Presiden arsitek/ 30

Le parole non sono che un popolo o una legione di bambole con cui cerchiamo di possedere l’anima delle cose.

di in: Presiden arsitek (0)

IL PRESIDENTE: Le parole non sono che un popolo o una legione di bambole con cui cerchiamo di possedere l’anima delle cose. Mia figlia ride quando la sollevo e la avvicino a me. Mi porge le piccole mani e per un attimo non vedo che loro, due bianchi fiori marini che salgono dall’abisso infante, e allora mi chino su di lei come su un pozzo e i nostri due volti si avvicinano come attratti dall’annichilente forza paragravitazionale di una superficie riflettente, e se solo in quel momento sapessi trovare il modo di penetrare la linea d’acqua che l’un l’altra ci riflette potremmo fonderci l’una nell’altro a vicenda svanendo nel vuoto, come un tuffatore che cade dentro il proprio riflesso che sale con identica velocità verso di lui. Io e mia figlia ci fonderemmo l’uno nell’altra come un tuffatore nella propria immagine riflessa, esaurendo, incenerendo in un solo istante ogni possibile furore. E se nello stesso modo durante la caduta/risalita reciproca dei due tuffatori uno dei due riuscisse anche solo per un attimo a rallentare rispetto all’altro, a modificare del più infinitesimale dei gradi la propria traiettoria, ecco che le due cadute, l’una verso l’alto e l’altra verso il basso, perderebbero il loro apparentemente inevitabile appuntamento e cadrebbero allora i due, gli ormai irreparabilmente due, nei giardini neri e brulicanti di mosche con uncini e teste di volpe, lombrichi e turbanti antropofagi non più grandi di una capocchia di spillo, cerchi concentrici di microscopici leoni e ratti affastellati a formare un’iride in cui precipitare in eterno senza che ormai sia più possibile capire se la caduta è verso l’alto o verso il basso, e insieme il desiderio disperato, la disperata nostalgia dell’altro sempre più lontano, l’esistenza ormai nient’altro che un frenetico sfarinare di demoni come ghirigori di fumo lungo il corpo, e quella deviazione dalla caduta è mia figlia così come io lo sono stato per mio padre, e mentre mi chino su di lei per sollevarla s’immillano affollando il mio cranio sciamiriadi di demoni con occhi di vitello, di topo e di ragno, occhi di capra e di piovra e di farfalla, code e zampe ed artigli di donnola si arrotolano e premono infoltendosi fino a tracimare fuori dalle mie orecchie, strillando inferociti dal sangue dei miei timpani sfondati che inzuppa le loro pellicce e i loro esoscheletri più minuscoli di un granellino di zucchero, e sfilano fuori dai miei dotti lacrimali e si fanno strada tra le mie labbra che inutilmente cerco di serrare, scendendo con le loro sei otto cento zampe o braccia o ali o scaglie lungo il mento e il collo come broda sbavata fuori da un vecchio rimbecillito, e dilagando mirmetici su tutto il mio corpo, traforandolo e brulicandolo con le loro tende e cattedrali zingare, le loro tane e cunicoli, le loro sacche d’aria con cui continuare a respirare quando scivolano nei pozzi obliqui delle mie pupille, scavando lungo burelle e crepe del mio corpo sempre più gigantesco, sfarinando tra cellula e cellula e tarlandomi di trafori tortuosi come coralli che poi si dipanassero in gradini di marmo e arazzi vegetali le cui figure cambiano inarrestabilmente al crescere dei rampicanti di cui sono intrecciate e che affondano le loro subatomiche radici sempre più giù nelle più impensabili pareti del mio corpo, intridendo del mio sangue l’arazzo, cercando inutilmente di strapparsi alla colata di vernice agitando sfrenatamente le loro ali di mosca. Ed eccomi magari lungo una di quelle scale, o dietro la siepe di un giardino piantato nel corpo di quel gigante che un tempo ero io stesso, anche se non posso certo dirlo, nemmeno al più insulso di questi mostriciattoli, o mi farebbero rinchiudere come matto o mi incatenerebbero e ubriacherebbero di droghe e veleni perché possa divertirli con le mie follie, niente più che una zampogna in cui farebbero scorrere ininterrotti rivoli di linfe tossiche per ridere del vomito verde che sbaverei dalla bocca e dal naso e dalle orecchie ululando una giga per i miei diecimila re, eccomi allora ai piedi di un albero a scavare anch’io il mio tunnel, grattando il terreno con scatti frenetici, zampe di volpe al posto delle mani e un molle muso di lumaca che si scioglie nella terra appena scavata e si china su mia figlia, e tutto sembra ricominciare daccapo solo che sono io con le mie zampe di volpe dentro di me ormai gigante quanto il cosmo, e di nuovo già sento di me in me un nuovo frattalico infinito brulicare… e mentre la sollevo verso di me mia figlia mi chiede di raccontargli una storia, è così che questa e mille altre storie e forse persino la prima fra tutte le storie sono cominciate, con delle piccole mani che si tendono nella tenebra e quella domanda, raccontami una storia, mia figlia o il mio re o la mia regina o io stesso, non importa, la domanda è sempre la stessa, raccontami una storia, il big bang da cui filano gli universi e le galassie di ogni possibile rivolta, Raccontami una storia, e allora eccomi a correre o a scavare o a nuotare con mosse sgraziate di volpe randagia, raccontami una storia ma quale storia vuoi che ti racconti questo decrepito gigante tarlato da miliardi di miliardi di moltitudini, più della sabbia del mare e delle stelle del cielo, il lento rosicchiare del tarlo, quel suono di legno rosicchiato è anzi forse già una storia? Quella galleria? Per ogni millimetro cubo di spazio ci sono talmente tanti demoni che raccontano le loro storie, così tanti che è impossibile scegliere, ogni singolo millimetro di spazio è come uno di quei sassi nei boschi che li sollevi e ci trovi sotto un pullulare di creature, è sufficiente aprire un cassetto, vedi, ed ecco per esempio un anellino di perline luccicanti, una cosa da ragazzina ma quante sono le storie di un anello e perciò raccontami la storia di quell’anellino, ma guarda, in quello stesso cassetto c’è un mazzo di carte messo insieme con carte raccolte da terra, ogni carta perduta da un mazzo diverso, ecco vedi? sopra questa carta una specie di centauro-cowboy, ecco una carta del seme di cuori, ecco una carta su cui è scritta una storia che ti potrei raccontare, ma qual è la storia di chi ha perduto quelle carte, il loro padre ormai pietrificato nel volto del re di cuori che si pianta la spada in testa con sfrigolio di lampada al neon rotta, o forse ogni carta di tutto quel mazzo arlecchino è stata lasciato cadere deliberatamente da un’unica persona ed ecco una storia che ti potrei raccontare, una donna con le tasche piene di carte da gioco, una corridrice impazzita che si diceva avesse prestato il proprio utero ad una donna che per via di un terribile incidente non avrebbe potuto reggere una gravidanza, ed ecco qua un’altra storia, quale vuoi che ti racconti allora prima che tu mi uccida affondando i denti nel mio muso di volpe lumaca, e così sollevo mia figlia fino a che le nostre bocche e i nostri denti si toccano e riesco ancora a vedere la sua ombra proiettata sul muro, i denti che sporgono dalla sua bocca separati l’uno dall’altro come i denti della ruota di un ingranaggio slogato.

