A prima vista

"... Da un paio di mesi aveva scoperto con un brivido d’allarme che aveva avuto una vita, ossia che le decisioni per il suo futuro – che per lungo tempo aveva tenuto in equilibrio, certa di poter sempre imboccare una strada diversa – si erano invece stratificate trasformando quel tempo sospeso nella sua storia". Un racconto inedito di Walter Nardon.

La sua tenacia aveva dell’incredibile. Mentre si acconciava allo specchio i lunghi capelli neri, i suoi dubbi circa la partenza o meno per San Benedetto stavano raggiungendo un’estensione imprevista. «Parto,» si disse con un’occhiata insinuante; ma poi si girò di profilo, sollevando i capelli in alto: «No, non è ancora tempo». Questi, ossia quelli in cui giocava a farsi desiderare, erano i suoi momenti migliori perché – dato che negli ultimi tempi credeva che sulla sua strada fossero sorti troppi ostacoli – l’umore era quantomeno altalenante.

«Che potrebbero dirmi, se mi lamentassi anche di più? E invece non mi lamento quasi mai». Anche il “quasi” aveva assunto una sfumatura che una giuria imparziale avrebbe sicuramente definito inedita. Eppure bisognava decidersi.

Sua sorella era già scesa in macchina col marito, da due giorni era ufficialmente in vacanza. In farmacia il giovane Fabiano – ansioso di fare esperienza – l’avrebbe sostituita a dovere. Inutile rimanere a casa da sola. Si spalmò un po’ di crema per il corpo, controllò per l’ennesima volta lo smartphone e poi finì per capitolare. Era tempo di pensare alla valigia.

In effetti, un grafico che avesse descritto l’andamento degli ultimi due anni della sua vita avrebbe assunto uno sviluppo movimentato. Il mancato ingresso nella società Xenia in cui aveva investito parecchie energie e che avrebbe voluto costituire a Verona con altri due colleghi l’aveva portata a una decisione perentoria: se quella non era, né poteva diventare la sua casa, tanto valeva andarsene in un luogo altrettanto estraneo. Discorso inappuntabile, se non fosse che la sua principale conseguenza – in attesa, appunto, di trovare un altro luogo estraneo – l’aveva riportata provvisoriamente fra le mura di casa, ossia nell’appartamento di fianco a quello di sua sorella Lina, nel quale si era installata e dal quale negli ultimi tre mesi di riflessione si era allontanata – escluso il lavoro – solo per pochi giorni.

Due vestiti basteranno? Aveva scritto a Lina, visto che lei le aveva detto che si sarebbero tenute delle serate a tema. Per vestiti intendeva abiti. Si guardò di nuovo nello specchio di profilo: tutto sommato, sarebbe potuta andare peggio.

La seconda questione che aveva mosso il grafico trovava origine nella fine del suo rapporto con Riccardo, un commercialista che aveva uno studio poco fuori Sant’Ambrogio. L’evoluzione della storia non era stata delle più ordinarie: usciti felicissimi un paio di sere, avevano preso a frequentarsi regolarmente, ma con periodicità rilassata, una volta ogni quindici giorni: una cena a Torri del Benaco, un’escursione a piedi (Colli Euganei), un weekend con trekking vertiginoso sui sentieri del basso Trentino. Poi lui l’aveva lasciata o, per essere più precisi, proprio mentre lei aveva ricominciato a tessere la trama della sua speranza, aveva cessato di farsi sentire: l’aveva liquidata. E a sorpresa lei era stata colta da uno sbalordimento giunto senza la grazia di un indizio. Si sentiva persa. Sul lavoro aveva tenuto duro, aggrappandosi alla necessità di essere precisa in ogni dettaglio, ma appena chiusa la porta di casa non trovava pace: chiamava a turno le amiche accusandolo in modo teatrale di ogni mancanza. E loro, Anna Rosa e Michela, pur sorprese da tanto investimento, avevano fatto ciò che potevano per invitarla a chiudere la pratica e a ricominciare con slancio. Del resto, a loro ragionevole modo di vedere, la storia non era poi durata così a lungo, non c’erano nemmeno troppi ricordi da rivivere con delusione. Lei annuiva, sembrava convincersi, le abbracciava dando loro appuntamento all’indomani, ma cinque minuti dopo ricominciava a piangere al telefono.

In un caffè del sabato mattina in centro, Anna Rosa aveva confidato a Michela che entro poche settimane Anna si sarebbe sentita meglio. E, in effetti, andò così, tranne per un dettaglio che non prometteva niente di buono. Invitate le due amiche per una pizza, che avrebbe dovuto fungere da ringraziamento per tanto conforto offerto in quel periodo, d’un tratto aveva concluso la discussione in questo modo:

«Che poi, a dirla tutta, sono stata io a non voler stringere troppo il rapporto, a tenerlo a distanza. Avevo capito che di lui non ci si poteva fidare fino in fondo. Troppo irresoluto, troppo debole. Oggi vorrei solo sentirlo perché ci si potesse lasciare con un po’ di dignità. Del resto, la mia non è mai venuta meno».

