Presiden arsitek/ 17

di in: Presiden arsitek (0)

E quasi quasi avrebbe voluto cercare le telecamere.

***

DECOR: ** gennaio 20**. Trovata semisepolta nella sabbia del lungomare di Waltzwaltz un’ostrica chiusa. Sorriso di vagina decrepita nella sabbia ingrigita dai riflessi impossibilmente azzurri della giornata. Nell’ostrica ballava qualcosa. L’ho sentito, scuotendola vicino all’orecchio come un bambino. Apertala, ho trovato un grumo insabbiato, solido. Lo ho gettato. “È merda”, ho detto. Riflesso nelle pozze della bassa marea, un biplano verde chiaro traversava nuvole trasparenti. Era un mollusco con una perla in gola, quello che ho sentito ballare? Perché l’ho gettato senza controllare? Impossibile ritrovarlo: già S. camminava davanti a me, e ora la perla probabile è posata senza rimedio nel mio cuore. Resta il mezzo guscio di madreperla: quello l’ho tenuto. No. Non è esatto. Non l’ho gettato/a via immediatamente. S. camminava davanti a me, tracce sbriciolate nella sabbia. Agitavo l’ostrica chiusa nella mano come un bambino con un uovo di cioccolata, e non l’ho aperta subito, non ho controllato subito: l’ho portata da S., e nello spazio sbriciolato e impossibilmente azzurro che ho attraversato per raggiungerla il sorriso di bambino si è impossessato di me e con lui un ordine nero, un trapezio materno severo e inamovibile: “Le perle sono incrostazioni sul guscio, non ballano nell’ostrica: quella che senti ballare è merda di cane piena di sabbia; se la toccherai ti sporcherai le dita. Balla solo la merda di cane, le perle non si muovono mai.”

Avevo perduto il biglietto da visita che l’architetto mi aveva lasciato, né sono finora riuscito a ricordare o a recuperare l’indirizzo di Venezia; quindi, appena concluso il mio primo “viaggio nel tempo”, avevo deciso di ritornare a Schwarzschwarz, sperando di ottenere qualche chiarimento su ciò che era effettivamente avvenuto, e sul perché Hanso, il malinconico e febricoso assistente dell’architetto, avesse gridato, proprio mentre sprofondavo nei recessi radiosplancnici della cassa di latta, che tutto il “viaggio nel tempo” in realtà non sarebbe che uno “scambio”.

“Ti sporcherai le dita.”

Sebbene infatti fosse grandemente inquietato da quelle parole, Luijgi non era in nessun modo capace di immaginare come ci potesse essere stato uno “scambio” nei momenti concitati che avevano preceduto il suo “trasferimento temporale” dentro lo scompartimento del treno, e tantomeno riusciva ad immaginare quale potesse essere la natura di tale scambio. A Schwarzschwarz, appena arrivato davanti al palazzotto dove aveva cenato con l’architetto e Hanso, Andrhea aveva visto, con grande stupore, che era in corso un trasloco, e che i mobili che stavano venendo portati all’interno del palazzo erano quegli stessi bizzarri mobili che Andrhea aveva visto accozzati insieme nell’appartamento dell’architetto. Com’era possibile che in quel brevissimo lasso di tempo l’architetto avesse già fatto svuotare l’appartamento? e perché ora lo stava già riammobiliando, e nello stesso identico modo?

Avevo pensato, Che sia quello lo “scambio”? Nient’altro che un trasloco? E perché “Andrhea”? Chi è Andrhea? Andrhea sono io, ma chi è “io”? Io sono Luijgi. Dimenticate Andrhea. Dimenticate chi? Chi siete voi? Punti di domanda che uncinano merda di cane. Sintonizzazione radio in bilico fra due stazioni emette alternativamente due cristi in situazioni reciprocamente aliene. Deragliamento ininterrotto. Un incubo in cui un treno diretto a Venezia deraglia e resta così, a tremare sospeso in quel deragliamento che non si interrompe. Sapere, nell’incubo, che quel deragliamento è un agguato teso dal diavolo, e che ora resteremo per sempre a tremare nel treno sospeso nel mezzo del deragliamento, in eterno lacerati da interferenze e traballamenti della pellicola. Ti verrebbe quasi da cercare le telecamere. Sdoppia il cristo e ottieni i ladroni.

Mi sono messo a correre verso S. sbriciolando le mie orme sulla sabbia e stringendo l’ostrica in cui ballava la perla, anche se avendola gettata via non potrò mai essere certo che lo era, una perla. Ma che altro poteva essere? S. sorrideva, occhi colore del fango sotto un cielo notturno un cielo impossibilmente azzurro.

