Per quanto possa risultare fuorviante, è difficile resistere alla suggestione di una serie di date. Per chi scrive di letteratura i primi anni Duemila sono stati caratterizzati dalle riviste on line o dai blog collettivi cresciuti attorno a un progetto: «Zibaldoni» (2002), «Nazione Indiana» (2003), «Carmilla on line» (in formato elettronico nel 2003), o dalle newsletter come «Vibrisse» di Giulio Mozzi (dal 2000) e da vari blog personali. Qualche anno dopo sarebbero apparsi blog e riviste di maggior rilievo istituzionale, come «minima & moralia» (2009), «Doppiozero» (2011) e la prima serie di «Le parole e le cose» (2011-2019). Mentre le riviste accademiche migravano man mano verso il formato elettronico, il panorama digitale cominciava inevitabilmente – e comprensibilmente – a riprodurre dinamiche già in essere nei quotidiani e nei periodici cartacei, rispetto ai quali nella fase aurorale si era invece proposto come alternativo: le lunghe catene dei commenti sotto gli articoli si stavano spostando verso i social, nelle camere di risonanza degli autori.
Nel decennio successivo, dalla metà degli anni Dieci a oggi, ciascuno ha usato i social nella maniera che gli era più congeniale, con diverse declinazioni: dall’opinionismo omnipervasivo a quello specializzato; dalla promozione di sé più spericolata e avventurosa all’autopromozione discreta, ma pur sempre autopromozionale, che chi scrive in varie sedi si è trovato a praticare (mi ci metto anch’io). L’evoluzione successiva, ancora in corso, ha visto la comparsa delle riviste ad abbonamento, da «Snaporaz» (2022) a «Lucy» (2023), o – in ritardo nel nostro paese – agli abbonamenti alle newsletter degli autori sulla piattaforma «Substack», mentre i podcast stanno forse vivendo il momento di maggior fortuna, anche se è il caso di ricordare quanto certi fenomeni siano volatili: fra i grandi blog dei primi anni Duemila, infatti, sono sopravvissuti in pochissimi.
In questo quadro brutalmente sintetico, col moltiplicarsi dei luoghi di rappresentazione pubblica dell’espressione, si sono offerte forme diverse. Se trascuriamo i post di pura segnalazione, che si limitano al link a un testo, gli altri hanno preso le misure più varie: dalla battuta al saggio breve, dalla censura in tre righe all’orazione civile. La scrittura on line, l’engagement su Facebook – più mediato che su Instagram – ha esposto i più attivi alla necessità di rispettare la netiquette in un modo tanto dispendioso quanto insufficiente a placare i commentatori più scomposti, disciplina che ha richiesto un investimento dialettico a stento temperato da una pazienza superiore alla media. Del resto, come è noto, più aumentano i follower, più le reazioni tendono ad assumere modalità prevedibili.
Da poco è uscito per la collana «S-Confini» diretta da Fabrizio Coscia per l’Editoriale Scientifica di Napoli, Il decennio del panottico. Diario in pubblico (2015-2025) di Matteo Marchesini, che raccoglie i post più significativi pubblicati in questo decennio da una delle voci che si è spesa su Facebook accettando regole di ingaggio così semplici da consentire ai commentatori ogni tipo di reazione, fino all’insulto scopertamente gratuito. Non che Marchesini si sottragga alla polemica, anzi la gestisce con rara padronanza linguistica in cerca di un codice comune che in questo ambito non appare più evidente neppure a interlocutori che celebrano con intervallo settimanale gli ultimi esempi del Novecento la cui fama è considerata indiscutibile: Fortini, Pasolini, Calvino, Natalia Ginzburg, Sciascia, Arbasino, cristallizzati in una dimensione monumentale, quando ognuno di loro in varie circostanze si è impegnato nello scontro polemico con esiti diversi.
Il libro si divide in capitoli tematici. Con una scelta generosa e quasi impraticabile, Marchesini ha deciso di portare sui social non solo le sue posizioni in merito alla letteratura e alla società, ma implicitamente – senza farne parola – anche le difficoltà dettate da una condizione di lavoratore culturale che nel decennio in oggetto si è fatta più precaria (una sua precedente raccolta di saggi, uscita nel 2023, si intitolava Diario di una cavia). Come ha scritto Michele Masneri, oggi i quotidiani non sono più in grado di seguire il business model che consentiva ad Arbasino di essere inviato a Parigi a intervistare Roland Barthes: oggi, qualora il dialogo con un interlocutore di quel rilievo fosse considerato vantaggioso per un quotidiano, ci si dovrebbe accontentare al massimo di uno Zoom o di un Meet. Migrando dai giornali ai social, lo spazio di un ritratto o di un’invettiva ha dovuto affrontare i problemi che il mezzo diverso comporta, in primo luogo, appunto, la possibilità di esprimere pubblicamente una reazione immediata, che non solo assume spesso la forma polarizzata tipica del social, ma che deve contemplare anche la possibilità di chi sfrutta lo spazio per una questione off topic, o di chi lo impiega per una battaglia personale. Non è più il tempo di una lettera aperta. In uno scontro di posizioni diverse, la velocità con cui il mezzo consente di reagire ostacola la riflessione tanto che un’opinione polemica – anche infuocata – su un qualsiasi argomento, nel malinteso si tramuta subito nel vicolo cieco di un argomento ad personam.