Nel frattempo, davanti allo specchio, si era tolta tutti i vestiti in vista della prova costume. Sì, poteva andare, senza dubbio: dall’estetista aveva fatto un ottimo investimento. Un lavoro a regola d’arte.

Portatene almeno tre. Io direi quattro, rispose sua sorella. E mi raccomando, i sandali.

Si concesse venticinque minuti per fare la valigia, ma inevitabilmente finì per sforare.

2.

Interno giorno. Lina, accovacciata, sta mettendo la spesa in frigo. Aldo va e viene sistemando valigie e borse nella stanza da letto.

«Sai benissimo che resteremo poco, quindi è inutile tirar fuori di nuovo le vacanze dell’anno scorso scorso e dirmi che andrà a finire allo stesso modo. Fra cinque giorni ce ne andiamo in Grecia, fine della discussione».

«Sì, ma intanto sarà riuscita ancora una volta a farti sentire in colpa».

«Io non c’entro niente con i suoi casini; ho fatto quel che ho potuto per lei, ma non è ancora riuscita a rimettersi in sesto; questo mi sembra evidente, o no?».

«Stare ogni giorno con noi, più o meno come ha fatto in questi mesi, le servirà?»

«Beh, credi che lasciarla a casa mentre tutti sono in vacanza sia un’idea migliore? Cinque giorni, anzi quattro, visto che ne impiegherà uno di viaggio».

«La cosa più assurda è che sulla carta avrebbe tutto quello che serve. Te l’ho detto trecento volte: è bella – se si dà una sistemata – e ha un buon lavoro; se non si fa prendere dalle menate può perfino essere divertente, ma – vedi un po’ – d’un tratto ha deciso che la sua vita di relazione è archiviata senza alcuna altra possibilità. Sono cazzate, ma si vive anche di questo».

«Beh, tu fai presto a concludere, non ti ricordi nemmeno come si possa stare così».

«Vuoi un esempio? Arturo».

«Chi, il montatore di mobili? Non vedo la differenza: cinque birre medie prima, quando stava con Claudia, e cinque dopo».

Lina pensava che l’attuale condizione di Anna fosse il risultato di una serie di vicende sulle quali incideva in primo luogo l’aspettativa sociale, la sete di riconoscimento che, negli anni di studio, i loro genitori le avevano riversato addosso. Poiché si aspettavano di più da lei – Lina si era laureata in Economia ed era entrata subito in uno studio – ciò che Anna aveva raggiunto e che ancora poteva raggiungere era sempre stato giudicato insufficiente rispetto agli obiettivi iniziali. Questa attesa di un successo che finalmente avrebbe riscattato anni bui di sacrifici (così loro la vedevano) e di investimenti (anche qui, un calcolo fuori scala) incideva in misura fatale anche sulle sue relazioni che, gravate di questa ipoteca, avanzavano trascinandosi senza arrivare lontano. Inoltre, per uno sviluppo doloroso e paradossale, più lei si rendeva indipendente dai genitori, affrancandosi dalle loro ambizioni maldestre, più l’ipoteca stendeva la sua influenza interiore, affaticandole i gesti: ogni incontro diventava il simbolo di un successo sperato assoluto e quindi, come tale, impossibile. Ciò nonostante, Anna manteneva per Lina un che di gioioso e di bizzarro, un amore per gli aspetti frivoli dell’esistenza che era riuscito a salvarla dagli errori sociali della famiglia, ma che, negli ultimi tempi, davanti a qualche dispiacere o a comprensibili difficoltà professionali, stava perdendo forza.

«Abbi pazienza. D’altra parte, non mi hai sempre detto che in fondo ti piace?»

3.

Il Frecciarossa viaggiava con un quarto d’ora di ritardo. Di questo passo a Bologna avrebbe avuto soltanto dieci minuti per il cambio; cambio un po’ stretto, dunque, sempre che non sopravvenissero altri imprevisti. Eppure non ne era innervosita, come di solito in queste circostanze accadeva tanto da farla stare in tensione con gli occhi sul monitor in attesa dei nuovi aggiornamenti della linea. Sorridendo, osservava la grande valigia rossa che era riuscita a infilare fra i sedili alla sua sinistra: ci aveva messo di tutto. Vestiti da spiaggia, outfit sportivi, abiti elegantissimi e diversi (e relative scarpe), una scorta inverosimile, anche al netto di ciò che Lina le aveva promesso; il tutto indispensabile per garantirsi la possibilità di scegliere secondo l’umore del momento. In effetti, aveva proprio voglia di seguirlo. Non sapeva nemmeno se nella valigia avesse messo il necessario, ma non aveva intenzione di preoccuparsene, certa che in quel caso sarebbe intervenuta Lina. Beh, sì, forse faceva ancora troppo affidamento su di lei, ma in caso contrario, qualora sua sorella non avesse avuto niente da prestarle, si sarebbe affidata alla carta di credito. E poi ci sarebbe stata anche Gerti: non la vedeva da mesi, perciò tutto sommato la trasferta poteva valere la pena.