Salvami dal piccolo serpente acquatico che si è accoccolato sopra il mio cuore credendo così di trasformarlo nel proprio tesoro. Ma il mio cuore è solo tuo, e lo stupendo serpentello lo insozza e lo soffoca, prezioso è per lui solo l’oro morto. Tu liberamene, aiutami ad ingannarlo, e non appena allenta le sue nere spire e vedi balenare il mio sangue, entra in me, decapitami e fa che io sia libero. Perdona se puoi ogni mio tradimento, e se non puoi, allora devastami con tutto il tuo fulgore: non sarebbe che gioia essere incenerito per grazia della tua fiamma. Tu sei gli infiniti serpenti, il mare vivo, l’occhio invisibile, un cielo perfettamente nero che si inarca sopra di me, il cielo non ancora perforato dalla luce delle stelle, il cielo puro non ancora raggiunto da quelle luci e da nessuna luce, e tu sei il respiro e l’ala dorata d’insetto che aprendosi per ronzare nel sole ne apre in due la schiena come con un pugnale. Spalanca la mia schiena e fanne tremare il midollo, fallo ronzare nel sole e lasciami dimenticare tutto, guida la mia mano fino a consumarla, cadi sul serpente come un falco e rubagli il mio cuore, portalo lontano e divoralo così non avrò mai più un cuore per nessun serpente.

“Il tuo papà è un gigaaaaaaaaaaante, hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi!” e tendendola verso il sole sopra di me come per farla sbranare dall’azzurro faccio fare l’areoplano a mia figlia e giro giro giro e contro il sole mia figlia non è che un’ombra nera, una rondine coi capelli neri che strilla agitando le maniche troppo lunghe di un frac.

