per l’angelo, la gestione del cosmo umano per il robot. Non spaziano perché non conoscono la solitudine. Non spaziano perché sono solo di questo mondo, e sono per sempre escluse dall’altro mondo, il mondo fluttuante del quale la parola umana è un fragile e prezioso ambasciatore.

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Spaziare: come spaura, termine di una lingua invisibile e trascendentale, la lingua magica di Leopardi, fatta di parole il cui significato non è possibile determinare in nessun vocabolario, poiché esso significato è stato restituito all’inarrestabile moto browniano della psiche. Possiamo passare letteralmente intere giornate a riflettere su parole come spaziare, spaurare. La cosa raggiunge la vertigine quando Leopardi tocca così le parole più semplici e consuete. Caro. Dolce. O parole che a malapena consideravamo tali, che mai avremmo immaginato potessero sprigionare tante e tanto varie vastità. Questo. Quello. Ma. E. Intere giornate. Chi legge Leopardi è condannato a impazzire d’amore per la lingua italiana.

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(E si prova quasi imbarazzo verso altri, magari tenuti anche da noi per grandi poeti, che si arrabattano a fare lo stesso con ciarlatanerie triviali quali ad esempio far consistere un intero verso di quella sola parola che mirano a valorizzare, che è come dire tiro seicento colpi di tosse, salgo in piedi su uno sgabello, faccio una pausa d’effetto guardandomi in giro con aria truce, controllo che il megafono sia acceso e poi: «E». Va bene, ecco isolata la congiunzione E. Confermiamo, al di là di ogni possibile dubbio: trattasi di una E. Tra l’altro caspiterina, che metrica audace. Ma ci sentiamo un po’ come i cani quando gli si spinge il muso contro qualcosa perché gli entri ben bene nella zucca: «La vedi o no la E? La vedi? E! Che non succeda mai più che ti sfugga!»

Leopardi: «lieta e pensosa». Quale cosmo non si squaderna attraverso lo specchio di quella e. E noi cani restiamo liberi di cacciare il naso dove altro ci piaccia.)

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L’8 maggio è morto Tomás Felipe Carlovich detto el Trinche. Non sappiamo chi fosse. Sappiamo solo che è stato il più grande calciatore del mondo, e che come i personaggi di certe favole taoiste ha rinunciato alla celebrità per andare a pescare nel fiume dove pescava fin da bambino. Non sappiamo chi fosse, ma indoviniamo nel Trinche il balenio dei confini magici dell’indefinito. Il Nuovo Mondo.

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L’onniscienza portatile di internet per una volta si arrende: non ci restituisce che rare fotografie, sempre le stesse. Un personaggio smilzo, con lunghi capelli neri, talvolta coi baffi, quasi sempre in tenuta da calciatore, spesso vicino a un pallone di cuoio lacero. Lo diresti uno di quei dolci assassini che prima o poi popolano gli incubi di chi ha letto Bolaño. In un video della televisione argentina un giornalista imbavagliato (sembrerebbe il costume di una protesta per la libertà d’informazione: è invece, naturalmente, una mascherina sanitaria) intervista un testimone dell’aggressione che ha portato el Trinche alla morte. Proiettano una fotografia del Trinche seduto a terra, prima di entrare in coma. Si vedono quasi solo le gambe e i piedi.

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El Trinche è un nomignolo infantile, di cui nessuno ricorda l’origine.

Trinche: forchettone a due rebbi per servire pezzi di carne. Forse il bambino Tomás in piedi accanto al suo pallone sembrava un forchettone piantato nel terreno?

Trinche de guacharaca: spazzola metallica da sfregare contro un tradizionale strumento musicale sudamericano. I movimenti del ragazzino sul campo ricordavano il lento andirivieni della spazzola durante i balli nelle piazze di Rosario?

Trinche de diablo: il forcone di Belzebù.

Pelo trinche: i capelli crespi.

Si delineano false etimologie, attributi e oggetti simbolici: il corredo di ogni abitante del mito.

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In una sequenza della commedia Se acabó el curro di Carlos Galettini (1983), per qualche breve istante il dialogo dei personaggi è montato insieme a riprese del Trinche in campo durante una partita. Altre riprese in bianco e nero, per un totale di un minuto: di nuovo el Trinche in partita, durante azioni che non ci pare abbiano nulla di significativo. El Trinche è stato il più grande calciatore del mondo, ma non ci è dato vedere come giocava: la sua grandezza non esiste che nei racconti di chi l’ha visto giocare. El Trinche non vive che in forma di epos. Ci stiamo ripetendo? È perché sapere che il racconto è ancora necessario alla conoscenza ci rassicura: ecco perché lo ripetiamo. È rassicurante che proprio nel cuore del mondo calcistico, medusizzato dal finto epos (finto perché incontrovertibile) della moviola e delle video-/bio-grafie dei “grandi campioni” (torna in mente un buffissimo Del Piero paragonantesi a Achille nella sua tenda), il giocatore più grande di tutti resti un enigma, fonte di racconto e non di notizia: di nomi e parole le cui geometrie ci permettono di spaziare.

