Presiden arsitek/ 38

"La voce di S. quando ronzava la nota sotto l’influsso della vibrazione della motocicletta che aveva finito per fondere insieme lei e suo padre non era la voce che S. aveva di solito, e non le era mai stato possibile ripetere quel suono a casa o in qualunque luogo che non fosse la motocicletta nera di suo padre che saliva verso il lago".

di in: Presiden arsitek (0)

ἐκεῖ ἔσται ὁ κλαυθμὸς καὶ ὁ βρυγμὸς τῶν ὀδόντων

(Mt. 8,12)

“Preghiamo insieme e diciamo: Noi siamo le cavallette e la pioggia di sangue.”

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La bambina col frac aveva imparato ad andare in bicicletta senza l’aiuto di nessuno, rifiutando ostinatamente di salire sulla sua nuova biciclettina arancione in presenza del padre o della madre, ai quali aveva concesso solo di sbirciare dall’alto del poggiolo i suoi malcerti andirivieni lungo il vialetto sterrato, dal cancello al tiglio che separava il vialetto dalla strada, le sue cadute di giorno in giorno sempre più rade e infine il primo tracciato senza interruzioni dal cancello poi intorno al tiglio e di nuovo al cancello, una linea vagolante come quella di un ramicello d’edera che si srotola verso il sole.

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Nudi come cani nelle tenebre

paradiso terrestre stridore di denti.

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DON GIORGIO GIORGIO: “Monofisismo. Il problema della doppia natura torna ad affliggere l’uomo, ma il prisma in cui le nature convergono non è più Nostro Signore Gesù Cristo ma, o somma blasfemia, l’uomo stesso; né nell’uomo si tratta di distinguere ciò che è umano e ciò che è divino, bensì ciò che è carne e ciò che è luce –– ciò che è luce senza mai essere vera luce. L’uomo è ormai un prisma fasullo dal quale si dipartono le due nature, quella del suo corpo fisico e quella del suo corpo tecnologico – ossia il profilo Psyche® di ciascuno, e con esso il software da cui ogni Psyche® è generata, e a cui ogni Psyche® è prima o poi destinata a tornare.”

Ripetiamo insieme, Noi siamo le cavallette e la pioggia di sangue.

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Il piede della bambina col frac si posa nell’acqua del mare di Pomposa, i raccoglitori di corallo indaffarati attorno ai corpi rinsecchiti dei barsàla, e al largo i bagliori delle fortezze galleggianti in fiamme, nella bambina quell’infinitamente dolce senso di infinita impotenza che solo ai popoli che hanno perduto una guerra si dischiude.

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VALMARANA: “È ovvio, è logico, è l’ABC. Lo stesso esemplare deve subire lo stesso esperimento. Stesso esemplare, stesso esperimento, stesso risultato. E quando tutti i risultati per tutti gli esperimenti per tutti gli esemplari saranno tutti uguali, allora non ci sarà più differenza tra gatto e topo, e tutto tornerà come se niente fosse mai accaduto, e l’unica cosa che resterà sarà la pomata. Perciò che importanza ha se l’esemplare è vivo o no, se è siamese o persiano o tigrato o che altro, l’unica cosa importante è la pomata. Soluzioni sempre più liquide… Ah! Forse è questa la soluzione. Ah ah!”

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MILOŠ: “Lei sarebbe l’ospite ideale di un campo di concentramento, e se non suonasse diciamo mostruoso direi che diciamo è diciamo un peccato che non lo sia diciamo stato sul serio. La sua docilità è inumana, se lo lasci dire,” aveva soggiunto bloccando lo sportello del macchinario con una piccola tenaglia di metallo che mi fece venire in mente i vasetti di vetro in cui mia madre teneva le noci con il miele, e io ogni volta pensavo che le noci fossero le cervella degli gnomi, e avrei tanto voluto aiutare mia madre o mio padre nella delicatissima operazione di segatura del cranio degli gnomi, che per la natura e la sottigliezza degli strumenti richiesti si collocava a metà tra il lavoro dell’orologiaio e quello del falegname, e che il cervello una volta pinzato delicatamente fuori dal cranio inconcepibile dello gnomo sarebbe apparso avvolto in una tenue rete filamentosa di miele.

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Come una bambina cartaginese.

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[Estratto dai materiali sequestrati ai conduttori della trasmissione radiofonica I figli del Capitan Visiera, attualmente sotto esame da parte del Commissariato di Briwen, sottosezione di Schwarzschwarz, Amazzonia Settentrionale, fascicolo 7-21/5] 7/5 Sento che mia moglie sta stringendo il mio braccio ancora più forte, come una fascia per misurare la pressione sanguigna; è perché vorrebbe rimproverare l’uomo per essersi lasciato scivolare la propria figlia dal trapezio, e anzi prima ancora per aver permesso che sua figlia facesse un lavoro tanto pericoloso, una bambina (le dita si stringono alternativamente attorno al mio braccio come i denti di un carillon tanto che quasi potrei tradurre parola per parola i suoi movimenti, come se il mio braccio fosse di quel carillon il cilindro dentellato), ma dato che in realtà noi non sappiamo nulla dell’incidente e di come è andata tutta la cosa, si limita a stritolarmi il braccio, e poi che importa, da come stanno vicini si capisce che l’uomo e la bambina col frac si vogliono bene. Capisco così profondamente questa sconosciuta cui ad un certo punto è stata irrevocabilmente attaccata l’etichetta di MOGLIE che mi sento male. Il disco registrato inserito nel Giabba adesso sta diffondendo un servizio legato al famoso scandalo dei treni “FIAT”:

