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Lavorare molte ore in silenzio senza essere interrotto, come facevo quando mio padre mi portava in un cantiere, lascia ampi spazi all’immaginazione, tanto da suscitare la convinzione che un lavoro manuale possa essere il più adatto per chi vuole dedicarsi all’arte: è un errore frequente, che nasce da un’illusione.

Sentivo che quanto più mi fossi impegnato su una strada ordinaria, tanto più mi sarebbe riuscito agevole verificare gli eccessi in cui ero incorso, la pretesa di tanti sforzi male orientati. D’altronde, lo straordinario non si rivela mai su una strada nuova, ma proprio su quella percorsa da tutti.

Al di là delle questioni che aveva affrontato perché rispondevano alla sua sensibilità, si stendeva un territorio indefinito che aveva trascurato considerandolo inessenziale, e che invece andava preso sul serio come non aveva mai fatto in precedenza. Il primo passo avanti doveva quindi essere un umile passo indietro.

La prossimità della sofferenza aveva mutato lievemente il colore delle sue ambizioni: si impegnava per spirito di servizio, lo stesso che l’aveva portata a prendersi cura di Leo, il maltese della sorella, che si trovava da due settimane in una stazione termale alle prese con problemi muscolo-scheletrici.

Anche quando è la voce narrante a garantire l’unità della narrazione – e non è dunque la trama a muovere il libro, penso su tutti al caso supremo di Proust – non per questo le altre non godono di un’identità di rappresentazione, a cui va restituita la rispettiva autonomia. Insomma, la prosa del mondo va riconosciuta nella sua eleganza, che non è quella della prosa d’arte.

Alla fine era arrivato anche il suo turno. Orgoglioso, Carlo Transi aveva spinto la mole del suo corpo sui gradini di legno fino al palco messo assieme nel primo pomeriggio dagli operai (sotto gli addobbi, due gomme abbondantemente usurate rivelavano il rimorchio di un trattore). Per uno di quei moti incomprensibili tipici dei raduni di [continua]

Il ricordo dedicato a Gianni Celati da Walter Nardon, suo amico caro e studioso della sua opera: “Nella sollecita attenzione che ha avuto per tanti e anche per me, citerei la condivisione di un assunto inevitabile, ossia che la disciplina non basta, che nella scrittura ci vogliono dedizione e il coraggio di mostrarsi vulnerabili, anche quando non si tratta di una questione puramente emotiva”.

Per quanto abbia accumulato una vasta cultura da autodidatta, Twain non è mai diventato un letterato e ciò costituisce l’interesse e il divertimento di questo libro, perché il suo sguardo sulla realtà linguistica del tedesco nel corso dei ripetuti e vani tentativi di padroneggiarlo – come le sue avventure grammaticali, che gli suggeriscono subito proposte di riforma – resta appunto quello di un narratore e non quello di uno specialista.

Forse questi propositi erano l’espressione di un’esigenza che il succedersi di varie stagioni severe non aveva soddisfatto, quella di un mondo in cui la buona volontà e l’equilibrio, e in altre parole lo studio – che evidentemente a lui dovevano essere costati più di quanto non si intuisse a prima vista – ottenevano il giusto riconoscimento materiale (ciò a lui era mancato).

Quando la produzione industriale degli oggetti domestici ha assunto dimensioni di massa è emerso infatti il bisogno di qualcosa in più, di una dimensione simbolica e trascendente dell’oggetto, il Paradiso terrestre a cui l’acquisto di quel particolare prodotto ci avrebbe aperto le porte, rendendo definitiva la nostra identificazione mediante il possesso. La pubblicità in fondo è servita a costruire questo Aldilà degli oggetti.