Tombeau d’Adonis

Ieri è scomparso Adone Brandalise, critico letterario e docente di Teoria della Letteratura all'Università di Padova. Angelo Angera lo ricorda qui con affetto: "Il solo maestro in cui ho riconosciuto la verità ultima di ogni scrittura: la parola parlata è tutto, la scrittura è solo che scoria. E di tutta la venerata letteratura cosa resta poi se non una scintilla che si fa sempre più fioca, una lucciola che si inoltra nell’ombra?"

L’aula in cui teneva le sue lezioni non bastava per la piccola folla che le seguiva. Arrivando vedevi studenti appoggiati allo stipite come la figura in fondo alle Meninas di Velazquez, forse persino seduti in terra subito fuori dalla porta aperta, sempre che la memoria non stia qui agghindando il ricordo di dettagli pittorici. Gli studenti mi appaiono difatti immobili, un riversarsi di corpi davanti a una porta che mette su una sala invisibile. Alcuni scrivono accosciati a terra, altri guardano l’interno intenti, illuminati, o si coprono gli occhi con una mano per la vertigine; altri discutono tra loro, le dita puntate su un vecchio volume, un qualche punto oscuro dettato dal maestro, le cui parole pare quasi di sentire attraverso la tela.

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Di certo l’aula era affollata, anche nella realtà: e chi arrivava tardi doveva davvero sedersi per terra con il proprio quaderno. Il corso tracciava un cammino tra Platone e Don Chisciotte, numi tutelari Derrida, Ortega y Gasset e una galassia di pensieri in continua espansione e dissoluzione: ciascuno se ne andava di lì come dal centro di un palazzo cretese dove un benevolo Minotauro invece che morte distribuiva nuovi fili che dipanava dall’arazzo della propria (anzi della nostra) psiche. Ciascuno se ne andava portando con sé il labirinto: non esiste altra possibile uscita, né altra Arianna.

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Il solo maestro in cui ho riconosciuto la verità ultima di ogni scrittura: la parola parlata è tutto, la scrittura è solo che scoria. E di tutta la venerata letteratura cosa resta poi se non una scintilla che si fa sempre più fioca, una lucciola che si inoltra nell’ombra?

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Cosa guarda Velazquez nelle Meninas? Quello che c’è sulla tela che noi vediamo per il verso è questo ininterrotto farsi che ininterrottamente svolgiamo nel nostro pensiero e attraverso lo sguardo autoritratto di Velazquez. È cioè forse l’unico quadro in cui realmente la pittura si manifesta come movimento, in quanto il quadro che Velazquez sta dipingendo ininterrottamente si fa, e ininterrottamente resta incompiuto. Questo accadeva, ossia ancora adesso accade, delle sue lezioni. E lo sguardo (“ormai sono praticamente cieco” diceva, recitando a memoria interi capitoli del Chisciotte) era identico che in quell’autoritratto degli autoritratti, sospeso e inabissato.

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Ogni lezione di quel corso prendeva le mosse da alcune righe del Chisciotte o delle Leggi di Platone. L’accento coriaceo del veneto di terra trascendeva in una sintassi rapinosa, e quel lessico nitido ma assemblato in direzioni e geometrie impervie, ci facevano sentire come tante Alice davanti a uno degli astratti mostriciattoli delle sue avventure, emissari di una sapienza il cui fine ultimo sembra più quello di far capitombolare o capriolare l’ascoltatore. Fili di nuovi labirinti. L’uscita è l’ingresso in un nuovo più elusivo meandro.

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Leggeva (ossia ricordava e recitava) alcune righe, e poi procedeva alla glossa, come una mongolfiera che si stacca da terra. Prendevamo appunti meccanicamente, senza capire nulla, amanuensi di un qualche Jabberwocky. Così almeno per i primi minuti. Poi prima uno, poi due, poi tutta la sala, ciascuno senza mai smettere di scrivere (ora una pagina ora un’altra dei quaderni frusciavano al voltarsi, come un albero sotto un vento lentissimo) cominciavamo ad annuire, come per una musica invisibile. Una forma di ipnosi che passava per una pratica prima che per un ragionamento: dalla parola parlata all’azione di scrivere fino a che il senso cominciava a farsi strada come per filtrazione liquida, un qualcosa che era già lì e che emergeva da un sottosuolo comune a tutti. Telepatia amanuense. Annuivamo, e solo giorni dopo cominciavano a formarsi pensieri compiuti: bevendo un caffè, guardando un corpo nudo sotto le lenzuola, inciampando sul selciato. Pensieri compiuti ossia non compiuti, il pensiero non compiendosi che nella morte, e forse nemmeno lì.

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Quello speciale brivido che ci danno a volte le lettere (ricordo la prima volta che lo sentii, un moto incontrollabile e sottile del corpo che mi colse completamente di sorpresa, come chi scoprisse un senso ulteriore agli altri cinque; erano le ultime righe della Metamorfosi di Kafka – la sorellina di Gregor si stiracchia, ed ecco un brivido scendermi dalla testa lungo le spalle e la schiena, come un’incoronazione fantasma. Cos’è questo tremore del corpo? Perché il mio corpo trema così?): nonché il tremore, mi si mostro con lui il gelo artico di certe lettere, quella prossimità a uno stato di morte che è dato incontrare in pochissime opere e che è in realtà il grido ultimo della vita che si rivela capace di essere più morta della morte stessa.

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L’ultima volta che l’ho ascoltato parlare è stato attraverso un video. Hegel e Rossini, l’amore di Hegel per Rossini, la penetrazione metafisica di Rossini sulla natura del personaggio lirico, dissolventesi e risolventesi… Non ho idea se di quell’intervento sia stata conservata una traccia.

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Suoi ultimi istanti. Cosa ne è di una coscienza tale nel suo dissolversi, di una mente che nella parola e nel pensiero e nell’esistenza vede un farsi prima che una forma, squalo di luce cui il movimento perpetuo è condizione stessa dell’esistenza?

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La sua scrivania era sepolta di libri come se ce li avessero fatti piovere alla rinfusa dal cielo. Quando mi arrischiavo a entrare in conversazione con lui, guardava da un’altra parte, di solito in mezzo a quel mucchio di carta, visibilmente imbarazzato per la mia goffaggine mentale. E certamente troverebbe più che mai svampite queste righe in cui per poco non si ritrova a diventare un personaggio immaginario. Ma non mi ferirebbe. Guardava un po’ tra il caos di libri come a cercare una consolazione; non mascherava l’imbarazzo, né però lo sfogava con battute taglienti. Ascoltava i miei strafalcioni con bontà. Come tutte le persone profondamente intelligenti, riconosceva nella stupidità una fase di quel che poi vogliamo chiamare pensiero.

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Un giorno mi disse che le ultime parole di Platone non furono parole, ma un gesto con la mano per correggere il ritmo della melodia malcerta di un flauto, che accompagnava il banchetto.

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