Molte cose cambiano all’anticipata svolta tra XX e XXI secolo; anche in Italia, dove pure il fattore della continuità sembra sempre prevalere. La fine del più grande partito comunista dell’Europa occidentale, che era stato spesso identificato come il principale sostegno della memoria resistenziale, per esempio, e l’inedita presenza dei neofascisti al governo, dopo un sussulto giacobino intenso ma di breve durata. Intanto, se i partigiani, come i testimoni della Shoah, diventavano sempre meno numerosi e più vecchi, con la morte di Meneghello scompariva l’ultimo grande narratore della Resistenza. Troppo presto se ne erano già andati Fenoglio, Calvino e Primo Levi. Il discorso scettico sulla Resistenza, e contemporaneamente morbido sul fascismo, aveva preso l’abbrivo negli anni Ottanta, penetrando più largamente l’opinione pubblica nel decennio successivo. Sono soprattutto la politica e il giornalismo, ma anche la letteratura, a fare da cassa di risonanza; ecco perché, se si vuole fare un rendiconto della narrativa post resistenziale, tocca partire dagli ibridi romanzi di Giampaolo Pansa, di gran lunga lo scrittore più visibile, rumoroso e in fondo influente sulla distrazione, l’indifferenza grigia e la franca ignoranza contemporanee. L’onda lunga non è mai cessata, viste anche le rinnovate aperture politiche di oggi, ma a livello di egemonia libraria sembra registrabile un cambio di polarità, sancita, perlomeno riguardo al Regime, dall’uguale e contraria affermazione della serie M di Antonio Scurati, con anticipazioni ed effetto trascinamento su altra produzione romanzesca. In particolare per la presenza di autrici e personaggi femminili, nuove protagoniste della letteratura post resistenziale con risultati interessanti seppur discutibile quanto a I giorni di vetro di Nicoletta Verna, decisamente trascurabili per le malefemmine di Salvioni.
L’interesse incessante (ed anzi via via cresciuto) per un periodo storico drammatico, considerato in alcuni casi epico, mai sopito e condiviso, ha generato una narrativa multiforme per generi, stili e atmosfere, segno di vitalità e al contempo di sfruttamento editoriale di un filone se non aureo quanto meno non ancora esaurito. Certo tutti questi autori, che non hanno vissuto il biennio 1943-’45, e però su questo hanno scritto a partire dagli anni Novanta, dovevano trovare un proprio modo di raccontare, anche a fronte delle prove di alcuni giganti del secondo Novecento, pure avvantaggiati dall’essere stati partigiani. Hanno talvolta tentato di ri-raccontare direttamente la lotta di liberazione e la scelta del volontarismo combattentistico, spesso hanno preferito invece la rievocazione frammentaria o l’interposizione di una biografia da ricostruire e valorizzare. In questo genere sempre verde si possono segnalare i biopic di Veltroni su Iris Versari, Van Straten su Nada Parri, La ribelle, e Scurati (Il tempo migliore della nostra vita) con via via un maggiore coinvolgimento autobiografico e di conseguenza una riflessione sul rapporto tra storia e letteratura. Fino ad arrivare alle vicende familiari di Zamboni già nel 2013 e Elisa Manon nel recente Guance bianche e rosse, o al racconto del proprio insegnante di liceo ex-partigiano di Roberto Cotroneo in La nebbia e il fuoco. Un’interessante memoria finzionale ha invece messo in scena Tabucchi con il lungo e talvolta ambiguo soliloquio Tristano muore.