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Abbiamo avuto, da bambini, un album di figurine dei calciatori. Amavamo le squadre solo per i nomi, per i colori delle magliette, per l’araldica degli stemmi: anche allora non sapevamo niente di calcio. Atalanta, ad esempio; Lecce; Empoli: nomi in cui più di altri ci sembrava di riconoscere il funambolismo sfrontato del dribbling, la furia balistica del calcio di punizione, la grazia circense del palleggio al volo. Serpenti, lupi, aquile. I portieri come sacerdoti, vestiti di colori differenti rispetto agli altri giocatori; sentinelle immobili, gli unici cui fosse concesso di stringere la palla tra le mani, arrestarne inappellabilmente il moto. La geometria esoterica delle linee del campo, attorno cui tutti si indaffaravano in beghe e esultanze che non capivamo quasi mai. Ci chiedevamo sempre il perché di quei confini. Se solo avessero permesso ai giocatori di continuare le loro azioni anche sulle gradinate, anche al di là dello stadio, attraverso le città e i deserti, ci sembrava che la partita sarebbe stata infinitamente più divertente, più ragionevoli e giuste le lacrime e le urla di gioia degli sconfitti e dei vincitori.

Come gli inetti di ogni tempo nel gioco del calcio, anche noi venivamo sempre scelti per ultimi dalle squadre nei tornei di cortile (e nel caso il numero di ragazzini non fosse conforme a quello delle squadre, eccoci scelti per fare da imbambolatissimi e, a dispetto dell’età imberbe, già cornutissimi arbitri). In campo subivamo regolarmente l’umiliazione del tunnel, arcinota finta che degrada chi la subisce a mero aiutante chiamato sul palcoscenico dal prestigiatore. Umiliazione cui non era estranea una momentanea ebbrezza: attraversati dal pallone in quel modo che ci appariva inspiegabile, per un attimo credevamo di essere diventati immateriali, fantasmi magari (salvo poi essere liberati dall’allucinazione per grazia degli scapaccioni dei compagni di squadra). Il più grande calciatore è colui che nessuno riesce a fermare, che trasforma gli avversari in undici spettri cui passare attraverso. Lui stesso spettro. El Trinche.

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Linfa vitale del gioco del calcio: la finta. Atomo di ogni gesto comico o crudele, bugia pronunciata con il corpo, pantomima istantanea il cui spettatore principale ne è anche la vittima, la finta si configura in ultimo come gag: l’effetto psicologico di un dribbling è quello di un’esaltazione esilarata, non lontana da quella che si prova per le fughe acrobatiche di Buster Keaton.

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La finta: inganno e rivelazione. Never fake a gag.

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Nominalmente fascinosa è la finta detta veronica, che consiste in una piroetta effettuata attorno all’avversario bilanciando alternativamente i piedi sul pallone. Veronica, per metonimia, sarebbe originariamente il sacro velo con cui una sconosciuta asciugò il sangue dal volto di Cristo: velo che venne poi custodito da santa Veronica. La prima veronica “secolare” è probabilmente quella della corrida: quando il torero piroetta a lato del toro tenendogli la cappa rossa davanti al muso, la figura ricorda quella della donna che pose il fazzoletto davanti al volto di Cristo (o se si preferisce, quella della santa Veronica che mostra al popolo lo straccio col faccione del Figlio dell’Uomo). Nella veronica calcistica non c’è più traccia del fazzoletto: resta la piroetta ––– e una fugace figurazione allegorica: il passo in bilico sopra una sfera, complemento del mito di Atlante. Resta anche, naturalmente, la vittima: la vittima della gag, parte della cui tortura consiste nel non morire.

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Specialità del Trinche pare fosse il doppio tunnel, finta inaudita che non sappiamo figurarci se non con cinesfarfallamenti in cui la palla raggiunge la stessa folle instabilità del gatto di Schrödinger. La finta cioè come biforcazione dei possibili: l’avversario ingannato si getta su quello, tra i sentieri potenziali, in cui el Trinche reale non c’è: e in quel breve attimo, i due coesistono su piani di realtà reciprocamente alieni. La realtà stessa brevemente trema, sfarfallando tra le possibilità. Sulle spalle di Atlante la Terra si fa, per un istante, leggerissima. Uno spettro.

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Catturati nei (e sprigionati dai) rettangoli e cerchi magici del campo di calcio, dalle finte del Trinche si diramano i sentieri di infiniti altri Trinche possibili ma ingannevoli, evocati dall’incantesimo del Trinche reale, inutilmente inseguiti dagli avversari caduti preda del suo dribbling. Così anche noi, del Trinche non riusciamo che a brancicare i fantasmi: i fantasmi dell’aneddotica, del mito e diremo quasi dell’agiografia. Le nostre mani però restano vuote: el Trinche si dilegua, e la meraviglia non cessa di formicolare. Anche il Mondiale e la fama hanno cercato di catturarlo, e lui ha dribblato anche loro, scartandoli lungo le acque del Paranà, entrando nel mistero dell’epos: poche linee geometriche tracciate su della povera terracotta, che eternamente sfociano in un delta di nuove ipotesi e nuovi racconti.

E tutti gli altri giocatori non sono che ombre.

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