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DON GIORGIO GIORGIO: “Eἰς τὸ σκότος τὸ ἐξώτερον, nelle tenebre esteriori: ecco la più rapida descrizione dell’inferno: un’esistenza slogata come una corda di chitarra che abbia perduto ogni tensione ma nella quale sia nondimeno ancora viva l’aspirazione ad essere uno dei nodi di un ingranaggio armonico. Per sempre separata dall’armonia, per sempre divisa dalla tenebra interiore. E la danza dei diavoli intorno a lei non fa che intensificare il suo tormento, poiché nel chiuso pallore della sua anima nulla più risuona e ogni movimento non è che di polvere brevemente sollevata al posarsi di un piede nell’acqua.”

Rip.: Noi siamo le cavallette e la pioggia di sangue.

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8/5 “…sociazione terroristica dormiente sorta, non si sa né come né quando, in seno all’Ente Ferroviario e che, nel corso degli anni, grazie alle sue sempre più numerose e diffuse ramificazioni (“le terminazioni nervose di un’associazione terroristica”, interviene a questo punto il padre della bambina col frac “sono i punti più delicati dell’organizzazione di un movimento del genere; si tratta di segretari, camerieri, uscieri, portalettere, lattai e spazzacamini, persone situate in posti chiave ed in posizioni subalterne, quasi invisibili, che il movimento deve riuscire a coinvolgere nelle proprie macchinazioni senza che loro stessi ne siano consapevoli; scegliere persone di questo tipo è un compito estremamente delicato; esistono gruppi speciali di psicologi – parlo delle organizzazioni meglio architettate”, soggiunge a questo punto, facendo un gesto verso gli altoparlanti del Giabba, gesto che potrebbe voler dire sia che la “FIAT” era molto ben organizzata, sia che non lo era abbastanza, dato che alla fine è stata smascherata (già il fatto che si sappia dell’esistenza della società segreta è un primo segno del suo fallimento), e a questo punto io lo interrompo per dirgli che anche a me è capitato di finire su uno dei “treni” della “FIAT” – e quando inizio a raccontare mia moglie mi molla il braccio e smette di comunicare con quel modo tra il morse e il carillon, dato che questa storia l’avrà già sentita un milione di volte.

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Così le avevano insegnato a camminare, o così almeno S. ricorda, ricorda delle mani calde e invisibili che con dolce forza la tenevano sollevata, e i suoi piedi entrare nell’acqua e sparire in una nebulosa di sabbia, come per una buffa mutilazione che non era che il preludio di una metamorfosi fatata. Quando le avevano raccontato la fiaba del santo che camminava sull’acqua, aveva pensato, Forse sono una santa anch’io… Ogni volta che al circo si esercitava con suo padre al trapezio, le tornava in mente quel giorno e quel mare.

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DON GIORGIO GIORGIO: “Vero è ciò che corrisponde a verità. Corrisponde: ma che non è verità. Vera lux: o sommo tra i misteri invisibili! Vera lux è ciò che corrisponde alla luce, ma non è realmente luce. Vale, com’è ovvio e terribile, vale anche a ritroso: la luce reale non è la vera luce.”

Rip.: Noi siamo le cavallette e la pioggia di sangue.

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VALMARANA: “All’inizio avevo pensato–– no, non io, naturalmente non io, io non penso un bel niente, io ripeto gli esperimenti di T–––š B––––k, ma il punto è –––– sono proprio sicuro di averli ripetuti bene? è così difficile essere uno specchio fedele, a volte mi dico che è ancora più difficile che limitarsi ad essere l’originale. Limitarsi! che cretinate dico! Originale! Sono proprio le cretinate a fregarmi, è proprio per via delle cretinate che io sono il riflesso e lui è quello che pensa e comanda.”

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La vernice nera della motocicletta veniva traversata da riflessi bianchi quando passando lungo i tornanti catturava brevemente un raggio di sole. S. si teneva aggrappata a suo padre, “Come una scimmietta”, le aveva detto lui, “tieniti forte forte”.