Seguiva una storia su Instagram.

Di buon mattino aveva avuto uno scambio Whatsapp con Anna Rosa.

– Mia sorella mi ha detto di portarmi quattro vestiti, dice che serviranno. Ho portato anche l’intimo di fiducia. Non credo ci saranno grandi occasioni, ma intanto serve all’umore.

E invece no: devi proprio puntare sull’intimo di fiducia.

Sedeva composta, i capelli sulle spalle, la giacca nera sopra la t-shirt grigia con la scritta Be Yourself. Cercava di recuperare un po’ dall’affanno degli ultimi mesi. Dal punto di vista professionale poteva ancora valutare un buon ventaglio di soluzioni; quanto al resto, si sarebbe visto. Si era però resa conto che ogniqualvolta tentava un rapido bilancio provvisorio, era subito raggiunta da una sensazione più sgradevole: da un paio di mesi aveva scoperto con un brivido d’allarme che aveva avuto una vita, ossia che le decisioni per il suo futuro – che per lungo tempo aveva tenuto in equilibrio, certa di poter sempre imboccare una strada diversa – si erano invece stratificate trasformando quel tempo sospeso nella sua storia. Anche se questa intuizione a volte la teneva in pugno, si era data una scrollata di spalle e aveva deciso di andare avanti. Aprì il portatile sul tavolino.

Un uomo elegante, snello, dai capelli neri la superò verso la porta del vagone. Avvertì l’eco di una fragranza in cui riconosceva vari legni: non lo aveva visto in faccia interamente, ma quel che aveva scorto poteva bastare, anche troppo.

«Mi scusi» un secondo uomo, robusto, quasi obeso, urtò contro il suo gomito.

«Miro, che ci fai qui?»

«Oh, Anna, incredibile. Vado a un convegno di odontotecnici, cara; cioè, adesso sto andando al vagone ristorante, ma poi vado a Roma per questo. Tu che ci fai?»

«Vado da mia sorella a S. Benedetto»

«Eh, ci verrei volentieri. E non è detto che non capiti. I convegni sono una rottura di coglioni, ma questo mi tocca, non posso farne a meno, che ci vuoi fare? Anzi, bevi qualcosa?».

«No, grazie. Devo rispondere a un’e-mail. Ma se mi porti un caffè mi fai un favore».

«Lungo?».

«Lungo, lunghissimo».

«Ai tuoi ordini».

Con gioia Anna avvertì il riattivarsi di un’improvvisa soddisfazione: qualcuno poteva fare gratuitamente qualcosa per lei. Era un po’ che non succedeva. Conosceva Miro da qualche anno perché lavorava con un paio di dentisti suoi clienti. Disponibile, in evidente sovrappeso, con una moglie appassionata e discreta cultrice della chirurgia estetica. Aprì la posta per rispondere a un fornitore in difficoltà con la distribuzione a cui doveva sollecitare l’invio di un pacco. Miro le ricordava il custode della colonia marina di Cesenatico dove da ragazza, insieme a Lina, era stata spedita dalla madre per tre estati di fila: più che robusto, quasi calvo, sempre a petto nudo e costantemente intento a spostare cose: transenne, sedie, panchine, gomme per l’irrigazione. Sempre sudato. Certo, fermarsi di nuovo a osservare quella superficie marina al mattino, senza nient’altro a cui pensare che quel momento e quell’acqua: forse sarebbe potuto bastare.

Scrisse a Lina: Un quarto d’ora di ritardo, ma tutto bene. Forse riesco anche a prendere il cambio.

Ecco di nuovo l’uomo elegante, un viso spigoloso, carico di promesse. Nella fantasia è già pronto a sistemarsi i lacci delle scarpe, in tight. Anzi, lo vede preoccuparsi dei cerchi della Tesla: già, ma per andare dove, ad Arco di Trento?

Miro tornò col bicchiere di carta del caffè in mano, più che cortese.

«Ti ringrazio».

«Ma di che? Anzi, non ti ho detto una cosa. Può essere che dopo il convegno ci spostiamo davvero sulla costa adriatica per un po’ di mare. Magari non proprio San Benedetto, ma forse sì, non ho ancora un’idea precisa. Giovanna sta cercando su Internet la destinazione giusta».

«Beh, se vieni a San Benedetto fatti vivo».

«Se vengo lo farò senz’altro».

La risposta di Miro bilanciava l’educazione più squisita con l’effettiva volontà di rispondere a un invito, tanto che con lui non si poteva sapere – né Anna era in grado di capire – da quale parte la sua volontà sarebbe finita per propendere. Tuttavia, la riviera era piuttosto estesa e le esigenze di Giovanna troppo sofisticate e imprevedibili per arrivare a ritenere possibile un nuovo incontro.

Lo seguì allontanarsi col sacchetto dove avevano trovato comodamente posto un paio di croissant supplementari. Il bruno elegante racchiudeva in sé un futuro, lo osservò sparire in fondo al vagone.

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