La notte gli altri bambini di Schwarzschwarz uscivano dalle capanne di fango e si accoccolavano intorno ai resti di un pianoforte verticale che qualcuno aveva lasciato in mezzo al cortile. Per i bambini non era un pianoforte: privo di corde e di quasi tutti i tasti, era una sorta di automa morto nel quale potevano osservare una bozza di finale di esistenza. Uno dei bambini una volta si era infilato nella cassa armonica e era stato morso da un cobra che era strisciato lì prima di lui. La luce che io vedo tra le assi sconnesse del pavimento di legno: gli occhi del serpente. Apro l’armadio ma dentro non trovo che un volto gigantesco, felice, che mi lambisce la pancia con la lingua enorme. Per difendermi gli caccio le braccia negli occhi ma affondano come nel fango, lui contrariato li chiude poi inizia a soffiarmi in un orecchio, un rombo cupo che non mi abbandona più nemmeno quando l’ultima spira del serpente è entrata, nemmeno quando nel legno dell’armadio e nella cassa armonica del pianoforte di Schwarzschwarz non scorgo più che i suoi occhi enormi e deturpati.

Il gatto scorticato infila una zampina nel buco impiastricciato che si è aperto tra le assi sconnesse del pavimento fradicio. Il male che sta sciogliendo la pelle dell’animale viene da lì, da quei pochi centimetri fradici sotto le assi del pavimento, eppure sembra che il gatto non sappia staccarsene. Poco vicino, uno scorpione gonfia d’aria il suo guscio nero e si solleva dondolando nel vento come una mezza luna di carta.

La corda di pianoforte scende cobroide nella gola fradicia del gigante sotto le assi scorticate del pavimento. Il cobra di pianoforte svioloncella giù per la gola del gigaaaaaaaaaaanteeee… la bambina col frac ride quando ci vede scendere lungo la gola fradicia di suo papà, mi stringe il collo e ride perché adesso siamo così piiiiiiiiiiicoliii…

Da tempo immemorabile, gli abitanti del nostro villaggio si stanno calando lungo una corda che sembra infinita, sospesa in uno stretto budello di rocce che, sia verso l’alto che verso il basso, sfuma nella tenebra. Nel tempo il nostro numero si è espanso lungo le due direzioni della corda fino a farsi quello di un’intera città, e una città finalmente saremo quandomai la corda si addipanasse ad un qualsiasi fondo. Qualcuno porta ancora con sé, sopravvissuti chissà da dove, dei mobili, del denaro di chissà più quale impero; quasi tutti hanno cucito assieme vecchi stracci e ne hanno ricavato delle larghe sacche: annodando le sacche alla fune vi si appendono per dormire quando giudicano sia notte, mentre altri che ancora non sono stanchi li scavalcano per scendere un altro po’. Scendiamo uno dietro l’altro, in fila, molto vicini, tanto che a volte quello più sopra scivola con i piedi sulle spalle di quello più sotto, e spesso, sia a causa di questi incidenti che a causa della spossatezza, qualcuno scivola sopra i compagni sottostanti, e se malauguratamente una persona cade nell’abisso, normalmente trascina qualcun altro con sé. Non mi è mai successo di sentir gridare le persone in caduta. Cadono in silenzio, e il sollievo che ti carezza quando ti sfrecciano accanto è, secondo i nostri catechisti, tentazione diabolica. So di non essere il solo a ritenere che chi cade sia in realtà risucchiato verso un qualche tipo di inconcepibile altezza, un’inversa volta celeste carnivora. Dopo quegli incidenti e quelle cadute, la corda è percorsa da diradati tremiti che diffondendosi lungo il budello innescano una specie di pulsazione fuggitiva non priva di un funebre fascino musicale. Altre volte i tremiti della corda sono invece provocati dal vento di tempeste in superficie o dai terremoti: in questi casi il pericolo di cadere non si limita a zone circoscritte, ma coinvolge la corda in tutta la sua lunghezza, e chi sta più in basso deve fare la massima attenzione per schivare gli oggetti o le persone che invariabilmente precipitano dalle zone più alte.

Tutti ci stiamo calando verso il fondo invisibile; quando qualcuno, vinto dalla disperazione, tenta di risalire, arrampicandosi sulle schiene di chi gli è sopra, viene rapidamente catturato e gettato nel vuoto.

***

Nella serie interminabile di individui che si calano, la mia famiglia occupa una posizione mediana. L’altro ieri, tramite passaparola sono arrivate notizie dalle posizioni più avanzate: pare che uno degli esploratori, che periodicamente vengono mandati in avanscoperta verso il basso, sia finalmente risalito, dopo un’assenza durata ben quattordici anni. Dicono di averlo visto estrarre da una tasca un corto ramo d’edera, prima che l’estrema debolezza gli facesse perdere la presa sulla corda. Ma, come sempre in questi casi, è stato impossibile stabilire con certezza se, e in che misura, a tutto questo racconto corrispondesse una qualche verità ——— e del resto la corda è talmente lunga che a volte mi chiedo se chi ha iniziato il passaparola parli la stessa lingua che usiamo noi, senza contare gli inevitabili malintesi implicati da un simile sistema di comunicazione.

