Faceva sempre la stessa strada. Per quanto alla fermata d’autobus potesse scegliere fra varie soluzioni, prendeva sempre il viale, immagino per la gente. Non ce n’era poi tanta, a dire il vero, visto che a metà del percorso, prima del bivio verso casa sua, rimanevo da solo a camminare con lei.
Cinzia portava i capelli biondo scuro col taglio corto perché tendevano a farsi unti. Intelligente, non era però la più sveglia del gruppo: la sua pigrizia compiaciuta contrastava con la nostra vivacità; contrastava soprattutto con quello a cui la maggior parte di noi sacrificava il suo presente: lo sport e lo studio. Quella che andava bene in queste cose, specie nella scherma, era Eva, sua sorella minore. Cinzia invece non voleva sacrificare neanche un minuto.
«Sei proprio sicuroo?» mi chiedeva a volte, allungando l’ultima vocale, mentre si girava verso di me guardandomi dal basso in alto. Era in seconda, un anno indietro rispetto a me, ma le nostre sezioni non erano troppo distanti: io in A, lei in F.
Arrivati a un altro bivio, verso casa sua, prima che continuassi la strada, ci fermavamo a chiacchierare. Mi poneva domande su argomenti scolastici a cui cercavo di rispondere facendo ricorso a tutte le mie risorse. Quanto invece ai temi che non c’entravano con le nostre lezioni, e che riguardavano di più la vita, confesso che ogni tanto qualcosa mi trovavo a inventarlo. Non si trattava proprio di una menzogna e non lo facevo per darmi un tono; era più che altro espressione di ciò in cui credevo. Nella maggior parte dei casi, però, posso garantirlo, mi imponevo di essere scrupoloso, anche perché sentivo che lei prendeva le risposte decisamente sul serio.
I miei li vedevo poco. Mio padre era sempre sui cantieri, lontano; mia madre lavorava in lavanderia. A casa per lo più mi arrangiavo da solo; mio fratello Alberto, un anno più giovane di me, lavorava nei campi per conto dell’azienda Tuppi Bertelli e rientrava la sera.
Ero molto occupato perché, oltre agli impegni del calcio e dello studio, avevo accettato di mettere in scena per la scuola una riduzione della commedia Il parassita di Schiller, che mi assorbiva le giornate, riempiendole di problemi nuovi. Ad esempio, non pensavo che il rapporto con attori adulti, molto più vecchi di me, si sarebbe rivelato così difficile: credevo che avere le idee precise potesse bastare. Ingenuamente, mi ero detto che quando chiedi una mano a qualcuno per tagliare la legna, questi ti dà una mano, non ti esprime le sue idee sulla legna; pensavo che anche in questo campo ci si comportasse allo stesso modo, che a me del resto sembrava e sembra ancora naturale: non avevo ancora capito – e forse mi rifiutavo di capire – che chi recitava lo faceva a volte anche per ragioni diverse dal teatro, che avevano a che fare con la distinzione, una forza inverosimile e viva perfino in faccende minime come una recita scolastica.
Ad ogni modo, poiché avevo bisogno di adulti, avevo chiesto la disponibilità ad alcuni attori della filodrammatica di quartiere. Così avevo conosciuto Riccardo Reo. Robusto, scuro, poco più che cinquantenne, non si curava di avere il testo in anticipo: era un attore che adattava a sé ogni parte. Alle prove si metteva in un angolo, in silenzio; se qualcuno gli parlava, rispondeva con ironia sorridendo e socchiudendo gli occhi, ma non reagiva. Per spingerlo a recitare al meglio dovevo lusingarlo, riportandolo al centro del palco. Mi costava un po’, specie nei confronti dei miei compagni, ma era un mezzo indispensabile per far crescere lo spettacolo.
Mi disturbava di più, invece, uno degli altri innesti, non Ennio, ma Ivano, più giovane, che aveva lavorato anche come attrezzista e aiuto scenografo in una produzione professionale (I rusteghi) e che non perdeva occasione di catechizzarmi sulla sua idea di teatro, che nasceva esclusivamente dalla sua esperienza e che a suo modo di vedere avrei dovuto seguire senza fiatare. Aveva tutta una teoria sulla solidità delle scenografie – intesa proprio in termini materiali – che a suo dire costituiva l’elemento decisivo per ogni spettacolo.
Ecco, preso com’ero da queste faccende, di ritorno dall’autobus mi sentivo meno ricettivo.