Questo confronto, va pur detto subito, perdente, con i maestri, ha spinto i nuovi autori ad adottare di volta in volta le forme letterarie a loro contemporanee e magari più vincenti. Il genere del giallo, per esempio, prevalente (o debordante), proprio a partire dagli anni Novanta, non ha risparmiato la Resistenza, con gli esiti semi-revisionisti del primo Lucarelli di L’estate torbida o Gennari (Le ragioni del sangue), passando per le prove scipite del tuttologo Cazzullo o del duo Macchiavelli-Guccini, o al più convincente mestiere di Varesi ne La sentenza. Con alcune punte eccentriche dovute alla forza autoriale di Michele Mari e Pontiggia, rispettivamente tramite le investigazioni di Verderame e Il raggio d’ombra. Nei medesimi anni dei giovani Cannibali, influenzati dal cinema di Tarantino, riaffiorava un narratore che aveva esordito addirittura sul «Politecnico» di Vittorino, quel Giulio Questi, ex-partigiano e cineasta irregolare, che propone i freschi racconti di Uomini e comandanti con venature pulp. Il racconto, sia detto tra parentesi, conferma nel filone resistenziale la propria attuale marginalità, fatte salve le prove di Giacomo Verri, testardamente fedele alla tematica della guerra civile, laddove nel dopoguerra, come testimoniano le antologie curate da Gabriele Pedullà, risultava in grande spolvero, accompagnando la rinascita letteraria del dopoguerra. Ancora vanno registrate le ambizioni epiche della Scrittura Industriale Collettiva, che sforma un romanzo plurale, In territorio nemico del 2013, invero piuttosto convenzionale, per quanto pienamente inseribile nella vasta categorizzazione del New italian epic, teorizzato proprio qualche anno prima con successo di formula editoriale dai Wu Ming.
Non mancano opzioni più tradizionali, ma magari inconsuete nella narrativa resistenziale, come quella del fantastico (i fiabeschi Evelina e le fate di Baldelli e Per chi è la notte di Simeone), del romanzo storico come quelli trans-generazionali di Maggiani in vari romanzi o Evangelisti nella triologia Il sole dell’avvenire, o di formazione. Certo il romanzo storico ormai comprende ovviamente l’intera produzione narrativa post resistenziale, mentre di fatto quasi tutti i testi con protagonisti partigiani, spesso molto giovani, si può dire di formazione. A tal proposito va segnalata la grande offerta, pedagogicamente probante nella trasmissione di memoria, della narrativa per ragazzi sul tema, tra cui ricorderei per la sua pluridecennale proposta Guido Petter, resistente giovanissimo, docente di psicologia dell’età evolutiva e narratore di sola Resistenza. Con questo target sappiamo che vanno forti le storie che ruotano attorno alla Shoah; da ricordare allora le prove buone e meno buone di Loy (Ahi, Paloma) e Naspini con Villa del seminario, Polita con Di fulmini e tempeste.
Benvenuti, in Il romanzo neostorico italiano, scrive che per molti autori le narrazioni storiche, “per non piegarsi alla logica della Storia, deve essere inscritta proprio nei vuoti che il grande racconto ha lasciato aprire, nascondendone i bordi e la profondità […] l’interrogazione di una manque: sono i soggetti sommersi e sconfitti che devono parlare”. Uguali ed espliciti richiami all’impegno morale e politico, ma verso il futuro di nuove, più o meno plausibili, resistenze contemporanee come Wu Ming in collaborazione con l’ex-partigiano Ravagli (Asce di guerra) o Wu Min 1 con declinazione ambientalista (Gli uomini pesce). In quest’ultimo caso con un protagonista che, alla sua morte, si scopre essere di sesso femminile; né manca, tra le molte eroine, il tema omosessuale, declinato da Franceschini in Aqua e tera.
Insomma questo insieme di narrazioni danno l’impressione di stare su un crinale scivoloso tra il necessario ripensamento della Resistenza in letteratura e l’adeguamento alle formule più à la page, tanto da far scrivere a un critico molto attento alla produzione contemporanea come Gianluigi Simonetti: “Certa letteratura si dà un tono con la resistenza, la resistenza si rifugia in un certo tipo di letteratura; ma è vera resistenza? Ed è vera letteratura?”. Bisogna, credo, provare a dare una risposta caso per caso, districandosi nel gran numero di opere tanto eterogenee e che solo per comodità abbiamo cercato di inserire in categorie; lavoro non sempre gratificante ma dovuto all’importanza del tema nella coscienza civile del nostro paese a cui la letteratura continua, più o meno bene e con forse sempre minore incisività, a contribuire.

Le strade della poesia dialettale - Alberto Volpi
Tempi tolkieniani - Alberto Volpi
La GIPSI/ 2 - Alberto Volpi
Le affinità elettive o il disincanto triangolare - Alberto Volpi
Ricordo di Saverio Tutino
Sul romanzo in versi
“Sarò mai l’increativo paguro”





















