Marziale/ 4

"Se non ti dono i miei libretti,/ tu che li chiedi e li richiedi,/ la ragione è seria, Teodoro:/ i tuoi non voglio avere in dono".

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5.10

“Esse quid hoc dicam uiuis quod fama negatur
et sua quod rarus tempora lector amat?”
Hi sunt inuidiae nimirum, Regule, mores,
praeferat antiquos semper ut illa nouis.
Sic ueterem ingrati Pompei quaerimus umbram,
sic laudant Catuli uilia templa senes;
Ennius est lectus saluo tibi, Roma, Marone,
et sua riserunt saecula Maeoniden;
rara coronato plausere theatra Menandro;
norat Nasonem sola Corinna suum.
Vos tamen o nostri ne festinate libelli;
si post fata uenit gloria, non propero.

Si nega ai vivi la fama, domandi,

le opere di oggi pochi le leggono?

Nient’altro che invidia, Regolo, invidia

che ai moderni preferisce gli antichi.

Così cerchiamo ingrati l’ombra usata

del portico di Pompeo, così i vecchi

lodano i templi modesti di Catulo,

così Ennio si legge a Roma, vivo

Virgilio, e di Omero l’epoca sua

rise; a teatro zero applausi c’erano

per Menandro, per Ovidio Corinna

sola. Ma voi non fremete, librini

miei; la gloria è da morti. Non ho fretta.

5.45

Dicis formonsam, dicis te, Bassa, puellam:
istud quae non est dicere, Bassa, solet.

Dici di essere, Bassa, bella e vergine;

dire falsità, Bassa, è un’abitudine.

5.73

Non donem tibi cur meos libellos
oranti totiens et exigenti
miraris, Theodore? Magna causa est:
dones tu mihi ne tuos libellos.

Se non ti dono i miei libretti,

tu che li chiedi e li richiedi,

la ragione è seria, Teodoro:

i tuoi non voglio avere in dono.

6.26

Periclitatur capite Sotades noster.
Reum putatis esse Sotaden? Non est.
Arrigere desit posse Sotades: lingit.

Rischia la pena capitale il nostro

Sotade. Colpevole? Lui? Affatto.

Se più non si drizza, Sotade lecca.

6.85

Editur en sextus sine te mihi, Rufe Camoni,
nec te lectorem sperat, amice, liber:
impia Cappadocum tellus et numine laeuo
uisa tibi cineres reddit et ossa patri.
Funde tuo lacrimas orbata Bononia Rufo,
et resonet tota planctus in Aemilia:
heu qualis pietas, heu quam breuis occidit aetas!
uiderat Alphei praemia quinta modo.
Pectore tu memori nostros euoluere lusus,
tu solitus totos, Rufe, tenere iocos,
accipe cum fletu maesti breue carmen amici
atque haec absentis tura fuisse puta.

Non ti avrà lettore, Rufo Camonio,

amico, questo sesto libro che esce:

nero presagio nella Cappadocia

empia fu con te, e solo ossa e ceneri

al padre oggi rende. Piangi, Bologna,

del tuo Rufo privata, Emilia intera

risuona di lamenti. Quale cuore,

quale breve vita sfiorì: vent’anni

appena! Tu a mente mandavi i nostri

versi, Rufo, questi scherzi sapevi

ridire. Ricevi da un triste amico

assente, come incenso, un breve carme.

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