INTRO
Stazioncina meridiana,
case gialle e verde sulla collina.
Nessuno sulla banchina
e tanto meno
l’arido riflesso d’un treno
Respira la casa delle vacanze
riaperte al sale le stanze
come polmoni e occhi le persiane
alla luce della morte meridiana
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Illuminello alato sul mare calmo;volp
alla tempesta lirica ed elettrica
resta fare i fiori blu di Sant’Elmo
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Nel chiosco conchiglie come arabeschi
di marmo arte e spoglie di mare
arrivano anche nel piatto:
natura morta al cartoccio
*****
Ticchetta di luce
ferma sull’Aurelia
targata brume
di Colonia la Gulietta.
Scende sciù Barone,
giacchetta salmone,
scosta le tende
del temporale imminente.
Presto ritto sul migliore
balcone d’occidente
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Castello a picco sul meriggio
i raggi passano tra i merli,
fresco sopore sull’orlo:
dal sogno d’ombra della torre mi sporgo
****
Il cielo pensoso
macchiato d’uccelli marini
scuote i suoi crini
ricciuti
e le bandierine.
D’un calendario la giornata
la sabbia bagnata,
questa triste giostra.
Due vecchi dipingono
due amanti che fingono,
gettata così una tela sul mare
*****
Vele di nuvole in battaglia
stracciate alla burrasca
il verde più cupo delle terrazze
rimpicciolire in vuoto le piazze
vede livide statue
tombe lunghe come vasche
dal cielo pesa la tristezza e scende
e anche questo la Città comprende
****
La barca adesso trapassa
all’ombra della punta:
il taglio cuce nell’acqua
dalla luce al nulla
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Il vento tra gli ulivi
alza un coro di spade,
cappelli che fuggono a quattro falde
come fossero vivi
****
Contro le case gialle
girandola
folle gatto di luce
nel gomitolo della sera,
fitta di dolore
nell’acqua che dondola
****
Sul ramo il peso del fringuello
tra le foglie il suo canto come una squilla
apre un ventaglio di mare che oscilla
****
Nel balconcino di ferro battuto
la pianta grassa nega il suo statuto:
verso l’alto sembra traboccare
verso il cielo o verso il mare
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Nottola di campagna e di campanile
di mezza sera e di arenile
finge come il pensiero di scartare
sulla quieta monotonia del mare
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I riquadri delle reti rattoppate
tra le gambe delle sedie di paglia
son gli stessi dei tronchi della palma:
ci saltella il bimbo a un due tre stella
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L’umore del mare virato al fosco
trine di spuma fin sul passeggio,
tra gli ombrelli sottili come stocco
tutto un esco non esco
quando comanda Libeccio
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Gli avventori in veranda
come emiri tra i veli di una tenda
guardano la pigra distesa del tempo
appena increspata dal vento
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Al primo chiareggiato Vermentino
il quadro del carruggio s’alza di tono:
il polpo scivola dal polistirolo,
eccoti un rametto di timo
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I pini dai verdi turbanti
come sentinelle sottili
del levante marciano in file:
appena il cielo si fa fosco
fumano come ceri del Magnasco
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Sulla vertigine delle case
i palmi aperti delle altane,
a guardia per un attimo
un gabbiano di marmo;
prima del grido nell’imbuto dell’azzurro
****
La giungla di Monet ha lasciato il posto
agli alberi spogli del porto:
come stecche di ventaglio muovono
i colori delle case una mano
di carte un velario per un baro
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La luna affila i rasoi delle palme
che a terra evocano mostri di mare;
appena una nube le getta il suo scialle
ogni forma e paura scompare
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Barche rovesciate e gatto striato
che esce da sotto come laminato
s’inarca
come onda di luce sulla sabbia
****
Il cielo fa da sipario
sullo strapiombo del promontorio:
angolo romantico
per il sogno ellenico del Giannizzero
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Case orti e ferrovia
spazi in economia
dove s’allunga soltanto
l’ombra chiara del vento
****
Candele accese a una vergine
di scuola genovese
del gesto barocco vertigine
su un braccio di mare
stretto tra le case:
la cattedrale
EXIT
Il latrato del cane dalle colline
le luci miopi e larghe lungo le coste
l’odore salmastro alzato dalle alghe:
tutti saluti allo straniero che parte

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