L’esistenza della nostra città, continuamente promessa ovvero procrastinata, dipende dalla resistenza nostra e della corda, e nel nostro stemma compare una forbice che la taglia. In fondo alla fila, raccontano, gli uomini più forti sollevano a gara le cinque o sei persone sotto di loro, ma dove ci troviamo noi la corda è talmente tesa da sembrare piuttosto una sottilissima e lunghissima zanna che ondeggia piegata dal vento, o il capello di una strega gigantesca.

Raccontano che in fondo alla fila le oscillazioni della corda, che laggiù cade libera da qualsiasi peso che non sia il proprio, siano tanto ampie da aver permesso ad alcuni di noi di aggrapparsi a certe sporgenze rocciose del budello e mollare la presa sulla corda. E, come immagino, dev’essere stato uno spettacolo pietoso e ridicolo vedere questi uomini, forse partoriti lungo la corda, e pertanto incapaci di ogni movimento che non fosse il calarsi lungo di essa, torcersi per avanzare lungo impervi strati di roccia. Molti, se non tutti, dovettero precipitare, certo anche a causa della grande umidità che rende le pareti del budello estremamente scivolose. Pure, quando la corda torna ad ondeggiare, tendiamo le mani verso le pareti e chiamiamo a gran voce i nostri fratelli, e gettiamo loro dei pani e delle vesti, casomai siano ancora lì, e ancora vivano. Speriamo di convincerli a tornare da noi, o forse, più nel profondo, desideriamo essere afferrati per unirci alla loro fuga. Per che altro tenderemmo le mani, a rischio di precipitare, se non per essere accolti nell’esilio? Ma se pure si salvarono, non credo vogliano compagni. Credo ci abbiano abbandonato.

Se la vita nel tratto di mezzo scorre con una certa calma, vi fioriscono però molte leggende su quello che accade ai due estremi, ma non dirò di quello che da noi raccontano sulle retrovie, di quelli più in alto, e del sole che una certa ora di un certo giorno dell’anno si dice ancora riescano a vedere, dei denti di gigante che fanno da corolla all’apertura da cui ci stiamo calando, degli scorpioni che brevemente dondolano nel vuoto per poi essere risucchiati di nuovo verso l’alto, degli eretici che hanno deciso di risalire e, anche loro, abbandonarci.

C’è anche chi dice che noi stiamo scendendo lungo solo uno di innumerevoli pozzi paralleli al nostro, in cui persone parallele a ciascuno di noi vivono le possibilità che noi qui abbiamo precluse (ma quale altra possibilità esiste se non scendere lungo la corda?), e viceversa noi per loro, e che naturalmente questi pozzi sono destinati ad incontrarsi in un immane raggomitolamento nel centro della terra, al progressivo esaurirsi delle possibilità. Nel timore che vi siano altre cordate, perciò, e temendo non siano violente, abbiamo fabbricato quelle stesse forbici che fanno parte del nostro stemma. Vengono tenute dal Capofila ossia l’ultima persona in fondo alla corda, affinché non siano eccessivamente pericolose o fonte di eccessivo potere. Ma già, anche questa delle forbici potrebbe essere una diceria nata qui nei chiamiamoli quartieri centrali della corda, dove la vita è più monotona e più intenso è il desiderio di storie, specie quando sulle spalle si ha una bambina che guarda il buio.

O forse la nostra corda attraversa solitaria il pianeta, e nel suo centro, sospesa per breve spazio la gravità, ciascuno di noi potrà per un attimo essere quel funambolo che è il secondo personaggio del nostro stemma cittadino, ciascuno di noi potrà per un poco camminare sulla corda prima di iniziare la lenta, inutile risalita che ci porterà a rivedere il cielo. Facciamo, ovvero, a chi ci vedesse di lontano faremmo l’effetto, io credo, di insetti appiccicati su una striscia di carta moschicida.

***

Nella lotta, il segreto consiste nell’avvinghiarsi con le gambe all’avversario; una volta fatto questo, tenendosi colle sole gambe al corpo dell’altro si staccano tutt’e due le mani dalla corda… Le morti in duello qui non sono mai prive di una loro spietata grazia circense.