Ed ecco, con tuffo al cuore simile a quello di un amante (o meglio, come avrebbe capito troppo tardi, di un drogato), Luijgi vide che gli operai stavano portando all’interno del palazzotto una grossa cassa, che riconobbe immediatamente essere la “macchina del tempo” dell’architetto; alla luce del sole e all’aria aperta, il congegno aveva un aspetto ancora più insignificante di quanto già non avesse quando Luijgi vi era stato fatto entrare la prima volta, e non pareva che un bizzarro baule di latta. Giusto un tantino fantascientifico. Un qualche ingombrante giunto idraulico di nuova concezione, con quelle specie di tubi che uscivano, i buchi per la testa, il cuore… Luijgi seguì gli operai, e, non visto, entrò.

“C’è qualcosa qui dentro.”

“E allora aprila.”

“C’è solo questa merda.”

“…una perla nera…”

Ma già l’avevo gettata, e già andavamo oltre, sbriciolando sbriciolati avanzi di coralli preistorici.

Dovevano aver ricevuto istruzioni molto precise, perché Luijgi vide che i mobili erano già stati disposti esattamente come lui ricordava, la prima volta che era entrato in quella casa. Che senso poteva avere fare un trasloco per riportare poi i mobili nello stesso appartamento e nella stessa posizione di prima?

C’è solo questa merda. Non toccarla o ti sporcherai le dita. I gabbiani contro il cielo erano neri e piccoli come mosche. Veniva da cacciarli via da davanti agli occhi, quando invece erano lontanissimi. Dal grumo di sabbia usciva una lingua nera, probabilmente il cadavere del mollusco, ma Luijgi aveva pensato che poteva invece essere merda di cane, e che era meglio non sporcarsi le dita toccandola.

Merda di cane in un’ostrica chiusa.

“Più raro ancora di una perla, hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi!”

Ebbi molta fortuna (ma se fu poi davvero fortuna, lo giudichi il lettore): senza che gli operai mi notassero, riuscii a intrufolarmi nel bagno di ottone imperlato di vapore e, dato che per quel giorno non sembrava dovessero sbarcare altri mobili, in breve mi ritrovai da solo, al buio nella casa dell’architetto. Come la prima volta che ero stato lì, andai verso la finta bocca della Verità e infilai la mano in cerca della levetta che mi metterebbe in possesso di quella strana pergamena, casomai potesse aiutarmi a capire qualcosa della mia insensata avventura. Una prova se la dovessi raccontare, o anche solo se dovessi ripensarci. Ma dentro la bocca non c’era più alcuna levetta: solo una specie di foro cavo, gocciolante d’acqua. Pensai che gli operai non avessero finito di montare ovvero rimontare il meccanismo. Forse ci voleva un operaio specializzato. Per il resto era stato un trasloco ovvero ritrasloco accuratissimo: spostare tutto e smontare tutto per poi rimettere e rimontare ogni cosa al suo posto… Era sicuramente quello lo “scambio”, ma qual era il suo significato? Mi provai nondimeno a spingere quanto potevo col dito medio all’interno del foro, fino a che qualcosa in quella melma bagnaticcia parve muoversi,

“Come una piccola passerina, hi hi hi hi hi hi”

e però subito quel qualcosa

“hi hi hi hi hi!”

s’inceppò. Una qualche rotella o lamina interna alla finta bocca della Verità doveva essersi danneggiata, perché credetti di sentire lo stesso carillon dell’altra volta mandare note stonate poi incepparsi del tutto e, nel punto in cui il pannello avrebbe dovuto sollevarsi rivelando la pergamena, vidi che un’assicella si era incastrata tra due commessure, né c’era modo di disincagliarla. Non volendo rischiare di danneggiare ulteriormente la finta bocca della Verità (ma gli operai non si erano accorti della sua presenza, pertanto nessuno avrebbe potuto far risalire a me quel pasticcio, eccetto forse l’architetto, che tuttavia probabilmente non lo avrebbe denunciato, o avrebbe dovuto rivelare anche l’esistenza della preziosa pergamena: questo, già preso nel vischio del tranello, “riflettevo”), scesi nella camera della “macchina del tempo”, in punta di piedi, quasi ci fosse un malato o qualcuno che dorme. Di nuovo, quando rifui davanti la cassa di latta, credette come la prima volta di trovarmi davanti ad un oggetto affatto insignificante, per quanto bizzarro.