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DON GIORGIO GIORGIO: “Nel flusso della rete l’individuo riversa se stesso a livelli e con modalità che possono essere paragonati (in quanto ne sono una grottesca caricatura) alle modulazioni auto-/de-costruenti dell’inconscio; e così l’ininterrotta emorragia di immagini, l’iconorragia ecco, l’iconorragia abolisce in quanto tale le immagini dell’animo (l’estinzione dei sogni che oggi stiamo vivendo un po’ tutti e di cui l’antica chiusura degli oracoli non era stata che un remoto preludio), l’iconorragia delle Psyche® corrode le immagini interiori e in potenza fagocita ossia presto o tardi fagociterà l’anima stessa, in modo tale che comprendiamo ormai il senso, miei cari fedeli, dell’ossessione del mondo attuale per la privacy, uno dei nuovi idoli d’oro, altro nome che oggi si dà all’anima, ovvero a ciò che ne resta. Oggi ai sottodiavoli si vende la privacy, dell’anima non sanno più che farsene. L’essere umano sta abolendo l’io geometrizzandolo nella tenebra esteriore delle macchine, e ben presto abolirà anche il proprio corpo, trascendendo attraverso la tecnologia l’obiettivo degli yogin e dei nostri santi martiri… Allora finalmente sentirà nella propria carne scarnificata e nella propria anima disanimata che la nascita è un concetto del tutto privo di senso, e verrà finalmente il regno dei cieli, nel quale la vita e la morte saranno solo due stupidi fantocci appesi a un chiodo, buoni solo per far ridere o per far legna l’inverno. Verrà finalmente il regno dei cieli poiché esiste un orologio interno alle specie, misterioso alle specie che pure ne sono le lancette, un orologio che ordina il loro percorso in modo da condurle senza errori e in linea retta verso l’estinzione. ––––– Ho detto retta? Naturalmente così risulta a noi, che non conosciamo altro movimento, ogni direzione ci appare sempre retta e senza ritorno, ma questo solo perché retta e senza ritorno è la direzione del nostro pensiero.”

Rip.: Noi siamo le cavallette e la pioggia di sangue.

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9/5 I falsi binari di uno dei “treni” della “FIAT” mi avevano portato in una scuola di ballo in riva al mare, racconto al padre della bambina col frac. Letteralmente in una scuola di ballo, dato che sceso dal vagone – tutt’ora non si è venuti a capo del modo di procedere della “FIAT” durante i suoi “attentati” – mi ero ritrovato in un corridoio di aule, alcune aperte, dentro le quali si vedevano delle ragazze ballare in silenzio, senza musica, vestite di bianco, e io avevo trovato fuori dalla scuola una specie di tuttofare, che mi aveva spiegato che ero capitato nel bel mezzo di un “attentato” della “FIAT”, e che quella scuola di ballo era, del che nessuno sinora s’era mai reso conto, una delle “stazioni” dell’associazione terroristica; in qualche momento del mio tragitto, così mi aveva spiegato il tuttofare della scuola di ballo, forse lui stesso un infiltrato della “FIAT”, il vagone su cui stavo viaggiando doveva essere stato sganciato e convogliato sui “binari” della “FIAT” – erano in grado di posare e subito dopo l’“attentato” smantellare i loro “binari” anche il giorno stesso; si parlava di speciali “treni” carichi di “binari” che venivano montati durante l’attentato, uno davanti all’altro… poi, man mano che il “treno” passava, i “binari” superati venivano sollevati da braccia meccaniche e fatti rotolare lungo cingoli sul tetto del “treno” per essere di nuovo utilizzati, un nastro trasportatore e braccia meccaniche, mi aveva ripetuto il tuttofare con gli occhi spalancati, e il processo era talmente lento che i “viaggiatori” dei “treni” della “FIAT” venivano addormentati durante il “viaggio” o, se il gruppo di terroristi era particolarmente estroso, intrattenuti con finti incidenti, controlli, guasti, o infine con veri e propri spettacoli; nelle versioni più raccapriccianti della storia, i “viaggiatori” venivano messi in coma farmacologico fino a che non fossero giunti a “destinazione”, ma queste naturalmente erano solo voci, aveva sospirato la guida, l’unica cosa certa era che tutta la faccenda restava un mistero, persino per le “vittime degli “attentati” ––––––––– (((In realtà il factotum non mi dice niente di tutto questo))).

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MILOŠ: Il presidente ha un terrario con dei camaleonti. La cosa che meno riesco a sopportare sono le loro dimensioni, indicibilmente minuscole. Una singola farfalla per loro è un boccone enorme. Il presidente mi ha invitato a infilare una mano nel terrario, e subito dalla terra sono spuntate piccole lingue appiccicose e lui subito ha detto qualcosa e hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi!

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VALMARANA: A volte mi dico che potrebbe benissimo essere il mio maggiordomo, essere travestito da servo, per sorvegliarmi, ecco, proprio così. Forse con le sue pomate potrebbe benissimo sembrare me, benissimo, sì, essersi benissimo nascosto nello specchio, eh già, si sa, il trucco migliore per l’originale è proprio quello di farsi passare per un riflesso, mentre viceversa il trucco migliore per un riflesso è… Ahf! Di nuovo con queste cretinate.

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Scimmietta cartaginese.