Nella biologia del corpo umano ero passato alle funzioni degli organi, stando sempre attento a non sbagliare. Un giorno Cinzia mi chiese il significato della parola “masturbazione”. Lei aveva trovato: «Procurarsi da soli piacere sessuale». Mi chiese se fosse corretto. Risposi di sì, troncando il discorso. Difficile entrare nei dettagli mantenendo l’equilibrio. Tornando a casa mi chiesi come potesse ignorare il significato di una questione che alla nostra età si era fatta più chiara: ero sconcertato. Stupidamente – devo confessarlo – lo confidai anche al mio amico Sandro. L’ingenuità di Cinzia mi sembrava incomprensibile. Sandro ne rise.
Fu una delle ultime volte che ci parlammo al bivio. Un’influenza la tenne lontana dalla scuola per più di una settimana. Al rientro, cambiò strada.
2.
Nel frattempo, ero tutto preso dalle prove. Mi avevano concesso di farmi una copia delle chiavi del teatro perciò a volte, nel pomeriggio, ci andavo da solo e mi mettevo in platea, verso metà, a osservare il palco vuoto immaginando i movimenti di attori e attrici, ma soprattutto fantasticando smodatamente su altri spettacoli futuri, su Shakespeare e su un destino di successo. Quel po’ di umidità che la vecchia sala conservava, l’odore del legno delle poltroncine, il segreto erotico che evocava la buca del suggeritore, ma in fondo gli stessi teli neri delle quinte, alimentavano l’entusiasmo che l’incantesimo del teatro faceva rinascere in me ogni volta. Ero convinto che nessun ambiente fosse così carico di aspettative, che sapesse suggerire altrettante miriadi di varianti, di incroci e di equivoci. Dopo circa un’ora, facendo forza su me stesso, tornavo a casa contento e stremato.
Se con i compagni dovevo andarci piano (sarebbero rimasti con me anche dopo lo spettacolo), più difficile ancora era agire con le compagne, specie con Cristina e Ada, che al di là della loro parte, in spregio a ogni considerazione artistica reclamavano soprattutto di apparire belle sul palco. Ada recitava bene ma, visto che Cristina lo faceva con lo specchio in mano, cercava anche lei di non sfigurare, ad esempio nell’acconciatura sulla quale – le avevo detto – avrei comunque preteso l’ultima parola (naturalmente l’ultima non era mai l’ultima visto che, dal momento che una i capelli se li porta in testa, dopo il ritocco finale pretende sempre di rivederli e correggere «una piccola imperfezione»).
Mi appassionavo senza avvertire la fatica, salendo e scendendo dal palco decine di volte. E la faccenda funzionava. In scena c’era ritmo, una disinvoltura piacevole nella quale non si avvertiva lo sforzo delle prove. Avevo cronometrato il primo atto e ne ero abbastanza contento. Ero poi andato a parlare con la zia di un altro amico (Ermanno), per la sistemazione di un paio di abiti per le mie compagne, mentre per Riccardo mi ero fatto bastare la giacca di quella che un tempo era la divisa della banda di una frazione in periferia.
Un pomeriggio, avendo trovato aperto il portone d’ingresso, erano entrati anche tre miei compagni di squadra: Ferro, Remo e Massimo. Volevano seguire le prove. Sapendo però che il loro interesse non si poteva dire più che superficiale, stavo in pensiero. Li accompagnai in ultima fila specificando che avrei concesso loro un quarto d’ora, solo perché se ne facessero un’idea. Non volevo che restassero troppo e soprattutto non volevo che fraintendessero i rapporti che si instauravano fra noi che lavoravamo in teatro: se alle prove mi sentivo di dover richiamare qualcuno, dovevo poterlo richiamare senza il timore che questo mio intervento avvenisse in pubblico. Del resto, dopo aver chiarito fin da subito i nostri rapporti e il rispetto reciproco, nel contesto chiuso della compagnia le dinamiche di relazione e anche i contrasti tipici di un’attività come questa per me dovevano aver corso liberamente, proprio perché non avvenivano in piazza. Perciò il loro sguardo mi disturbava. E loro, appena seduti, come mi aspettavo avevano preso a darsi di gomito. Così mi sedetti anch’io in ultima fila, a poche sedie di distanza dalle loro e scaduto il tempo li feci sloggiare (con lo sguardo di Ivano, che si sentiva sempre alla Scala, queste cose riuscivano in fretta).
In quell’arco di tempo, incidentalmente, ero venuto a sapere che Cinzia aveva cominciato a uscire con uno che conoscevo, Damiano, con cui avevo giocato a calcio (era un terzino), ma che ora vedevo meno perché dopo aver smesso di studiare aveva lasciato anche la squadra e si era impiegato in una carpenteria il legno. Non che fossi poi sorpreso della cosa, semmai riflettevo su ciò che Massimo diceva di lui, ossia che ora che aveva la ragazza si dava delle arie da uomo.