Non l’ho nemmeno toccata, per la verità: usando l’altra metà del guscio dell’ostrica, che si era staccata quando l’avevo aperta, ho sollevato il grumo e ho detto, “C’è solo questa merda”, e l’ho lasciato cadere nella sabbia, continuando a camminare mentre S. diceva, “Perla nera”. C’è in me qualcosa di orribile che desidera ardentemente azzerare tutto, per cui ogni cosa del mondo è completamente priva di importanza nonché di significato.

“Perla perda: merda? Hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi!”

Ora, senza il vino in corpo come la prima sera, senza l’architetto e Hanso, con la luce che filtrava da una finestrola e tutto il tempo per esaminare la cassa, a Luijgi capitò improvvisamente di chiedersi non sarebbe possibile essere vittima di uno di quegli strani scherzi televisivi che vengono fatti a degli ignari malcapitati. E quasi quasi avresti voluto cercare le telecamere. Poco a poco quella di essere una vittima televisiva gli sembrò l’unica spiegazione possibile e sensata per tutta la sua avventura, tanto che si convinse definitivamente della verità dell’idea. Presto avresti riso fino a sputare sangue, ripensando a quanto a lungo erano riusciti a beffarti, e già ti vedevi a gridare ubriaco con gli amici, guardando in televisione la tua espressione sconcertata, catturata dalle telecamere che certo avevano nascosto nell’appartamento dell’architetto. Una mano prende il dono, l’altra mano lo getta via. “Architetto”! Ma sì! Il viaggio nel tempo era un’enorme sciocchezza, e solo la televisione potrebbe far credere ad un uomo una cosa simile; don Quijote sul cavallo volante; mi dissi che certo persino il fatto che Hanso e l’architetto mi fossero entrati nella carne potrebbe venire spiegato come un trucco prestidigitatorio, e, quasi sicuro che le porte si sarebbero in breve spalancate e la troupe sarebbe entrata con le sue lenti e i suoi campanellini per festeggiare la burla, Luijgi entrò ancora una volta nella cassa di latta.

Resta il guscio vuoto, il mezzo guscio vuoto che ha significato solo per me. La mia anima ospita un nemico, un distruttore di perle, un demone del Madagascar, una Cleopatra senza appetito. Ecco geroglifizzata in icona la più perfetta idiozia: gettare via la perla per tenere il guscio. Lavorare con metodicità folle per creare una perla invisibile, la perla innominabile, poiché nessuno crederebbe alla mia storia, né io per primo posso esserne certo, non posso cioè sapere se la perla fosse o no nascosta nel grumo di sabbia. Resta il guscio vuoto, e nel mio cuore una perla invisibile.

“Il pirla invisibile, hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi!”

Una parte della mia anima è mia mortale nemica, una parte della mia anima getta via le perle. Sdoppia il cristo. Vive in me una psiche che è in guerra totale con questo mondo, che rifiuta tutto di questo mondo: che altro significa quello che ho fatto, se non questo? E usa tutte le stupidità infantili che gli occhi di fango celeste di S. irradiavano, fantasmi m-/p-aterni, non toccare quello schifo… Resta una perla invisibile e indimostrata nel mio mezzo cuore svuotato. Cristo ostric. Gettare via tutto, essere già morti. O era una prova? Perché gli dèi vedessero il mio puro ascetismo? La suprema rinuncia? A volte l’uomo più audace è quello che sotterra le monete che il padrone gli ha affidato, e l’unico modo per rendere irraggiungibile ad ogni mappa il proprio tesoro è disperderlo nella sabbia. Rivoluzioni majoraniche scribacchiate su pacchetti di sigarette. Taglia in due il cristo.

Naturalmente, nessuna telecamera fece irruzione nella camera. “Naturalmente”, così pensò Luijgi, ma realizzava che allo stato in cui erano le cose attualmente la parola “naturale” non aveva ormai quasi più nessun significato.
Si accorse subito che qualcosa era diverso dalla prima volta che aveva avuto davanti la “macchina del tempo”: anche questa cassa aveva il buco per la testa e il tubo per toccarsi il cuore, ma mancava del tutto il buco per il braccio, senza il quale era impossibile infilare la mano nel tubo per penetrarsi la carne. Anche, Luijgi notò che questa macchina era assai più piccola e larga di quella che avevo usato la prima volta. All’interno di questa qui si poteva stare solamente in ginocchio. Sistematosi dentro questa seconda cassa, dunque, Luijgi provò a spingere il braccio in fuori, passando per il tubo messo all’altezza del cuore (cosa avrei fatto poi, con quel singolo braccio penzoloni fuori dalla cassa, non sapevo: magari grattarmi la testa come uno scimmione cubista); ma una membrana messa alla base del tubo impediva al braccio di uscire.