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DON GIORGIO GIORGIO: “È ancora oggi necessaria la carne per nascere? Non per molto ancora, cari fratelli e care sorelle, non per molto: siamo destinati a rinsecchire come gusci morti e a spappolarci nella foresta ortogonale della rete (è questo il tempo in cui sono ormai solo i dèmoni a farsi pescatori di uomini!), ma prima che sia finita ci aggrapperemo disperati agli ultimi brandelli di carne fertile. Nell’ordine del tempo naturale e del corpo animale, l’uomo appare come un amalgama viscoso e di quanto mai ostica eradicabilità; un chewing-gum sotto le scarpe, mi seguite? Ne resta sempre una piccola particella bavosa e tenace, e magari mentre tutti gli altri mammiferi si disintegrano beatamente quello si chiude in un bunker per sfuggire a chissà quale imprevista ekpirosis, e–– e si vedrà che l’arredamento di un bunker non è poi molto diverso da quello della camera in cui le mummie dei faraoni aspettavano che Anubi strappasse loro il cuore ––––– ogni sopravvivenza non è che una malriuscita psicostasia. Vacui vampiri di cartapecora, useremo il ventre delle balene sopravvissute alla catastrofe per far nascere tra le loro fetide pareti interi villaggi tutti in una volta, tanto che gli ultimi a uscire saranno già adulti e verranno praticamente vomitati dal mostro come Geppetto con il suo burattino. E siccome non sei né caldo né freddo io ti vomiterò. E costruiremo enormi uova covate da dinosauri fatti resuscitare appositamente, ogni volta gusci sempre più grandi e trasparenti, sempre più grandi, tutto, qualsiasi cosa pur di rallentare ancora di un minuto la fine, come Achille e la Tartaruga in cammino verso la mezzanotte.”

Rip.: Noi siamo le cavallette e la pioggia di sangue.

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MILOŠ: Decor mi passò uno straccio sulla fronte. Mi accorsi solo allora che stavo sudando –– il metallo del macchinario si stava surriscaldando ––– Lo straccio puzzava di capra ed era uno straccio da pavimenti. Decor non mi guardava negli occhi, fissava concentratissimo un punto della mia fronte. Represse un sorriso mentre controllava che la cassa di latta fosse ben chiusa e che io non potessi uscire. La fragilità apparente dell’aggeggio mi aveva reso più docile nella fase dell’imprigionamento.

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Il nero della vernice e quello del sedile della motocicletta a volte diventavano così caldi che le sembrava quasi che un animale le stesse morsicando i polpacci e le ginocchia, e allora si stringeva più forte al torso di suo padre, la vibrazione del motore che le saliva lungo i fianchi, e le braccia, e poi attraverso le mani si diffondeva fin nel torso di suo padre. Come una scimmietta. Sognava di avere un giorno anche lei proprio come una scimmia dei piedi in grado di afferrarsi al corpo della motocicletta, e una coda che avrebbe sventolato virgole e punti di domanda impazziti dietro di lei e suo padre che sfrecciavano verso il lago.

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DON GIORGIO GIORGIO: “Si racconta che il mito degli angeli sia stato ispirato da degli umani. Secondo questa teoria li “angeli” originari da cui derivarono le nostre gerarchie sarebbero stati degli uomini, una setta di autoevirati o di evirantisi a vicenda (nelle aule accademiche fervono pugnaci e pagane diatribe) nel nome di un ignoto/innominabile superiore. Satana vorrebbe però conservare i propri gioielli, e da qui parte la rivolta.”

Rip.: Noi siamo le cavallette e la pioggia di sangue.

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10/5 L’insegna del posto in cui lavora il factotum dice BARBIERE. È impossibile dire a cosa servisse il locale prima che il “barbiere” vi si insediasse. “Faccio tutto con le lame, ogni cosa usando oggetti taglienti, è stato mio padre a insegnarmi l’arte…” Ha costruito l’arredamento con le sue mani. “Tutto in legno, neanche un chiodo, tutto a incastro; legno di pero e di olivo; guardi che sfumature, che venature, qui, e qui…–––” Sotto il lavandino ha tagliato un vano dove ha sistemato un’autoradio, e mi accorgo che le poltrone sono vecchi sedili di automobile, e che le leve da azionare col piede per regolare l’altezza sono i pedali dell’acceleratore e della frizione.

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LA TRUUT: …è diventata come una bambola di pezza, di quelle che le streghe trafiggono con spilloni per maledire le persone. Strappo pezzetti di tovaglia e lenzuolo per farle i vestiti, con un quadratino di tappeto e della colla le ho costruito una poltrona. I suoi capelli sono sempre arruffati come quelli di un pagliaccio, sono molto forti i suoi capelli e quando glieli carezzo lei sorride ovvero, naturalmente, sembra che sorrida.

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La vibrazione ustionante del motore passava nel torso di suo padre come se S. e suo padre fossero due corde di pianoforte, e il sole sputava i suoi raggi contro la vernice della motocicletta liquefacendone il nero in una pupilla gigante che rideva sotto di lei a cavalcioni.

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11/5 Il “barbiere” faceva anche il calzolaio – il bagagliaio della sua auto (la quale ha tutti e due i sedili) era pieno di scarpe bianche da ballerina – e il meccanico. Il suo locale si apriva in un corridoio molto spazioso, quasi un piccolo capannone, e dopo il mio ritorno dall’“attentato” avevo provato più volte a ricordare se in quella specie di capannone ci fossero binari, e per chi altro se non per la “FIAT”, del resto, avrebbe potuto fare il meccanico, di sicuro nel capannone non c’era nessuna auto, e in ogni caso le spiegazioni che il “barbiere” mi aveva dato erano davvero generiche, e fondamentalmente si limitavano a rendermi noto che ero stato “vittima” di un “attentato” della “FIAT” (talmente ben congegnato che, sceso nel corridoio della scuola di ballo, era stato sufficiente il breve tempo di una mia ricognizione del piano terra della scuola tra le ballerine silenziose e tutto il resto perché al mio ritorno il vagone e i binari fossero scomparsi, come risucchiati nel pavimento e nelle pareti della scuola. Resta un corridoio (diverso però, così gli sembra, da quello in cui è “arrivato” il suo “treno”) sulle cui pareti, soffitto e pavimenti è stato dipinto l’esterno di un treno, come se qualcuno ne avesse smontato uno e poi l’avesse rimontato con le pareti esterne rivolte all’interno, un treno rivoltato, un’opera d’arte con tanto di cartellino. Nonostante sia inserita in un paese periferico (ma come fa un paese ad essere periferico?), accanto a opere dilettantesche, a chiunque abbia la pazienza di osservarlo è evidente che il treno rivoltato è un’opera, a dispetto della sua natura terroristica di ordine superiore.

