Articoli di Massimo Rizzante

In questi giorni sta per andare in libreria Il dottor Hartz e altre poesie di Osvaldo Lamborghini, a cura e con un saggio di Massimo Rizzante e Postilla di Alan Pauls (Scheiwiller Libri, Milano 2012). Dopo Borges, è difficile trovare negli ultimi decenni un’opera poetica così originale e inclassificabile. Il mondo di Lamborghini è materiale, violento e crudele come un coltello domestico che una volta preso in mano si trasforma in uno strumento di tortura. Parlando della letteratura argentina contemporanea come di una casa, Roberto Bolaño ha detto una volta che Lamborghini è una scatola dimenticata sulla credenza della cantina: una scatola piccola e piena di polvere. Ma se uno la apre ci trova l’inferno… Presentiamo qui due frammenti dell’Introduzione di Massimo Rizzante e una poesia di Lamborghini.

Trubbiani, grazie alla sua cultura, è antico, miceneo, dorico, greco, etrusco, romano. E medievale, grazie al suo bestiario. E cristiano, grazie al fatto che malgrado abbia lastricato il mare di pericolose navi da guerra, ha sempre presente che Qualcuno, una volta, è riuscito a vincere la gravità e vi ha camminato sopra. È moderno, grazie [continua]

Bisogna cominciare con il dire che per Hsiao Chin la meta è l’origine. Agli occhi e alla mente di un europeo, di un occidentale, questo è già un paradosso. E noi europei e occidentali non sopportiamo i paradossi: sono l’ultimo rifugio prima di capitolare, prima di chiedere aiuto all’analista o a Dio. Vivere nel paradosso, [continua]

Consuelo Dopo quarant’anni, cammino lungo una discarica, dove bambini e gabbiani si dividono i rifiuti, e inciampando nella parola «occupazione» abbasso la testa piena di libri, ciotole vuote in un porcile inondato di merda   Simile a una cagna che per troppo tempo ha allattato cuccioli abbandonati e ora si cura solo dell’orizzonte, mi siedo [continua]

Quelli di Spazzavento si sono incontrati una seconda volta, lo scorso 8 gennaio al Teatro ITC San Lazzaro di Bologna. Qualcuno ha detto che la prima volta non esiste. La prima volta è la vita. La seconda volta è la letteratura. Per quanto vogliamo prendere con ironia o nonchalance i nostri modi di fare ed essere, [continua]

Tutto è VAGO, nel senso che Leopardi dava a questa sua parola-chiave. Del resto se non ondeggiassimo nel vago non avremmo nessuna chiave per aprire le porte del mondo, che appunto si dà nella sua vaghezza. Il mondo è desiderabile perché è vago. Perciò che può fare una banda di scrittori, artisti, musicisti, teatranti, burattinai [continua]

Hashish ed eunuchi a Warda   Durante l’occupazione, conoscevo tutti i governanti francesi. Non che scopare con i loro lacché mi sia servito a molto. O meglio, sono sopravvissuta. Per miracolo, come una stella surriscaldata allo zenit, o un virus: esplosioni veneree, diarree lattee   Fedeltà, onore: piatti arcipelaghi abbandonati su cui da mezzo secolo [continua]

C’è una dedica e una cartina geografica all’inizio di Narratori delle pianure. La dedica suona così: ‘A quelli che mi hanno raccontato storie, molte delle quali sono qui trascritte’. La cartina segna gli spostamenti di un anonimo viandante. Chi narra non ha nome. Il suo è un intento antico: raccogliere di paese in paese delle storie [continua]

Gli undici racconti che formano la raccolta “Il ritardo” hanno tutti l’aria di un sopralluogo.  No, non temete: per una volta nessun delitto, nessuna suspense, nessun luogo esotico dove dare la caccia al criminale, nessuna confessione da estorcere.  Piuttosto, luoghi della provincia italiana, ma indecifrabili; paesaggi di montagna, ma anche piccole città, con i loro [continua]

Il fantasma di Kafka Il 14 agosto 1912 Franz Kafka consegna all’editore Ernst Rowohlt una raccolta di diciotto brevi prose intitolata Betrachtung (Meditazione). Il 12 novembre del 1913 il piccolo libro – il suo primo libro – sarà pubblicato in ottocento esemplari numerati. Il 29 dicembre dello stesso anno scrive a Felice Bauer: «[Nella raccolta] [continua]

Primavera 1994 Per avere un altrove bisogna avere una patria Era la primavera del 1994. Avevo ventinove anni e L’Atelier du roman, una rivista letteraria francese, aveva appena pubblicato uno dei più bei saggi che avessi mai letto: Pour une ontologie de l’exil di Vera Linhartová. Da qualche tempo mi trovavo a Parigi. Avevo scelto [continua]