A volte l’uomo che getta via il tesoro è quello che– La notte una tarantola correva tamburellando sul mio letto; sognavo di scendere di ramo in ramo verso un fondo lontanissimo e affollato. Una pericolosissima fatica per arrivare dove tutti sono già. Mezza madreperla svuotata, l’imbecille che getta via la perla dopo averla trovata.

Inginocchiato dentro un aggeggio di latta da cui riusciva a sbucare fuori solo la testa, intrappolato nell’angustia quasi norimberghese della “macchina”, ogni dettaglio di ciò che avevo vissuto la notte prima in quello stesso luogo ingigantiva fino a farsi trasparente; l’incontro con l’architetto non era stato che un sogno riflesso in una pozzanghera adriatica. Ma allora che cos’era questa nuova scatola di latta? Uscito dalla cassa, mi trattenni a stento dal prendere a calci quella maledetta macchina fasulla, il cui coperchio stava già dando segni di cedimento. Si trattava, con ogni evidenza, di un qualche prototipo sperimentale ancora non ben calibrato. Rimasi per un certo tempo in piedi a considerare la tozza macchina di latta; infilai di nuovo la mano nel tubo (come non vedevo di esserne già stato stregato, di non poter ormai più fare a meno di toccare la macchina?), ma dovetti ritrarla immediatamente, perché al primo contatto con la membrana avevo sentito una violenta bruciatura, quasi l’interno della cassa fosse in fiamme. Sentii che al mio battito cardiaco, quasi la mano monca dell’architetto mi avesse stretto in quel momento i ventricoli, veniva impressa una brusca accelerazione; solo allora mi resi anche conto di quanto il mio cuore fosse uscito stremato dal “viaggio nel tempo”, o qualunque fosse stata la cosa accadutami la prima volta con l’architetto e Hanso.

Infine, contorcendosi come un insetto trafitto, Luijgi fu costretto a lasciarsi andare sul pavimento, sbalordito per quel dolore che prima del “viaggio” non aveva mai sentito, ma che nello stesso tempo gli sembrava già così naturale. Tenendosi la mano sul cuore, semisdraiato contro la latta della finta macchina, si addormentò. Inconosciuto fiore carnivoro con una sorta di fusto telescopico che gli permette di allungare e ritrarre coloratissimi petali dentati come di carciofo selvatico: vere e proprie chele vegetali che il fiore adopera sia per catturare insetti (e persino piccoli uccelli), sia per difendersi dai giardinieri. Spalanca dentature gialle e urticanti, tremando avanti e indietro come un cobra imbambolato dal flauto.

(Andrhea… forse ecco, io non sono ormai più che una lanca di quella corrente in cui vortica la radiazione nominale di Andrhea; sono un’ansa ormai prosciugata, acque immobili in cui marcisce una palingenesi di microbi infetti, separata per sempre dal fiume e dal mare cui era destinata. Io, ovvero quel che qui viene chiamato Luijgi…)

Un biplano verde traversava il cielo. Riavendosi, sentì qualcosa di floscio tra le mani; credei fosse un lembo della sua camicia, e stette così, tenendolo, riprendendosi lentamente, ancora confuso per l’attacco di cuore che aveva avuto. Solo quando fui in piedi si rese conto che il lembo che aveva in mano era in realtà un foglio spiegazzato e bisunto, con un lato tutto tracciato di ghirigori; ci volle ancora un po’ prima che quei ghirigori, cui il sonno continuava a imprimere un apparente divincolamento verminoso, si fissassero in parole.

La lettera diceva così:

“Mio caro amico,

“non c’è miglior modo, per possedere veramente un oggetto, che fabbricarselo da sé. Come può dire di possedere l’orologio che ha al polso, se al minimo guasto lei è completamente incapace di intervenire dentro il suo meccanismo? Che dire di oggetti ancora più raffinati, come ad esempio i computer, che per un profano risultano talmente complessi che è poco meno che se rappresentassero un autentico oggetto magico? Ah, l’età beata in cui accovacciati a culo nudo strofinavamo paglia e legnetti fino a far germogliare il fuoco! Questo significherebbe che un autentico mago non può egli stesso spiegare per intero la magia che sta eseguendo, culo nudo o non culo nudo: altrimenti sarebbe un impostore; e forse significa anche che i maghi in effetti sono solo dei semplici ignoranti che per caso hanno trovato qualcosa di importante, senza capire del tutto di cosa si tratta. E forse infine significa– ma sto divagando.

