Pavese/ 1

Tutti avevamo un’incoscienza in questa guerra, per tutti noi questi casi paurosi si erano fatti banali, quotidiani, spiacevoli. Chi poi li prendeva sul serio e diceva “È la guerra”, costui era peggio, era un illuso o un minorato.

La casa in collina, cap. 3

La scuola, come sempre, era intatta. Mi accolse il vecchio Domenico, impaziente di andarsene a vedere i disastri. C’era già stato avanti l’alba, al cessato allarme, nell’ora che tutti vanno tutti sbucano, e qualche esercente socchiude la porta e ne filtra la luce (tanto ci sono i grossi incendi) e qualcosa si beve, fa piacere ritrovarsi. Mi raccontò cos’era stata la notte nel nostro rifugio dove lui dormiva. Niente lezioni per quest’oggi, si capisce. Del resto anche i tram stavano fermi, spalancati e deserti, dove il finimondo li aveva sorpresi. Tutti i fili erano rotti. Tutti i muri imbrattati come dell’ala impazzita di un uccello di fuoco. “Brutta strada, non passa nessuno” ripeteva Domenico. “La segretaria non si è ancora vista. Non si è visto Fellini. Non si può sapere niente”.

Passò un ciclista che, pied’a terra, ci disse che Torino era tutta distrutta. “Ci sono migliaia di morti” ci disse. “Hanno spianato la stazione, han bruciato i mercati. Hanno detto alla radio che torneranno stasera”. E scappò pedalando, senza voltarsi.

“Quello ha la lingua per parlare” borbottò Domenico. “Non capisco Fellini. Di solito è già qui”.

La nostra strada era davvero solitaria e tranquilla. Il ciuffo d’alberi del cortile del convitto incoronava l’alto muro come un giardino di provincia. Qui non giungevano nemmeno i fragori consueti, i trabalzi dei tram, le voci umane. Che quel mattino non ci fosse trepestio di ragazzi, era una cosa d’altri tempi. Pareva incredibile che, nel buio della notte, anche su quel calmo cielo tra le case avesse infuriato il finimondo. Dissi a Domenico di andarsene, se voleva, a cercare Fellini. Sarei rimasto in portieria ad aspettarli.

Passai mezza mattina riordinando il registro di classe per gli scrutini imminenti. Facevo addizioni, scrivevo giudizi. Di tanto in tanto alzavo il capo al corridoio, alle aule vuote. Pensavo alle donne che compongono un morto, lo lavano e lo vestono. Fra un istante il cielo poteva di nuovo muggire, incendiarsi, e della scuola non restare che una buca cavernosa. Solamente la vita, la nuda vita contava. Registri, scuole e cadaveri erano cose già scontate.

Borbottando nel silenzio i nomi dei ragazzi, mi sentii come una vecchia che borbotta preghiere. Sorridevo tra me. Rivedevo le facce. Ne erano morti stanotte? La loro allegria l’indomani di un bombardamento – la vacanza prevista, la novità, il disordine – somigliava al mio piacere di sfuggire ogni sera agli allarmi, di ritrovarmi nella stanza fresca, di stendermi nel letto al sicuro. Potevo sorridere della loro incoscienza? Tutti avevamo un’incoscienza in questa guerra, per tutti noi questi casi paurosi si erano fatti banali, quotidiani, spiacevoli. Chi poi li prendeva sul serio e diceva “È la guerra”, costui era peggio, era un illuso o un minorato.

(…)

Suonò il telefono. Era il padre di un ragazzo. Voleva sapere se davvero non c’era lezione. Che disastro stanotte. Se i professori e il signor preside erano tutti sani e salvi. Se suo figlio studiava la fisica. Si capisce, la guerra è la guerra. Che avessi pazienza. Bisognava comprendere e aiutare le famiglie. Tanti ossequi e scusassi.

Da questo momento il telefono non ebbe più pace. Telefonarono ragazzi, telefonarono colleghi e segretaria. Telefonò Fellini, da casa del diavolo. “Funziona?” disse sorpreso. Sentii la smorfia di scontento che gli mangiò mezza la faccia. “Non c’è nessuno in portieria, cosa credi? Che sia festa? Vieni subito a dare una mano a Domenico”. Chiusi. Uscii fuori. Non volli rispondere più. Dopo una notte come quella era tutto ridicolo.

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