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Le sue mani erano allora come sprofondate nelle viscere di suo padre come se il suo ventre fosse destinato a reinghiottirla per sempre, ed era appunto quando la vibrazione finiva per fondere lei e suo padre e la motocicletta in un unico essere senza volto né mani né occhi, che S. diceva a se stessa, Ora siamo davvero sulla strada.

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12/5 Avevo persino palpato le pareti del corridoio in cerca della classica leva segreta, sentendomi terribilmente ridicolo e condannato ––– ma il “barbiere” non mi aveva forse parlato anche di un fantomatico “orario” dei “treni” della “FIAT”, e non mi aveva anche rivelato che quel fantomatico “orario” era in vendita, mescolato tra orari normali e innocui? Forse si trattava di un nuovo tipo di “attentato” per fare in modo che la “vittima” salisse fin da subito sul “treno” della “FIAT” –– compri senza saperlo l’orario sbagliato e ZAC –––––– o forse era solo un’altra diceria.) è riuscito – continua il Giabba, mentre la bambina col frac nasconde la faccia contro il petto di suo padre e mia moglie scende con la mano lungo il mio braccio fino a intrecciare le sue dita con le mie –– a costruire una serie di locomotive e rotaie abusive, veri e propri binari fantasma, tutto contrassegnato dalla fabbrica italiana di automobili omonima, racchiuso tra virgolette; era con questi mezzi che i membri della “FIAT” sequestravano le loro “vitt…”;

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Chiudeva gli occhi e lasciava che la febbre

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13/5 il padre della bambina col frac appare molto colpito dal mio racconto, e vedo bene che sta per chiedermi qualcosa sulle circostanze del mio ritrovamento o “rilascio” (le “vittime” degli “attentati” della “FIAT”, com’è noto, non ricordano mai le circostanze precise del loro “rilascio”; perciò è preferibile parlare di ritrovamenti) e io istintivamente mi porto una mano all’occhio, ma senza toccarlo, perché adesso mi brucia da morire, mi porto una mano all’occhio perché confusamente ricordo che l’insetto che mi sta consumando il bulbo oculare è in qualche modo collegato all’“attentato” di cui sono stato “vittima”, un qualcosa che ha a che fare con il movimento degli occhi di chi guarda fuori dal finestrino di un treno in corsa, e guardando a volte vede il tenue riflesso parziale dei passeggeri o dei posti vuoti del suo compartimento, e in quel riflesso parziale può veder balenare––– non so come ma l’insetto che mi sta divorando l’occhio si è installato in quel modo, e sto quasi per raccontare, a quell’estraneo e in presenza di mia moglie, sto quasi per raccontare tutto. Come per incoraggiarmi, il padre della bambina col frac dice qualcosa come “La cosa più difficile è nascondere una cosa lasciandola trapelare in modo che solo molti anni dopo, quando sarà ormai troppo tardi, la vittima se ne rammenti e si rammarichi di non averla notata al momento giusto; come nei gialli, solo che la soluzione porta con sé rammarico invece che meraviglia.”

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Chiudeva gli occhi e lasciava che la febbre calda della vibrazione

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14/5 Io vorrei parlare all’uomo degli occhi e del movimento come di bambola messicana che fanno quando si guarda il paesaggio sfrecciare fuori dal finestrino di un treno, ma mentre parlavamo siamo usciti dalla sala del Giabba, che nel frattempo continua a gracchiare i propri notiziari, e siamo arrivati nella sala dell’apparecchio cardioradiofonico per il quale io e mia moglie abbiamo deciso di visitare il/i museo/i. L’apparenza è quella di un vecchio harmonium sormontato da un pannello decorato con una Adorazione dei Magi in stile fintoquattrocentesco (per inciso, è curioso come moltissimi tra i primi apparecchi radiofonici avessero l’aspetto di paramenti ecclesiastici; non mi risulta che le radio siano mai diventate oggetti liturgici, anche se si può ben immaginare un qualche ramo, magari protestante, magari americano, di cristiani particolarmente eccentrici e sensibili alle novità tecnologiche, o chiese che in tempo di guerra potevano essere state utilizzate come centro di smistamento informazioni–– è ben vero che esistono stazioni religiose che a volte trasmettono rosari o intere funzioni ed omelie, ma è un’altra cosa, almeno credo). Il coperchio della “tastiera” però è già sollevato, per cui l’inganno mimetico non è operativo, dato che sono già visibili, al posto della tastiera, le manopole e gli indicatori luminosi. I costruttori per un qualche motivo hanno mantenuto alcune porzioni simili alla tastiera di un harmonium, sebbene nessuno a questo punto crederebbe mai di trovarsi davanti a uno strumento musicale (per cui può anche essere che non ci fosse alcun intento mimetico fin dall’inizio, che i tasti e magari persino l’aspetto da harmonium siano costituzionali dell’apparecchio e non una sua maschera).

