Articoli di Danilo Laccetti

Pieretto disse a Gabriella: “Non capisco perché voi due non ci passiate l’inverno in questo chiosco. Mangereste radici. Trovereste la pace dei sensi. D’estate la campagna è disgustosa, è un’orgia sessuale di polpa e di succhi. Soltanto l’inverno è la stagione dell’anima”.

Alla prima luce rimpianse che fosse ormai inverno, e non si potessero più vedere i bei colori del sole. Chissà se Guido ci pensava, lui che diceva che i colori erano tutto.

Nessun esercito in Italia, Cn. Pompeo in terre lontane conduceva guerra; per una sua candidatura al consolato grande speranza, il senato senza alcuna preoccupazione: tutto tranquillo, tutelato, ma quella la vera opportunità per Catilina.

Alta, sul poggio dalla cima bianca, c’era una nuvoletta. La prima nube di settembre. Ne fu lieto come di un incontro. Forse il tempo sarebbe cambiato, forse avrebbe piovuto, e sarebbe stato dolce sedersi davanti all’uscio, guardando l’aria fredda, sentendo il paese attutirsi.

Da quando son qui non ho ancora dormito una notte sul serio, pensavo. Come faccio a resistere fino a domani? E Vinverra si aspetta che gli accenda la macchina. Guardavo il lenzuolo e la faccia, e cercavo di stamparmi in mente com’era Gisella da viva, per ricordarmela sempre. Le ferite alla gola resteranno, pensavo, non si chiuderanno mai più come le altre. Da morti, la pelle marcisce, non si rimargina più. Chi sa se sentiva ancor male?

Come abbiamo piacere ad offrire, quando veniamo supplicati, il meritato consenso, così non amiamo che per mezzo dei nostri favori s’ingannino le leggi, soprattutto in quel frangente che a nostro avviso coinvolge la venerazione di Dio. Non si deve dare l’impressione, dunque, che chi ha ricevuto un favore possa eccedere, abbandonato dalla grazia divina.

In quei giorni, ricordo, mi svegliavo di colpo; pensavo a Linda e mi pareva di avercela accanto. Ma poi stavo nel letto con gli occhi chiusi e pensavo a tutt’altro; mi pareva di averci un grosso affanno e di essere come un bambino, più solo di un cane, aver fatto qualcosa di brutto e di senza speranza. Non avevo più scampo, non osavo sentirmi, avrei voluto non svegliarmi e morir lì. Neanche l’idea che se un giorno avessi avuto Linda accanto l’avrei presa, mi bastava. Mi facevo pietà, quest’è il fatto. Ero come un bambino che mettono nudo sul tavolo e poi mamma e sorelle se ne vanno di casa. Nascondevo la testa e mi affannavo.

Che poi se qualcuno, vòto di colpa, era incappato per caso nella sua amicizia, con la quotidiana frequentazione e la lusinga facilmente veniva reso uguale e simile agli altri. In summo grado, però, andava cercando, come amici, gli adolescenti; la loro mente, in ragione dell’età, debole e volubile veniva conquistata senza ostacolo.

Ogni artista cerca di smontare il meccanismo della sua tecnica per vedere com’è fatta e per servirsene, se mai, a freddo. Tuttavia, un’opera d’arte riesce soltanto quando per l’artista essa ha qualcosa di misterioso. Naturale: la storia di un artista è il successivo superamento della tecnica usata nell’opera precedente, con una creazione che suppone una legge estetica più complessa. L’autocritica è un mezzo di superare se stessi. L’artista che non analizza e non distrugge continuamente la sua tecnica è un poveretto.

Inoltre ordiniamo alla vostra venerabile assemblea di riferire ai maestri di letteratura in servizio che allo stesso modo in cui vengono a sapere della nostra preoccupazione in merito ai loro salari, così sappiano che con maggiore impegno devono perfezionare lo sviluppo educativo dei giovani.

Tutti avevamo un’incoscienza in questa guerra, per tutti noi questi casi paurosi si erano fatti banali, quotidiani, spiacevoli. Chi poi li prendeva sul serio e diceva “È la guerra”, costui era peggio, era un illuso o un minorato.