3.
In effetti, Damiano aveva preso coraggio. Un sabato sera, in piazza, poco fuori del bar Zacconi dove di solito ci trovavamo, avvicinandosi – ero seduto con Sandro – mi aveva accusato ad alta voce.
«È inutile che fai finta di niente,» cominciò, «Sei solo un ragazzo, non capisci come va il mondo. Parli, parli, fai mille cose, ma ti servirebbe una settimana di lavoro come la mia e non faresti più il furbo, allora avresti diritto di dire qualcosa».
Scrollava la testa.
«Vedi, io me ne sto qui in silenzio, non ti ho detto niente; ma se proprio insisti, allora qualcosa te lo dico e, anzi, puoi anche segnartelo per bene: ti manca almeno uno degli scaffali di libri che ho letto».
«Da te me lo aspettavo» mi disse, «tiri fuori i libri. Sei sempre il solito: non capisci proprio un cazzo».
E così, senza aggiungere altro, prese l’uscita e se ne andò. Gli adulti al banco lo osservavano e qualcuno guardava verso di me cercando di capire cosa avessi potuto dirgli per irritarlo fino a quel punto.
Che parlassi tanto, era vero, potevo rintronare i miei amici; ma qui a lamentarsi avrebbero dovuto essere loro, non lui, con cui ci salutavamo a stento. Quanto al resto, passavo le estati lavorando con mio padre nei cantieri, perciò pensare che non avessi alcuna esperienza del lavoro e che fossi invece cresciuto in un palazzo nobiliare non solo era ingiusto, ma anche ridicolo. Eppure quel suo eccesso caotico rendeva più forte in me un disagio più oscuro, la coscienza di una colpa da cui non mi sentivo esente, che quanto più mi sembrava indeterminata, tanto più mi angosciava. Non bastava rifugiarsi nell’ambiente circostante, o nelle buone intenzioni.
Forse c’entrava Cinzia.
Chissà? Forse gli aveva fatto degli apprezzamenti che lui non aveva gradito.
Per cercare di venirne a capo, il giorno dopo, alle tredici e trenta attesi invano che lei scendesse alla solita fermata: era già scesa, faceva un altro giro.
Cercai allora di informarmi.
Saltò fuori non solo che non aveva più voglia di vedermi, ma che aveva cominciato a dire in giro che io ero un tipo da non frequentare.
«E perché, se posso?» avevo chiesto a Giulia.
«Non l’ha detto. Presumo tu possa arrivarci da solo».
4.
La settimana successiva, per noi era già tempo della prova generale. Tutti pronti, con Ada tanto contenta del suo costume da chiedermi di poterlo mostrare in anteprima a sua madre. In questi frangenti – comprensibilmente, dopo le fatiche di un mese – nella compagnia cresceva un’euforia che credevo vantaggiosa solo se ben diretta al suo fine, ossia al risultato dello spettacolo. Cristina, che alla prova costumi non era potuta venire a causa di un’indisposizione, non vedeva l’ora di mostrarsi.
Ma tutti facevano il loro, e fin dalla sua entrata in scena Riccardo si confermava padrone del palco, rassicurante e sinistro, come il personaggio richiedeva. Stava andando così bene che dovetti intervenire per interrompere l’idillio, altrimenti gli attori si sarebbero accontentati della performance, mentre l’ottima performance bisognava tenerla da parte per la prima. Perciò, col pretesto di sistemare un paio di cose, un movimento di Andrea, fermai la prova per qualche minuto.
Non nascondevo però una soddisfazione fino allora solo sognata, quando vedevo gli attori disporsi sul palco così come avevo indicato. Mentre in fondo alla platea seguivo la recita senza interruzioni, ripetendo a memoria tutte le parti, sentivo crescere in me la fiducia per l’interesse che il pubblico avrebbe potuto provare davanti a una parte di vita discutibile, ma ben risolta in ogni movimento.
Alla fine gli attori erano convinti di aver fatto il proprio dovere.
«Continua così,» mi disse Ivano, scendendo dal palco, «hai molto da imparare, ma certo hai stoffa».
Riprese le proprie cose, ciascuno cominciava a uscire. Io rimisi maglia, cronometro, copione nello zaino, gettando ancora una volta lo sguardo sul palco vuoto.