“Io sono uno di questi ignoranti. La costruzione della macchina del tempo ha impegnato tutte le mie facoltà per molti anni, intaccando in modo quasi irreparabile il mio patrimonio –– e la mia salute; io ed io solo ne sono il costruttore e l’ideatore, eppure le confesso candidamente che non ho la più pallida idea del perché tale macchina funzioni, né quale sia l’intimo segreto del suo essere. Non so nemmeno perché funzioni a un livello diciamo più filosofico, dato che la macchina di fatto costituisce una maledizione per chi a un diciamo dipresso vi incappi. Filosofico? O forse religioso? Faccia lei. Dico, non so perché la macchina funzioni esattamente come uno non sa perché il male trionfi. Né so darmi ragione dei danni provocati dal viaggio nel corpo del viaggiatore, danni tanto differenti tra loro a seconda della persona che utilizza la macchina, ma sempre irreversibili.”

Eppure è tanto evidente: c’è un tempo per tutto, e nel tempo dell’attenzione tu sei stato disattento. Sei stato messo alla prova, e hai fallito. E così ora sei anche tu uno scarto, non resta che il guscio vuoto a provarti che qualcosa per l’ultima volta ha voluto fermare gli occhi su di te. Gli attimi non si ripetono, le perle non ritornano. Un deserto di gusci vuoti becchettati da demoni gracidanti.

“Come lei sa, ogni tipo di attività compiuta dall’uomo agisce sul profondo del suo animo, modificandolo per sempre: e così è, e anzi più che mai così è per quelle attività di invenzione, come la creazione della Macchina. Il suo semplice idearla e costruirla, tutti i tentativi, i fallimenti, le ansie e le paure che ho dovuto superare per riuscire a progettarla e metterla in essere mi hanno svelato a me stesso più di qualunque altra cosa, un po’ come un figlio per un padre è una rivelazione di sé. E tuttavia, pur avvertendo che tale rivelazione è avvenuta, io non posso chiarirle il modo in cui questa invenzione mi ha cambiato, non posso proprio spiegarglielo, si tratta di un mistero.

“La macchina che lei ha usato insieme a me è il prototipo più recente (dico recente, ma lei capirà bene (e dico “capirà” perché non credo ancora l’abbia davvero capito) che qui l’idea di recente o antico è pressoché priva di senso); ne ho progettate, infatti, molte, e molto diverse tra loro: una per esempio è quella che lei ha davanti in questo momento. Questo momento, sì. Questo secondo tipo di macchina (come dovrebbe esserle chiaro dalla presenza, oltre a quello per la testa, di un solo foro all’altezza del cuore) va usato in due persone: il viaggiatore e il suo aiutante. Due persone, incidentalmente ma non poi tanto, di necessità estremamente affiatate, dato che è l’aiutante a dover manipolare il cuore del viaggiatore. Il viaggiatore si inginocchia dentro la scatola di latta, mentre il suo aiutante, in piedi davanti a lui, infila la mano nel tubo e, aiutato dall’interno dal viaggiatore, aziona la macchina. Non si faccia ingannare dal materiale molto umile: questo secondo modello permette una grandissima precisione nella scelta del momento in cui arrivare, ed è particolarmente adatto per viaggi in epoche lontane nel futuro o nel passato, anche perché il viaggiatore può essere rapidamente richiamato indietro dall’aiutante nel caso intervenga un qualche contrattempo, cosa molto frequente nei casi in cui uno voglia viaggiare verso età in cui il nostro pianeta non era ancora stato abitato dall’uomo: o in cui non lo sarà più.”

Ciò che hai trovato l’hai subito perduto perché non lo hai voluto vedere, hai come sempre abdicato nel momento più importante. Altri godranno del dono che era riservato a te, per poi perderlo anche loro. Ti hanno teso la mano e tu l’hai rifiutata e ora non puoi che lasciarti cadere. Non hai saputo essere colui che è stato scelto, non hai voluto, da tutto ti sei lasciato attraversare, come una lingua d’acqua , come il cielo, nulla in te permane, nessuna perla, nessun  metallo, tutto ricevi e nulla trattieni.

Posseduto più di ogni altro dal demone delle occasioni perdute.