Scendiamo lungo una corda di pianoforte verso il centro della terra o forse solo un capello incastrato nella gola di un gigante, e io tengo in braccio mia figlia quando non ce la fa più. Nessuno dei nostri bambini ha paura del buio, ma a volte mia figlia è stanca e io la prendo in braccio. Appoggia la testa alla mia spalla e posso quasi sentire il filo d’acqua del suo sguardo scendere lungo la mia schiena e poi sgocciolare nel vuoto sotto di noi.

***

L’ARCHITETTO (versione di Adra): Un uomo raggomitolato intorno a una specie di fagotto viene pugnalato alla schiena. Si piega sempre di più intorno al fagotto, nonostante il dolore per le ferite inflitte. Al quarto colpo – rumore di passi fradici che calpestano il fango – il coltello scivola di mano all’omicida restando conficcato nella schiena dell’uomo. L’assassino afferra il manico insanguinato con due mani, puntando un piede sulla schiena della vittima per estrarre la lama. La camera fa un lento zoom sul piede che premendo sulla schiena ferita – l’intera operazione strappa all’uomo dei germogli di grida subito soffocati dalla sanguiglia che si si viene raggrumando in gola – si sta imbrattando di rosso; è un piccolo piede di donna che ad un certo punto donnescamente scivola al perdere le piccole mani la presa sul pugnale. Sul gridolino dell’assassina sconosciuta che scivola nel sangue, si alza il sipario cartilagineo di un flashback:

Un ragazzo in lacrime di fronte a una ragazza che beve dell’acqua. Hanno poco più di vent’anni. Il ragazzo le prende la mano, lei lo fissa con occhi di bambola azteca; il ragazzo le appoggia le labbra sulla mano, sul palmo, sui polsi; lei apre leggermente la bocca, i globi oculari raccolgono più luce di prima nelle loro ampolle, come scorpioni gonfi d’aria che dondolano nel vuoto.

– Non ti ho mai amato, gli dice. Poi solleva la maglietta e avvicina alla bocca del ragazzo un seno bianchissimo.

Stacco. Stesso luogo, un giorno differente. Il ragazzo sta fissando il muro davanti a sé. La ragazza lo osserva. Gli mette una mano sotto il mento e gli gira la testa verso di sé.

– Perché non mi guardi?

Stacco. Stesso luogo, un altro giorno.

– Mi hai mai mentito?

– Come potresti vivere altrimenti?

– Cosa vuol dire, mi hai mai mentito o no?

– Se le persone non ti mentissero sempre la tua vita sarebbe un inferno. Sei tu stessa che lo chiedi.

– No guarda ti ho chiesto se mi hai mai mentito.

– Te lo sto dicendo è impossibile non mentirti. Tutto il tuo essere è tutta una sete di menzogna. “Dimmi la verità, ma prima sappi che se la verità è ciò che temo, sarà il più brutto giorno della mia vita / mi rovinerà l’esistenza per sempre / mi ucciderà”: ecco ciò che tu dici a chi hai davanti, e più ti è vicino più è così che gli parli.

– Stai davvero davvero non so come si dice stai proiettando non so che cosa ma mi ascolti quando parlo? Ti ho chiesto—

– Come sarebbe dunque possibile, proprio a chi più ti ama, non mentirti? “Sono pronta ad accettare tutto, ma le sole cose accettabili sono quelle che io ritengo tali: tutto il resto sarebbe il segno della più cruda indifferenza, e questo non lo accetto”. Quando la metti così, chi più ti ama deve, se non vuole farti morire di lacrime, devo per forza raccontarti delle storie.

– Quindi tu mi racconti sempre bugie. È questo

– Mille e mille sono perciò gli amanti che se fai così mi chiedi di nasconderti: anche solo il libro che ho in mano ad esempio, visto che toglie il mio sguardo a te, è mio amante e tuo nemico, e quindi ti tengo segreta la mia lettura; la matita con cui disegno, poiché sottrae le mie mani al tuo corpo, è tua nemica e quindi ti nascondo le mie carte e ogni mio disegno, poiché non ritraendoti ti offende. Io dico che sei gelosa persino delle mie mutande.

– Cosa? Ma

– E così il cielo, le nuvole, il fango, il maiale, la colomba e il serpente sono tutti miei segreti amanti poiché in segreto guardo loro, cercando di farti credere che non ho occhi che per te.

– Guardi i maiali?

– Hai capito cosa intendo.