Ero convinto che molto di quello che la vita aveva da dirci si svolgesse nel rapporto fra la platea e la scena; per questo passavo quel tempo da solo in teatro. Ero certo che anche in un solo gesto minimo di Andrea, che pure aveva una parte secondaria e che forse quasi nessuno avrebbe potuto avvertire, si giocasse il rapporto fra spontaneità e disinvoltura, quella che si acquista dopo parecchie prove e che isola e perfeziona un istante, strappandolo alla sua apparente insignificanza. Ero così esaltato da arrivare a credere che la platea, una volta piena, avrebbe respirato all’unisono.
«Ti fermi ancora molto?» mi chiese Sergio, il custode.
«No, scusa, esco subito».
Fuori si era fatto buio.
Salutai in fretta e presi la strada di casa.
Del teatro ai miei importava poco; a mia madre, devo dirlo, quasi niente. Mio padre invece sarebbe stato più interessato, ma era sempre via. Eppure nei suoi confronti avrei potuto sostenere che il teatro era un po’ l’arte di famiglia perché sua sorella, zia Marta, da giovane aveva recitato in una filodrammatica e il marito aveva seguito gli adattamenti dei testi. Anche un altro fratello di mio padre, zio Gino, aveva qualche esperienza di scenografo. Ma non c’era molto da fare.
5.
La prima andò bene. Non avevamo fatto il tutto esaurito, ma sul palco la commedia riuscì anche meglio di quanto mi aspettassi. Dietro le quinte, verso la fine del secondo atto (ossia verso il finale, nella nostra riduzione), avvertivo che il pubblico era ancora del tutto con noi, e non perché si trattava dei parenti degli attori. Chi è andato più volte a teatro può capire di cosa parlo: sentivo la qualità dell’attenzione che ci rivolgevano, ed era buona. Lo stesso Schiller – mi dicevo, esagerando – non si sarebbe offeso.
Al termine, grandi applausi e chiamate al proscenio. A un certo punto uscii anch’io, feci appena un inchino con la testa.
Erano contenti. Me lo sono detto anche in seguito: è raro trovare una forma di felicità così piena come quella che si prova in teatro quando lo spettacolo è riuscito. Qualcuno potrebbe perfino essere tentato di pensare che quella è la vita come dovrebbe essere, una vita compiuta (anche perché provata e riprovata al punto da dimenticare l’eccesso di consapevolezza che tutta la faccenda comporta). Naturalmente, Ennio e Ivano stapparono lo spumante, e facemmo festa con aranciata amara e patatine. In platea, qualche professore annuiva (avevo chiesto espressamente che rimanessero fuori dal gioco, compreso il mio referente, il prof. Tancredi).
In mezzo alla festa, uscii un attimo all’esterno per riprendere fiato.
Il viale era umido e buio, c’era stato un acquazzone. Gli ippocastani erano fradici. Sul lato della strada, di fronte a me si era fermata una macchina nera, nella quale, aperta la porta laterale e chiuso l’ombrello, salirono Damiano e Cinzia. Prima di entrare lei si volse verso di me con sguardo inespressivo, come se non mi conoscesse.
E probabilmente aveva ragione. Il punto più profondo dell’equivoco era questo. Non mi ero mai reso conto, fino ad allora, che non potevo comprendere qualcuno solo da ciò che diceva o che faceva, ma che avrei dovuto comprendere lei anche per ciò che non era stata e forse non era in grado di dire e che a me non sarebbe mai venuto in mente perché ero troppo concentrato sulla mia prospettiva, sui libri e le cose da fare. E del resto, rispetto ad altre mie compagne, non avevo mai pensato a lei sotto quel profilo. Ci voleva qualcuno che apprezzasse il presente per ciò che era, per destarmi almeno un attimo dalla mia concentrazione, che lei avrà visto come una sorta di sonnambulismo. Anch’io, provai a dirmi, con tutto quel che facevo avrei forse meritato un po’ di comprensione, ma l’argomento non reggeva. Avrei dovuto comprendere e non avevo compreso. Speravo solo che Sandro non avesse parlato con qualcuno: non gli aveva dato importanza e proprio per questo l’aneddoto avrebbe potuto raccontarlo. Se l’avesse fatto, la sciocchezza si sarebbe moltiplicata con effetto imprevedibile. Quel che è certo è che, tenuto conto dell’equivoco e anche della peggiore delle ipotesi sul comportamento di Sandro, fra me e lei, l’umiliazione più profonda colpiva me, i miei libri e le mie manie.
Rientrai in mezzo alla festa.
Un’ora dopo ero già a casa.
(Come gli altri della rubrica, anche questo è un racconto di finzione. Ogni riferimento a persone e cose è da ritenersi puramente casuale. wn)

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