“Inserendo la mano dall’esterno mentre la macchina era vuota, lei potrebbe averla danneggiata, quindi la invito a non fare ulteriori tentativi di utilizzarla. Temo infatti si sia surriscaldata, e proprio non so quali potrebbero essere le conseguenze di un suo uso improprio. Ma del resto forse lei ora si trova nella posizione ideale, ancor più di quanto non lo sia io, per ricevere una rivelazione o, che poi come dicono è lo stesso, un totale offuscamento.

“Amichevolmente suo,

“A. A.”

Quelle due maledette A, con il loro solito svolazzo, parevano suggellare quel caos con una risata bonaria.
Tanto era prolissa e saccente nelle inezie e insieme vaga e indeterminata in ciò che mi sarebbe davvero importato sapere (a cominciare dal modo in cui l’architetto era riuscito a infilarmi la lettera tra le mani mentre dormivo), che feci una fatica terribile a leggerla, le parole piegandosi l’una sopra l’altra sotto la pressione della mia impotenza, rifiutandosi comporsi in una frase di senso compiuto, e a ogni andirivieni su quelle linee la fatica e la rabbia aumentavano: tanto che fui costretto nuovamente a sdraiarmi.

Menti: perché gettando la perla hai espiato forse le tue rapine ma non le tue menzogne, non le menzogne con cui credi di agghindarti, ma che invece ti sprofondano un passo dopo l’altro nella sabbia bruciata e fradicia.

Restò così, fissando la penombra in una sempre più rarefatta fanghiglia di ebetismo.

Andrhea…

Tornò infine ad esaminare la seconda macchina e, vedendo che essa non era affatto surriscaldata come l’architetto aveva temuto, mi dissi che forse valeva la pena di fare un secondo tentativo, compiere un nuovo viaggio che mi mettesse in grado di raggiungerlo e ucciderlo. Lui stesso, in quel sudicio foglio di carta, non aveva forse parlato della possibilità di una rivelazione? E non è forse la vita il prezzo di ogni rivelazione?

Io sono l’idiota che tutto sa senza sapere, che tutto ha senza avere, colui che unico tra tutti gli infiniti che trovarono la perla, la rifiutò. Egli non deve nulla perché tutto lo attraversa e nulla lascia traccia nella sua idiozia, ma tutto nella sua idiozia trova brevemente luce e calore. Chi potrà ripetere la forma del mezzo guscio vuoto che ha contenuto la perla? Chi la vita del mollusco che la sputò?

Più in là negli anni, Luijgi si sarebbe chiesto con rammarico cosa mai avesse intenzione di fare in quel momento, quale rivelazione sperasse mai di ottenere da quel ciarpame di latta del quale non sapeva nulla, e da cui del resto non c’era da aspettarsi nulla di buono. Sarebbe forse stato meglio cercare l’architetto dentro la casa, e non attraverso il tempo: doveva, infatti, avergli infilato la lettera tra le mani dopo aver compiuto un balzo con un’altra macchina, dunque era possibile che si trovasse ancora nella casa, nascosto a spiarlo miagolando la sua risatina. Per quel che Luijgi aveva potuto capire, il balzo non era un cosa rapida, richiedendo una fase di sintonizzazione del battito cardiaco del viaggiatore con le frequenze della coordinata––

“Sci-fi bullshit! O come dicono a Chicago… hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi!”

La luce dell’ira aveva pietrificato Luijgi in una bambola cieca. Cadere davanti all’architetto e ucciderlo. E per farlo toccarsi il cuore, solo una volta ancora– La differenza tra l’amante e il drogato. Tutta l’ira non era che un castello di maschere dietro cui sospirava la fame: usare ancora una volta la latta per entrarsi nel petto e carezzare il tremolio del proprio cuore. Rovistarsi nelle viscere come tra alghe e radici di ninfee.

Così aver gettato la perla senza poter mai sapere se davvero effettivamente fosse una perla fa dondolare l’idiota tra suprema estasi e supremo disprezzo, laddove raccoglierla non avrebbe fatto che alimentare vanterie da pescatore, illusioni sul favore dei cosiddetti nonché presunti dèi. Il mondo o cosmo che dir si voglia si fruga pensoso le viscere fino a spremerne una perla, ma l’idiota vuole di più della perla. Non l’ha nemmeno toccata: l’ha sollevata con l’altro mezzo guscio che poi ha gettato via, quasi fosse un materiale altamente infettivo, l’ha dondolata un pochino e l’ha chiamata merda gettandola via, mentre la donna che era con lui la chiamava perla nera. Una donna spremutagli fuori dalle viscere, in sonno. Quella merda non era il giusto dono per lui? L’idiota lo sapeva prima di me. L’idiota sa tutto.