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Chiudeva gli occhi e lasciava che la febbre calda della vibrazione le salisse

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15/5 O forse dopotutto sì, uno strumento musicale elettronico, o un antenato degli strumenti elettronici, un passo avanti rispetto agli ottocenteschi harmonium fintoquattrocenteschi; alcune manopole hanno perfino l’indicazione del registro (sesquialtera, ripieno, oboe, vox humana) anche se è chiaro che servono per individuare le stazioni radiofoniche o regolare la temperatura del braciere, “come in un martirio perfettamente efficiente e quasi del tutto indolore” bisbiglio al padre della bambina col frac che si limita ad annuire nonostante le parole che gli ho bisbigliato come cose che una bambina non dovrebbe sentire in effetti non abbiano o non possano avere senso, almeno non per lui, anche se in fin dei conti lui è qui, e sembra aver dimenticato del tutto il parco acquatico – è pur vero che il guardiano della sala degli apparecchi cardioradiofonici di quando in quando tossicchia per via delle impronte bagnate che l’uomo e la bambina lasciano sul pavimento, forse temendo che l’uomo e la bambina col frac stiano correndo il pericolo di scosse elettriche o di intercettazioni radiofoniche involontarie attraverso i piedi bagnati, come un elettroshock a livello cardiaco ovvero subcerebrale.

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Chiudeva gli occhi e lasciava che la febbre calda della vibrazione le salisse attraverso

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16/5 Comunque lui dopo aver annuito mi risponde in modo altrettanto insensato raccontandomi di come abbia l’abitudine di portare la propria figlia a visitare luoghi architettonicamente complessi perché lei si sforzi, con i propri occhi da bambina, di scovare la regola che ne governa la struttura. Di preferenza i luoghi sono chiese, e secondo il padre della bambina col frac il fine più alto delle chiese è appunto di natura pedagogica, di spingere e incanalare il pensiero verso astrazioni geometriche ed estetiche. Mentre mi parla l’uomo pigia distrattamente uno dei tasti dell’“harmonium”, che in effetti manda una breve nota; all’altro lato della sala si trova un apparecchio simile a una specie di bara di latta con un buco in cima per la testa dell’operatore, uno a lato per la mano sinistra, uno all’altezza del cuore. L’uomo si dirige verso questo apparecchio e mi fa notare come molti tra gli apparecchi di questo museo sembrino essere stati costruiti seguendo principi mimetici probabilmente legati ad esigenze di tipo bellico.

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Chiudeva gli occhi e lasciava che la febbre calda della vibrazione le salisse attraverso la spina dorsale

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17/5 Sollevando il coperchio della “bara” radiofonica il padre della bambina col frac inizia a parlarmi delle tecniche di mimetizzazione dei fortini, tutto l’opposto di quello che si faceva con i castelli, e nello stesso tempo mi parla delle virgolette, le virgolette tipografiche, virgolette del cazzo dice (mia moglie detesta le parolacce), ad alta voce, senza minimamente preoccuparsi di sua figlia, se ci fa caso oggi le dovremmo infilare quasi in ogni frase, dice il padre della bambina col frac, “vittime”, “FIAT”, “bara”, “juke-box”, “harmonium”, “museo”, “attentato”, “bambina”, “frac”, è perché qui è tutto mimetizzato, ma fare una cosa al posto di un’altra è lo stesso che mentire, conclude il padre della bambina col frac infilandosi nella “bara” e facendo chiudere il “coperchio” alla propria figlia. La bambina col frac aiuta il padre, la cui testa e il braccio sinistro sono rimasti liberi, a infilare il braccio sinistro nel tubo all’altezza del cuore. Il tutto si svolge molto lentamente, in modo quasi pornografico.

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Chiudeva gli occhi e lasciava che la febbre calda della vibrazione le salisse attraverso la spina dorsale e la gola,

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18/5 Mia moglie finge di essere completamente assorbita dal cartellino espositivo ai piedi dell’“harmonium”. Quando ormai la bambina col frac ha infilato nel tubo tutta la mano del padre – e all’improvviso qui mi viene in mente un certo maestro elementare con il pallino dell’arte, la bambina col frac e suo padre chiuso nella “bara” come immobilizzati in un mosaico a vetrata dietro il quale distinguo i contorni del maestro di disegno, forse mi è venuto in mente per via di tutte le persone in costume da bagno che tutt’ora perlustrano, sempre meno convinte, il museo in cerca di uno scivolo, quell’insegnante infatti andava sempre a piedi nudi ed esigeva che strappassimo a mano i nostri fogli da disegno, che li strappassimo da enormi fogli di carta da imballaggio bianca, e si rammaricava che i mezzi della scuola non permettessero di preparare da zero la propria carta e la propria matita, non voleva che usassimo altro che una matita e si arrabbiava per cose che ci sembravano incomprensibili, e io pensavo che era il tipo di uomo che si sarebbe capito al volo con Gesù, e sapevo che se si fossero incontrati, dopo essersi scambiati pochissime parole per me del tutto incomprensibili, sarebbero poi passati immediatamente all’azione, perfettamente concordi, perfettamente inintelligibili.