Uno dei temi più interessanti che attraversano il libro ha natura psicologica, ma con chiari risvolti antropologici, ossia il rapporto troppo rigido che oggi intercorre fra l’istruzione e l’espressione, per cui molti in rete, incapaci di relativizzare la propria posizione, accusano di “impressionismo” chi si esprime senza esibire in modo implicito o esplicito un richiamo all’istruzione universitaria, «identificata con la cultura tout court»:
[…] Negli ultimi decenni, l’istruzione ci ha regalato filosofi e letterati secondo i quali l’umorismo sarebbe oggi «reazionario»: definizione che è un modo fulmineo per ridurre a idiozia la sterminata, ambigua, sottile e dialetticissima letteratura al riguardo. Io, per me, credo sia quasi impossibile comprendere qualcosa della storia del pensiero, della poesia o del romanzo senza coltivare il senso dell’umorismo, senza avere un po’ d’intuito psicologico demistificatorio, e senza saper relativizzare radicalmente la verità non solo nel contenuto ma nello stile. Aveva ragione Garboli: ci manca un provocatore della statura di Molière – uno capace di ricordarci che la cultura non è di per sé un valore e che un imbecille erudito è più imbecille di un imbecille analfabeta (p. 28)
La mancanza di umorismo, che si fa «inclinazione inquisitoria» e «pedanteria», è tipica di una realtà sociale in cui si aggirano clerici vagantes troppo titolati per la professione che svolgono, portatori di un disagio che incontra di norma l’indifferenza di chi non solo non li comprende ma, non riuscendo in alcun modo a identificarsi nei loro bisogni, non prova per loro alcuna simpatia. Non è che una nuova variante dell’incontro ricorrente tra due caratteri della storia della cultura nazionale che mi sono già trovato a citare e che in rete lascia quotidianamente traccia di sé, vale a dire la scena in cui il «Lei non sa chi sono io» incontra il Marchese del Grillo («Io so’ io, e voi non siete un cazzo»): chi non si sente riconosciuto incontra chi per principio non è disposto a riconoscere nessuno.
Il doloroso paradosso della mancanza di riconoscimento, che certo il primo tipo, di formazione universitaria, pretende in modo pieno, si risolve solo se il secondo avverte in lui una ferita, un disagio socialmente degno di essere compatito:
Riassumendo brillantemente una convinzione di tanti moderni, Edmund Wilson ha detto che l’infallibilità del Filottete arciere non può essere disgiunta dalla sua piaga purulenta, ripugnante. Ma alla teoria di Wilson bisognerebbe aggiungere una postilla. Finché Filottete tira come un dio, la piaga gliela perdoniamo; appena sbaglia mira, rivelandosi un soldato qualunque, siamo pronti a deriderla: non lo riconosciamo più come un nostro simile. E così raddoppiamo l’ingiustizia dello stigma sociale, o della natura. (pp. 31-32).
Ma l’incomprensione di norma non si risolve. Ciò che di conseguenza sembra pagarne il conto è l’intelligenza critica, che ai lettori in rete sembra non essere mai sufficientemente fondata, tanto che le discussioni on line si dispiegano proprio su un’assenza di fondamento che del resto è costitutiva, se non si riesce a riconoscere di volta in volta il contesto in cui l’affermazione si svolge e il gioco linguistico che prende forma tra chi scrive e chi legge.