Mi inginocchiai dunque nella cassa lasciando però lo sportello aperto quel tanto per far uscire il braccio sinistro. Infilai poi la mano sinistra nel buco all’altezza del cuore: la membrana cedette come una pellicola di sapone e potei così sprofondarmi nelle viscere traversando con la punta delle dita i cieli della pelle, delle ossa e delle vene, frugando per trovare il cuore come un tenue raschio di cetra zingara nella carne.

Un demone del Madagascar dentro la casa quasi evidente che l’architetto aveva infilato il guscio vuoto e nel mio cuore Cleopatra miagolando senza macchina non attraverso il tempo ottenere da quel ciarpame una metodicità allegorica che ha significato solo per il tempo invisibile la risatina innominabile più perfetta più sciocca più nefasta distruttore chi crederebbe infatti alla mia sabbia?

Gli organi: grandi molluschi che ci abitano e dei quali nulla mai sai fin quando non dolgono, o quando li palpi grazie a una combinazione provvidenziale di latta e membrane. Con grande “gioia” (gioia uncinata di ferocia e tossica brama) di Luijgi, l’operazione riuscì. Il cuore: eccolo, protetto dalle sode galassie gemelle dei polmoni. Minimo calcificato callo. Non sentivi né scosse né dolore, ma solo una specie di formicolio pruriginoso, come se la cosina minuscola e indurita stesse facendo le fusa. Pareva non più grande di un bottone. Come ti aveva insegnato l’architetto, ti desti ancora una volta a girare la “manopola”, sforzandoti di isolare in quel formicolio cardiaco il ritmo di una pulsazione…

Il cielo vomitava mosche.

Quando riaprii gli occhi, aspettandomi magari di ritrovarmi proprio nel bel mezzo di un’allibita giostra medievale (i cavalieri ruzzolano giù dai cavalli; dame, damigelle e matrone perdono i sensi; gli imperatori trasecolano; papi e popi si liquefanno negli artigli dei loro troni; i trombettieri steccano strozzati dies illa; e il solito frate fanatico si fa avanti con un coltellaccio…), mi parve al contrario che nella stanza non fosse cambiato nulla, e stava già per fare un nuovo tentativo, quando sentì un rumore all’ingresso. Aprivano la porta. Dileguatosi di nuovo nel gabinetto, attraverso lo spiraglio della porta, rivide (allibito, lui, io, luiio… sì) quegli stessi operai che aveva seguito poco prima e vide, attraverso un velo di meravigliate lacrime, che avevano sulle spalle la Macchina, quella stessa cassa di latta da cui ero appena uscito. Avevo dunque compiuto un salto di pochi minuti, giusto il tempo perché si ripetesse la scena degli operai che eseguono il trasloco: e infatti, esattamente come poco prima, gli operai, una volta depositata la “macchina del tempo”, spensero le luci e uscirono.

Rientrai in punta di piedi nella camera della macchina. Adesso di macchine ce n’erano due. Luijgi andò avanti e indietro tra l’una e l’altra, con caricaturale sbalordimento da film muto. Buster Keaton tra due babbione. E ottieni i due ladroni. Poi, preso da furore gravitazionale, quasi gigantesco magnete da frigorifero, mi addossai nuovamente a uno degli sportelli di latta, stavolta senza nemmeno provare a entrare nella cassa, nuovamente mi aprii il petto per raggiungere il cuore e nuovamente lo trovai, non più grande ormai di un sassolino di ghiaia, una ranocchia intrappolata nell’intrico di radici acquatiche del mio entrame.

“Dev’essere che la mia capacità di viaggiare nel tempo sta migliorando”, allucinò. “La lettera dice che questa altra macchina è più precisa di quella che ho usato io: quando avrò imparato ad usarla, riuscirò a raggiungerlo con facilità e poi, costi quel che costi, lo ucciderò”. La fame di frugarmi il cuore lo aveva infatti convinto di poter raggiungere l’architetto nel momento in cui mi aveva infilato la lettera in mano mentre dormiva contro la macchina. Gli sarei balzato addosso mentre infilava la lettera in mano al mio altro me. Bastava fare ancora un po’ di tentativi, frugarsi le viscere e trovarsi il cuore ancora un po’.

Né potrai mai raccontare la storia della perla se non come cosa concepita in una finzione: nessuno infatti ti crederebbe. Ma alle fiabe credono in tutti, poiché ogni racconto è un mezzo guscio vuoto da cui è stata fatta cadere una perla chiamandola merda.