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DON GIORGIO GIORGIO: “L’aura cimiteriale che emana anche dal più banale profilo Psyche®, e che in quelli maggiori imprime su ogni post l’ombra vipistrellesca e testamentaria della “parola in punto di morte” (sì, “i maggiori”: poiché sta lentamente emergendo il nuovo, molliccio, ancora grondante di gas e catarri galattici, il nuovo astro del “profilo come opera d’arte”, un’arte per l’appunto di tipo spiccatamente cimiteriale); questo, oltre a rivelare l’occulto desiderio del creatore della piattaforma Psyche® di cancellare l’umanità nella luce (ed è questo il motivo per cui sarebbero vietati gli alias: come se al proprio rogo un eretico tentasse di offrire un manichino: ma, giusta almeno la fiction su di lui, lo stesso fondatore di Psyche® ha creato degli alias per sé, forse per lo stesso impulso che spingeva gli imperatori a travestirsi da mendicanti per poter guardare il proprio reame senza aureo accecamento… mai gli uomini scelgono definitivamente la luce, mai vivono definitivamente, mai muoiono definitivamente), pone gli utenti di questo cosmo (poiché ora molte dimensioni esistenziali sottostanno alle ortogonali andane della programmazione, talmente che il confine tra esistenza e uso dell’esistenza si sta facendo sempre più labile, bruciante, fertile, economicamente disponibile) in una perpetua condizione spettrale che è un lampante soddisfacimento di una pulsione di morte, ed ecco allora che oggi possiamo esistere e soprattutto perseguitare le altrui esistenze sotto forma di quadri stregati, parole da oltretomba portatili, urla e stridori di catene. Il numero di indirizzi mail e di profili Psyche® supera quello della popolazione mondiale: gli spettri superano il numero dei viventi… Siamo noi ormai coi nostri goffi corpi di carne gli intrusi spaventosi, siamo noi a infestare luoghi fantasma in cui meglio vivrebbero entità del tutto immateriali. Ogni nostra esistenza, detto in altre parole, rompe il proprio fascio di luce bianca attraverso il prisma del software che la costringe a uno squartamento lineare nei singoli colori che la compongono: nel suo spettro… La carne è ed è sempre stato l’ultimo fantasma.”

Rip.: Noi siamo le cavallette e la pioggia di sangue.

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MILOŠ: Il presidente nel frattempo mi aveva preso il polso e il gomito del braccio rimasto libero, e guidava la mia mano dentro il tubo, verso la membrana.

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Chiudeva gli occhi e lasciava che la febbre calda della vibrazione le salisse attraverso la spina dorsale e la gola, la schiena di suo padre ormai quasi evaporata in un osseo e ardente tremore cui lei si aggrappava come una scimmietta spettrificata dall’ardore, e quasi sempre la sua bocca si apriva e faceva uscire una nota, un ronzio tra il monaco tibetano e il bambino autistico, una sorta di palinfonazione del tutto estranea alla voce che S. aveva normalmente.

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DON GIORGIO GIORGIO: “Il desiderio di confessione: evolutosi dal preistorico bisogno del cacciatore di raccontare ciò che ha visto. Il desiderio di confessione perciò fagocita tutto il rimanente che si può raccontare, ––– ma non c’è niente da confessare che non sia il resoconto di una strage o di un’abbuffata. Come se la tua confessione fosse davvero così importante, poi. Come se il destinatario di quella confessione fosse importante. L’unico destinatario possibile è Dio, e cosa può valere la tua confessione di fronte a Dio se non quel che Dio deciderà di farla valere? Dio è il Supremo Lettore e il Supremo Ascoltatore, ciò che dà o dava significato alla nostra esistenza. Morto lui, il supremo lettore e il supremo ascoltatore si sono convertiti in pura quantità: quanto più numerosi, tanto più supremi.”

Rip.: Noi siamo le cavallette e la pioggia di sangue.

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Cosa stai cantando scimmietta, le diceva a volte suo padre quando capitava che la nota emessa da S. fosse sufficientemente forte da essere sentita anche da lui.

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MILOŠ: È una delle cose che mi ha chiesto di più, ora che ci penso, fin da quando ci siamo conosciuti, voglio dire il fatto di infilare la mano da qualche parte, ora che ci penso quasi tutto quello che ha a che fare con il presidente è in qualche modo collegato con l’invito a infilare la mano da qualche parte.

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19/5 Dovevamo usare soltanto una matita, niente colori, e dovevamo disegnare soltanto delle grotte, ogni lezione una grotta disegnata a matita, e nella grotta doveva sempre esserci un passaggio che doveva portare a un’altra grotta, quella della lezione successiva, e un giorno ci aveva portato al lago e ci aveva costretto a fissare il sole fino a quando non ci fosse sembrato che tutto il mondo fosse stato scorticato, così aveva detto, scorticato vivo, e noi ne avessimo potuto vedere la carne, come le aquile, ci aveva detto, le aquile vedono sempre il mondo come fosse scorticato, poi eravamo tornati in classe e lui ci aveva detto che forse, molti anni più tardi, lui si sarebbe trovato a vivere nei ghiacci del nord e noi allora avremmo intrapreso un lungo viaggio per riportarlo a casa, ma quando l’avessimo trovato e lui ci avesse rivisti, dopo tutti quegli anni di vita con le tribù del nord non ci avrebbe riconosciuti. Forse non avrebbe nemmeno capito le nostre parole.