– No ma davvero tu puoi guardare

– E così la mia anima, io stesso sono a me stesso amante ed a te nemico, poiché ogni pensiero, ogni meditazione che sottraggo a te è per te un’offesa mortale ma soprattutto innominabile. E così è per lo spazio e il tempo e l’universo e ogni uomo o animale o essere vivente che esiste o è esistito o mai esisterà: tutto ti deve essere nascosto da chi più ti ama cioè io, perché potrebbe ferirti. Questo è il prezzo della tua felicità, della bellezza da cui il freddo e l’indifferente sono banditi, una felicità che non accetta di essere messa in ridicolo e che perciò stesso deve costruirsi sulla menzogna perché invece no il ridicolo e l’indifferente intridono e benedicono tutto e invece tu non vuoi la loro benedizione e allora cosa succede tutto quello che ti dico deve per forza essere una bugia o ti ucciderebb— Cosa fai?

– No davvero ma quanto ci hai messo a mettere su questa pila di merda? Mi sembra tutta roba imparata per benino. Hai fatto le prove davanti allo specchio? Davvero pensi che un maiale sia più bello di me?

– Ti amo.

Stacco. Un altro giorno, altrove. La ragazza è una maschera di lacrime e sudore.

– Dove sei? Dove sei? Non vedo, non vedo! Dove!

– Sono qui.

– Sei!

– Sono qui. Respira.

– Non riesco, non respiro. Aiutami.

– Cosa devo fare.

– Aiuto.

– Cosa vuoi che

– Non respiro.

– Non so come

– Perché non mi aiuti. Tu non fai un cazzo e io

– Cosa vuoi che faccio.

– Perché non mi aiuti, tu non mi aiuti, non mi hai mai aiutato.

Buio. Pianto di un neonato.

Stacco. Un altro giorno, altrove. La ragazza fissa qualcosa che non vediamo. Si sente un neonato che ride.

– Sei molto premuroso.

– Sono premuroso piccolina fagiolina? Eh? Certo, ma certo, ma certo. Mmmmnniamm!

– Guardami un momento.

– È felice la mia piccolina? È felice con le pappe buone?

– Guardami.

– Ti sto guardando. Cosa c’è?

– Perché non mi guardi più?

Stacco. Un altro giorno, stesso luogo.

– No però è ovvio è naturale che ora il mio cuore sia diviso tra te e lei, per forza che

– Quindi non mi ami più.

– No non ho detto

– Non mi ami più come prima.

– No non ho detto— non ho detto così, ho solo detto che ora c’è un’altra persona che amo uguale.

– Come una moglie.

– Non siamo sposati.

– Che cazzo vuol dire.

– E tu che cazzo stai chiedendo? Ti pare che la potrei amare come una moglie?

– Non alzare la voce con me, e modera il linguaggio per favore. Cos’è allora, un’altra delle tue amanti segrete come le tortore e i porcellini e il cielo stellato?

– Non c’è niente di segreto qui, è così e basta, non c’è niente da dire e niente di strano.

– Un cuore diviso.

– Sì, ecco. Anche se “diviso” fa sembrare che

– Quindi mi ami la metà di prima.

– Ma che dici.

– È matematica mi sembra, no? Se permetti so fare i conti meglio di te, è il mio lavoro hai presente o ormai non te ne frega più neanche di quello? E qui è una semplice divisione, l’hai detto anche tu: diviso. Prima l’amore era tutto per me e adesso ne ho solo la metà.

– Non essere ridicola.

– Ti calmi un attimo per favore? Guarda che mica te ne sto facendo una colpa. Sto solo chiedendo. Sto solo contando.

– Chiedendo cosa. Contando cosa.

– Adesso non posso nemmeno fare una domanda. Vuoi che me ne vada?

– No sì ma no ma è che— guarda come dire è come— come dire è come se ti tuffassi in mare

– In mare? Che c’entra il

– Sì e poi ti dicessero che da qualche altra parte qualcun altro si è tuffato anche lui e allora tu dicess—

– Ma cosa vuol dire? Che c’entrano i tuffi, ma stai bene?

– Sì ma ascoltami cioè quindi quando si tuffa qualcun altro invece che tutto il mare ora avresti solo mezzo mare?

– Cosa c’entra il mare, che cavolo di esempi che fai.

– Volevo

– Quindi per te tua figlia è solo qualcun altro. Una bagnante qualunque.

– Cosa?

– Mi sembra di stare in un incubo.

– Cosa?

– No scusami ma sono senza parole. Io non mi metto a dire di punto in bianco che sei ridicolo, io cerco di rispettare le tue idee.

– Cosa?

– Io sono gentile, non mi metto a ridere di quello che dici nel mezzo di una discussione che non so per te ma per me è importante.

– Non sto

– Hai detto che sono ridicola. Perché mi costringi a fare queste discussioni?

– Non

– Io non rido di te. Non si ride della persona che si ama.

– Chi ama non può ridere?

– Non della persona che ama anche se lo so che tu vorresti ridere di me tutto il tempo, l’ho capito bene sai. Ridi pure se ci tieni allora. Ma perché discutere con te è sempre così. Io volevo solo stare un po’ tranquilli dopo il lavoro.