Molti intellettuali deplorano il fatto che i social media abbiano favorito una rapida moltiplicazione di giudizi impressionistici e poco motivati; ma di solito, quando a questi giudizi oppongono il «severo» metodo delle teorie della letteratura del tardo Novecento, gli intellettuali dimostrano di avere a loro volta una concezione distorta della critica. Perché quelle teorie sono prevalse proprio a causa della sua crisi, che nella seconda metà del XX secolo ha coinciso con l’affermarsi pervasivo dell’industria culturale e della scuola di massa. L’esigenza di rendere mediaticamente e didatticamente trasmissibile un sapere che di per sé lo è poco ha allora incentivato la diffusione di una serie di neoretoriche, emarginando la saggistica asistematica che dominava nelle epoche precedenti. Il problema, però, è che la critica moderna, proprio in quanto naturalmente filosofica, nasce appunto dalla crisi dei sistemi filosofici, e in opposizione alle regole della retorica. Dai libertini francesi ai pubblicisti inglesi e svizzeri, dal primo romanticismo degli Schlegel a Sainte-Beuve e a De Sanctis, dal giovane Lukács a Benjamin e Adorno, la critica si è imposta come il genere principe della saggistica moderna, e come una forma di filosofia morale adatta a società non più compatte e omogenee, dove alle certezze metafisiche si è sostituita la volubilità dell’opinione pubblica. (pp. 81-82)
Basterebbe la saggezza quotidiana, distinguere caso per caso, più che evocare un galateo comune in quell’impossibile “contesto unico” che la lettura distratta di ciò che è pubblicato sui social ci spinge erroneamente a concepire e a dare per scontato. La scrittura saggistica muove da un presupposto soggettivo verso l’approfondimento di una questione: a chi parlando di cultura pretende una garanzia universitaria e quindi predilige un unico genere testuale, la tesi, andrebbe ricordato che come genere non solo testuale, ma perfino letterario, il tema ha molte più possibilità di riuscita. Resta dunque un ultimo esito paradossale: poiché un mezzo di comunicazione agile ed estremamente rapido come quello dei social non può garantire il successo, per così dire, all’apparato di note, non lo si può che condannare proprio perché non riesce a riprodurre un’astratta gerarchia di competenza fondata più sui titoli che sui risultati. Sembra di assistere a una scena goldoniana.
Scrivere on line sui social, o su riviste non accademiche, rimane un rischio che non conosce oblio, o che forse comincia a conoscerlo solo dopo vent’anni, se è vero che fra i link dei primi anni Duemila circa uno su quattro risulta corrotto; un rischio che, al di là dell’aspetto materiale, riguarda soprattutto il tono, il gaddiano e manzoniano «parlare da uomo agli uomini» (e alle donne), che talvolta sui quotidiani si è invece fatto più settario, in nome di una stagione che si vuole programmaticamente nuova, buona, diversa, ma i cui risultati rispetto alle ambizioni appaiono poco rilevanti.
Naturalmente, nel libro c’è anche dell’altro: non tocco qui il capitolo Società politica, né quello dedicato a Coccodrilli e ritratti, in cui risultano memorabili le pagine su Piergiorgio Bellocchio e il guizzo in due righe sulla scandalosa somiglianza fisica di Fortini a Chaplin. Vorrei concentrarmi invece ancora un po’ su Tornare al cinema per una ragione la cui evidenza può stupire. Marchesini scrive sempre da scrittore, ma se di letteratura scrive da critico letterario, di cinema scrive semplicemente da scrittore. Privo della preoccupazione di ridefinire un canone, davanti alla visione di un film può seguire più liberamente le sue intuizioni: ne risultano pagine a tratti irresistibili: «Come ha concluso una mia amica molto intelligente: ‘Barbie è un meme di due ore. E ha senso un meme di due ore? No’ Ma ve lo ricordate, com’è bello Pinocchio?». In Poor Things di Lanthimos apprezza «Bella, anzi Bellissima – lei proprio lei, labbra sporche di colazione e lingua lumaca sull’orecchio del medichino»: ne loda l’aspetto comico, meno invece la regia troppo scomposta, che evita la soluzione ordinaria solo per mostrare al pubblico le doti dell’autore, peraltro molto più austero nella messa in scena dei film precedenti alla Favorita.Nella fiera dei biopic trova invece giustamente fungibili i soggetti, che si tratti di Leopardi, Oppenheimer o Berlinguer, perché lo scopo non è «rappresentare la specificità del soggetto», ma appunto mettere in scena genericamente la grandezza, vale a dire forse quanto c’è di meno generico.
Privi dei commenti e raccolti sulla pagina di un libro questi brani di Diario in pubblico evidenziano una misura che desta sorpresa soprattutto perché, letti in sequenza, assumono la forma di una testimonianza umoristica e sofferta del proprio tempo, non così distante da esempi più corposi come il Diario romano di Brancati, anch’esso composto di articoli usciti in vari momenti, o come lo stesso Diario del Novecento di Bellocchio.

Sette canestri - Walter Nardon
Un’educazione - Walter Nardon
Passaggio di consegne con imprevisti - Walter Nardon
Eredità - Matteo Marchesini
Brancati e il passo dell’invenzione
Arredo sacro
Una forma evidente





