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La voce di S. quando ronzava la nota sotto l’influsso della vibrazione della motocicletta che aveva finito per fondere insieme lei e suo padre non era la voce che S. aveva di solito, e non le era mai stato possibile ripetere quel suono a casa o in qualunque luogo che non fosse la motocicletta nera di suo padre che saliva verso il lago. La trasformazione aveva inizio quando lei e suo padre indossavano il casco e il loro volto spariva dietro la superficie nera della visiera calata sugli occhi, S. guardava suo padre e pensava che dietro il casco poteva ormai esserci chiunque, e quando abbassava la propria visiera cercava subito di fare con gli occhi e con il volto tutte le espressioni che si vietava di fare a volto scoperto, era un’altra S. quella che esisteva soltanto dietro il casco, e un altro padre rispetto a quello senza casco la aspettava per fondersi insieme nella motocicletta cantando la nota che li avrebbe fatti arrivare fino alla riva del lago, dove si sarebbero tolti il casco come un allucinato che si risveglia, ma togliersi il casco davanti al lago era per loro ogni volta un po’ come un’autodecapitazione.

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20/5 Noi allora gli avremmo mostrato i fogli di carta da imballaggio e delle grotte disegnate a matita, e lui avrebbe ricordato tutto e sarebbe tornato o ci avrebbe portato in grotte di ghiaccio miracolosamente identiche ai nostri disegni, poi ci aveva detto di disegnare l’uscita della grotta e di usare anche gli altri colori, e a quel punto mi rendo conto che il maestro di disegno aveva in realtà sognato tutto, la carta da parati, le grotte e tutto il resto, forse persino il proprio lavoro di insegnante di disegno artistico, forse lui faceva un lavoro completamente diverso, poi aveva sognato di essere un maestro di disegno e le grotte e gli occhi bruciati dal sole e il mondo scorticato delle aquile e aveva deciso di mettere in pratica la cosa e questo era il motivo fondamentale per cui Gesù avrebbe trovato simpatico un tipo come lui, Gesù va pazzo per le persone che si cacciano in situazioni del genere, e alla fin fine è questo che chiede o impone a tutti, è questo che vorrebbe dire essere cristiani e essere apostoli, a voler far le cose per bene, scorticare il mondo fissando il sole da una grotta di carta.

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MILOŠ: Era come toccare il fango; come se avesse previsto il mio disgusto, con un movimento che aveva l’apparenza di essere già stato eseguito molte volte prima di quella, il presidente fece leva contro il mio gomito e spinse le mie dita oltre la membrana di fango, fino a farle arrivare alla massa spugnosa e tremula del mio cuore.

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Ancora molti anni dopo, ogni volta che qualcuno avesse detto la parola anima S. avrebbe subito pensato al ronzio che da bambina le si accoccolava sotto il palato quando suo padre la portava in motocicletta, risalendo la serpentina di tornanti che portava al lago che sovrastava Venezia e che verso la città allungava il tentacolo della sua sottile cascata.

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21/5 Il tutto mi riempie di un tale incomprensibile terrore – le grotte, gli occhi che bruciano, lo sconosciuto che sogna di essere un maestro di disegno – che per poco non mi sveglio, ma mia moglie ovvero il pensiero di mia moglie mi trattiene, e come quando si mette a fuoco il vetro di una finestra, la sua superficie e non più quel che c’è dietro, rivedo la bimba col frac e il padre nella “bara”, e mi accorgo che è stata la posizione del padre nella “bara” a farmi venire in mente il maestro di disegno, perché la posizione del padre nella “bara” adesso, con la mano tutta infilata nel tubo, ricorda quella dei santini con Gesù che si tocca il cuore in fiamme o incoronato di spine e il maestro di disegno ci aveva detto che Gesù era un lottatore, che “porgi l’altri guancia” era un’istruzione esoterica (noi ancora non sapevamo il significato della parola; io ricordo che pensavo che “esoterico” fosse qualcosa legato ad una tecnologia fantascientifica, raggi laser e compagni, altri invece pensavano a qualcosa di più esotico del normale, un qualcosa di ultratropicale) per evitare i pugni in faccia, vale a dire che se uno di vuole colpire un lato della faccia tu porgi l’altro lato, l’altra guancia, neutralizzando il pugno, e allo stesso modo i movimento del segno della Croce servivano a deviare i colpi diretti al petto, a proteggere il cuore, e che perciò bisognerebbe imparare a fare il segno della croce anche col braccio sinistro.

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La bambina col frac una notte era corsa in lacrime nella stanza dei genitori. “Chi va in paradiso,” piangeva, “rimarrà in paradiso per sempre. Per sempre, per sempre,” strillava inconsolabile.

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L’imperatrice di Cartagine chiude gli occhi e

[continua l’11 maggio]

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