– Io non

– Perché non mi scrivi più delle lettere misteriose?

– Cosa c’entra.

– Una volta mi scrivevi lettere misteriose. Mi piaceva non sapere chi eri. Perché non me le scrivi più.

– Non c’entra e poi come faccio, stavamo, eravamo

– Perché mi vedi così? Io per te ormai sono una cosina che galleggia in mezzo al mare, sono un puntolino insignificante.

– Era solo un esempio per

– Quanto sarà grande una persona rispetto al mare? Come una formica vicino a una pozzanghera? Secondo me di meno. È questo che sono io per te? No aspetta a te ti piacciono quegli esempi come da documentario di scienze allora facciamo così facciamo un asteroide in mezzo allo spazio, no? senza nemmeno il salvagente, questo è la tua famiglia per te?

– Era solo un esempio.

– Un esempio sì guarda che l’ho capito sai, perché continui a ripetere la stessa cosa, vorrei che ogni tanto non mi trattassi come se sapessi tutto tu chiedo troppo? E tua figlia cos’è, qualcun altro in mezzo al mare, giusto, tanto a te che importa, c’è spazio per tutti giusto?

– Cosa?

– Qualcun altro che si tuffa da qualche altra parte, ecco che cosa siamo per te.

– Stavo solo facendo un esempio.

– E poi io non ti insulto.

– Eh?

– Io non mi metto a dire che sei ridicolo intanto che parli, io cerco di rispettare le tue idee e di ascoltarti e non uso certe parole perché con certe parole mi sembra che tu confondi la sincerità con la maleducazione.

– Parlavo solo della tua matematica, secondo me non è molto logica, allora cosa dovrebbe dire uno che ha otto figli, sarebbe come dire un nono d’amore per ciascuno

– Sarebbe così per te?

– Se seguo la tua diciamo logica

– Diciamo logica? No guarda no mi sarei aspettata come minimo una quota di maggioranza.

– Una quota?… Cosa?…

– Pensavo che fossimo in due a prendere le decisioni per la nostra famiglia è così o no siamo una famiglia o no?

– Sì ma cosa

– Mi aspettavo che avresti distribuito le cose in modo che io avessi una quota di maggioranza rispetto agli otto figli.

– Cosa?

– Lo fanno persino nei consigli di amministrazione dove ti faccio notare che lì sono praticamente degli estranei, anzi a volte sono peggio che estranei sono nemici e io come sai ne so qualcosa di come si vive dentro un consiglio di amministrazione, eppure persino lì p—

– …

– …

– Sì?

– Lo sai almeno di cosa sto parlando?

– Sì, certo, di quando nel tuo consiglio

– No guarda non preoccuparti non voglio che ci rimettiamo a discutere di come abbiano stravolto tutto quello che la mia equipe avev— per favore però no per favore lo sai non respiro lo sai ma perché mi vuoi trascinare di nuovo in questa discussione che gusto ci trovi lo sai ch—

– Non—

– È solo che a volte mi sembra che non te ne importi nulla della mia vita e di me, mi sembra che non sai nemmeno di cosa sto parlando con tutto quello che ho passato con il prototipo

– Perché devi dire

– I tuoi figli poi si faranno una vita, una loro vita, ci hai mai pensato? Non vuoi che siano liberi?

– Certo ma

– E il resto della tua vita lo passerai con me, ci hai mai pensato?

– Sì ma

– È quello che vuoi, no? È la cosa più importante, vero?

– Sì ma

– Dimmelo se non è vero.

– Sì è vero.

– Ma non dirmelo solo perché te lo chiedo.

– E allora tu non chiedermelo.

– Cosa?

– Se non vuoi che ti dica le cose solo quando me le chiedi

– Mi stai prendendo in giro? Io sto cercando di parlarti e di capire quello che vuoi non c’è bisogno di nascondersi come degli struzzi e fare gli ironici così, sul serio sono senza parole ma chi ti credi

– Non era ironico, dicevo solo

– Cosa sono io per te?

– In che senso.

– Che cazzo vuol dire in che senso dammi una risposta diretta cosa sono io.

– Sei la madre di mia figlia, sei non lo so— sei la donna di cui sono innamorato, sei

– Ma per prima cosa sono la madre di tua figlia. Giusto. L’amore tra uomo e donna ormai viene dopo.

– Non posso mica dire due cose contemporanea—

– Però prima hai detto l’altra.

– Sono importanti uguali, l’una e l’altra.

– Infatti: metà una e metà l’altra.

– Ti ho già detto che non è un ragionamento.

– Sei innamorato o mi ami.

