Tadmor

di in: Bazar

Per guardare come ti offri al tramonto, fiore del deserto, ho corso e molto, mi sono precipitato oltre l’ingresso alle rovine per arrivare in tempo, pieno d’affanno, di ansia sovrana, il thé ho scansato che un beduino all’ombra del tempietto d’Adriano m’offriva, in cambio del mercimonio delle sue carabattole sparse tra le zampe di un dromedario stanco.

Perché il tramonto, sai, è ovunque magnetica precarietà, sconsolato manifesto di energia che si dissolve e, mentre contempli, t’eccita. Rapimento, devastante solitudine intorno, e tu, perso nel buco di una minuscola nicchia dell’universo, tremi di orrore, puerile orgoglio. Impotenza coraggiosa.

Qui soltanto silenzio.

Silenzio che sposa fremiti indefiniti, è vero, brusii sotto la pelle di questa terra scempia, germogliano e s’accendono, quando l’arancia sbiadita del sole affonda oltre le torri funerarie della necropoli, s’animano tra gli archi della grande strada colonnata, e nella sabbia trovano pace, abbandonando riverberi incerti, lucentezza piena d’incanto.

In quest’assenza che invade, in questo sconfinato tacere, regina Zenobia la palmirena, sovrana imperiosa, contrabbandiera spietata degli assetati, gli occhi, i tuoi, e di tutti i tuoi morti scolpiti nella pietra, affastellati nella torre di Elahbel ai piedi di basse colline, tra sassi e terriccio, mi vengono incontro, mi inseguono ancora, ossessivi. Ostinatamente languidi, perseguitati da una dolcezza piena di rancore e da un’umiltà sincera, per nulla riverente.

I loro occhi ho sognato. Continuo a sognare.

Gli occhi del mercante di Smirne, del vagabondo di Antiochia, del legionario romano, sporchi di sabbia, arroventati di sole, quegli occhi, solcato il deserto per ore, grumi neri all’orizzonte le carovane di pecore e capre, hanno scorto le tue mura, la promessa dell’acqua. L’avvicinarsi del ristoro, di un’inquieta notte.

Tu, artificio sospeso nel vuoto, mostravi  le bestie che andavano al macello lungo la rampa del gran tempio di Baal. I belati di montoni furiosi, cammelli, cavalli, l’incenso che fuma, i fuochi accesi per l’enorme spiazzo là dove i sacerdoti ingiungevano liturgie di sangue e compromettevano gli dei del cielo.

Calato il sole, s’illuminano le rovine e imperioso veglia dall’alto di una ripida collina il castello di Fakhr al-Din. Inesorabile il buio progredisce, poco alla volta abbraccia.

Stridule vocette di certi bambini scalzi insistono dalle parti del teatro con manine tese, sfiancanti. Bakscìs, bakscìs.

Tra il potere terreno e quello divino, da una parte sontuosa la reggia della divina Zenobia e dall’altra il gran tempio, in mezzo c’è il dispendio dell’ozio e della chiacchiera: il teatro, le terme, le botteghe minute e i sudati convegni carnali dei bordelli, l’agorà dei commerci e delle trattative sconfinate, il senato dei dibattiti austeri, minacciosi.

Il mercante di Smirne, il vagabondo di Antiochia, il legionario romano: i loro occhi hanno viaggiato strade opposte, mondi diversi, solitari destini incrociando.

Con gli occhi sgranati, spesso informi, sempre veri, dei busti che esponi al museo, principessa delle palme, proprio con quegli occhi spaesati e folgorati dall’incanto, me li immagino arrivare qui, dopo tanto peregrinare nel deserto, col peso di una stanchezza che nessuna acqua può sanare per chiedere pace, ristoro.

Quante lingue e quante razze, signora dei datteri, hai impastato per loro. Tra le colonne e le porte, quanti manipoli di sfrontati avventurieri, mercenari, venditori di schiavi e richiami di baldracche, profumate d’oli e di piacere antico, ruvidi commercianti di spezie e timidi animali esotici.

Quale nutrimento per giovani menti in cerca di vita, che meraviglia di rifugio per quei poveri vecchi corpi consumati dal sole e dal deserto, che la morte vegliano alla tua ombra.

Tu li laverai e li massaggerai, offrendo vino condito di miele, frutta, e una calda puttana di Biblo per dimenticare la sabbia che ancora brucia negli occhi, il vento e l’arsura senza tregua, l’orizzonte sinuoso che all’improvviso si fa un’incommensurabile lama piatta.

Domattina si sveglieranno.

Per qualcuno la carovana già pronta col carico di cinnamomo e zenzero, per qualcun altro la centuria schierata attende di unirsi al resto della legione alla volta di Apamea, e qualche altro spera di trovare generosa ospitalità sul carretto di uno sfregiato scalpellino di tombe che va a lavorare verso Gerusalemme.

Questa notte, Tadmor, prodigio nel nulla, il dolore, l’immenso dolore che li ha governati, lo sconforto e la disperazione, l’odore della morte sempre  a un passo e la solitaria noia, le umiliazioni e l’angoscia di non trovare ascolto in nessuno, la nostalgia della loro famiglia distante anni ormai, lascia pure che volteggino innocui negli occhi per qualche tempo, incubi persi nella lontananza. Lascia che si distendano e sospirino di gioia, che prima di addormentarsi sorridano grati dei tuoi doni e si annullino anche solo per un istante nella contemplazione dei tuoi palazzi, della tua oasi.

Fiore del deserto, meraviglia che non hai prezzo.

 

* Questo testo è un estratto da Allemanda fantasiosa con qualche tremore, quarto movimento della raccolta inedita Requiem ultimo. Sinfonia di prose, divagazioni, racconti per voce sola.