–Che differenza

– Non hai detto che mi ami.

– Non

– Pensi che sia tutto facile e scontato e invece ci vuole molta— un sacco di fantasia e intelligenza per la magia tra due persone. E anche la logica.

– Certo ma

– Tu come la usi la tua fantasia?

– Io

– Parlo anche dell’erotismo.

– Lo so.

– Sto parlando del sesso.

– Sì.

– Hai capito almeno di cosa sto parlando? Cosa fai con la tua fant—

– Ma sì ho capito però quando parliamo non mi girare la faccia così lo sai che mi

– Cos’è ora ti imbarazzi anche soltanto a parlarne di sesso con me? Tua figlia un giorno avrà un marito, ci hai pensato? Non sarà sempre tutta tua, ci hai pensato?

– Sì, ma adesso ha solo un anno.

– I figli crescono in fretta, come puoi dire di amare tua figlia se non pensi al suo bene? Quando si ama una persona si deve volere che quella persona sia felice, come con un marito.

– Non ricominciare.

– Ricominciare cosa?

Stacco. Un altro giorno, stesso luogo. La donna fissa il marito che dà da mangiare alla bambina. La disperazione del suo sorriso le strappa quasi i tendini del collo. Cerca di dire qualcosa al marito, che non sembra notare la sua esistenza, tanto è preso dalla bambina. Breve scatto della nuca della donna, come un annuire troncato.

Stacco. Un altro giorno, stesso luogo. L’uomo e la donna discutono davanti al televisore acceso.

– È una cosa orrenda da chiedere.

– Ma se succedesse.

– E come potrebbe succedere.

– Con dei rapinatori.

– Perché dei rapinatori dovrebbero voler farmi decidere una cosa del genere.

– Allora dei terroristi, o dei malati mentali come quelli del film di ieri. Perché non rispondi.

– Non si può rispondere a una cosa così.

– Ma se i terroristi ti puntano una pistola alla testa.

– E allora che mi sparino, io non rispondo.

– E allora se la puntano a me e a lei. Se ti dicono che se non scegli ci ammazzano tutte e due.

– Ma perché devono farlo.

– Sono pazzi. Terrorismo. Come il film di ieri. Non hai recitato la loro preghiera.

– E allora fammela recitare.

–Troppo tardi.

Sulle ultime battute, torniamo a vedere la lama del coltello bagnata di sangue, e le piccole orme rosse della sconosciuta che si è rialzata ed è uscita dalla stanza tenendo in braccio il fagottino attorno al quale l’uomo si era acciambellato prima di essere pugnalato.

Buio.

***

Raccontami una storia, ecco il cassetto stesso di questa scrivania merlettata dai tarli è tutto ricoperto di una specie di carta da parati a volute vegetali, e guarda, guarda! nella tenebra giallastra non ti sembra si stia dileguando la figura di una creatura imprigionata, forse una piccola principessa, ma per quale incantesimo è finita imprigionata lì, e da dove viene quella carta da parati, e perché ora è in quel cassetto, e chi ne ha tracciato il disegno stregato? Il cassetto ha una serratura, e vedi? se ci guardi dentro vedi qualcosa di completamente diverso dall’interno del cassetto, vedi camminare due bambini lungo un fiume, o delle nuvole che passano sopra un vecchio luna park, o un cavaliere lontanissimo, perduto nel deserto, talmente lontano da sembrare un insetto, perciò com’è possibile raccontare anche solo una storia, non ti sembra terribilmente ingiusto anzi atroce nei confronti di tutte le altre storie che si trovano a un millimetro da quella che ti sto raccontando, che filtrano tra i suoi stessi interstizi, scavandola con metodico rosicchiamento di tarlo… cri-cric dico a mia figlia ormai vicinissima, e lei ride e apre i suoi denti a ingranaggio contro la mia bocca di volpe e aspira il mio fiato caldo ma questo non basta a placare la sua risata, e i denti cominciano a girare maciullandomi la faccia, l’unica macchina del tempo che ci è concesso di costruire è un figlio, così dice l’architetto presidente, l’unica intelligenza artificiale che possiamo imprigionare nei nostri ordini è e sarà sempre nient’altro che un figlio. Poi potrai costruire tutto quello che vuoi, saranno solo bambolotti.

***

L’ingranaggio della bocca di mia figlia maciulla il mio morbido cranio di lumaca, dalla gola strappata sfiata slabbrandone i bordi un orribile suono di cornamusa, un urlo che sarà la fine di ogni racconto possibile.

Perché i bambini giocano con le bambole?

***

– L’avrei recitata subito. Non ho problemi a darla vinta ai fanatici.

[continua l’11 settembre]

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