(No, non rifletté, tanta era la sua confusione, che l’architetto poteva benissimo essere sbucato da una porta nascosta della casa, e essere ancora nell’appartamento, magari proprio nella camera dove lui si ostinava nei suoi maldestri tentativi; poteva essere dietro uno dei quadri appesi nella camera, in un vano segreto, e osservarlo con la sua smorfia e i suoi occhi da pupazzo, reprimendo quelle risate stridule e spettrali mentre lui si consumava contro lo sportello della macchina, tornando e tornando sempre nello stesso minuto sempre più lacero.)

“Figliolo,

hai sognato, così mi scrivi, una scuola per mangiatrici di spade? La maestra, lasciami indovinare, conficcava le spade in gola alle alunne, e la punta della spada perforava la loro gola e usciva dalla nuca senza uccidere le alunne, quasi a formare uno spiracolo di delfino? È così? Un padre conosce i sogni e i terrori del proprio figlio. Tremano nelle sue viscere da sempre.

Figlio mio, hai gettato via la perla. Non sai nemmeno se era una perla, così mi scrivi, ma con questo non-so non fai che ripetere che lo era. Lo era, figliolo. Lo era e l’hai gettata via. Pensi che averla gettata via sia stato un modo per espiare non so che furtarelli? Forse anche quelli che non hai ancora compiuto? Tutta la vita non è che un lento furto, la cui unica espiazione è la morte. Non è così, figlio mio: la perla era invece un segno che tutto era stato perdonato, che tutto è da sempre perdonato. Era una prova per capire se avresti saputo accettare un destino superiore, era una scelta. Un’offerta. Ti hanno indicato, uno su una moltitudine, e tu hai detto “merda”. Ma uno solo è il Signore di tutte le Moltitudini. Non ti affliggere perciò, poiché l’afflizione è la tua carne.”

Ad ogni nuovo viaggio che faceva mi sentivo sempre più stanco, il suo cuore sempre più indurito e inerte, come se si trattasse di un corallo o di un’unghia, o come se nel groviglio del torace mi fosse rimasto incastrato il mignolo finto dell’architetto. Né ormai i viaggi accadevano allo scopo di perfezionare la tecnica o di raggiungere l’architetto: il massimo che riuscivo ad ottenere era di far scorrere il tempo in avanti o all’indietro giusto di pochi minuti, e dunque nella sostanza quei salti temporali, per quanto da un certo punto di vista affatto sbalorditivi, erano, sotto un altro aspetto, del tutto insignificanti. Proprio davanti a lui (e anche questo avrebbe dovuto mettermi in allarme, che fosse tutto proprio davanti a me, pianamente dispiegato come il labirinto davanti al topo da laboratorio) appeso alla parete, c’era un orologio a lancette; ad ogni nuovo viaggio, potevo vedere le lancette dei minuti spostarsi avanti o indietro, ma ogni volta in maniera quasi impercettibile, non diversamente da come un uomo sul punto di addormentarsi vedrebbe un orologio e, nel vacillare della mente, le lancette oscillare su e giù. E tuttavia non sapeva desistere… sprofondavo in quell’orgasmo maligno. Ad un certo punto smise anche di staccarsi dallo sportello per controllare quali cambiamenti fossero intervenuti dopo il viaggio; sfregavo sempre più freneticamente la manopola del cuore; non volevo più vedermi il torace, né osava più togliersi la mano dal cuore, perché mi pareva che la ferita nel petto iniziasse a dolermi, al contrario di quanto era avvenuto con Hanso o con l’architetto, quando il taglio attraverso cui la mano era entrata si era rimarginato subito. Un filo di sangue annacquatissimo mi scendeva lungo il torace e le gambe, come mi stessi pisciando addosso. Continuavo a frugare nel mio petto squarciato.

“Né dimenticare il tuo giuramento: ogni anno compirai il sacrificio della perla, in quello stesso luogo in cui l’hai chiamata merda.”

Rovistavo, come tra giunchi e radici palustri, nelle mie viscere. Sentivo il sangue scorrere, e tuttavia anche in quelle condizioni l’angoscia aveva la meglio, e travolto dal panico continuavo e continuavo a frugare.
Tante erano le volte che avevo fatto ripetere le scene, come per esempio quella del trasloco con i due operai, ritornando e ritornando indietro nel tempo, che ad un certo punto mi ritrovai in una stanza quasi completamente piena di macchine identiche a quella che stavo usando. Una volta, persino, gli operai che se ne andavano dopo aver depositato l’ennesima macchina si scontrarono con nuovi operai perfettamente identici che ne stavano portando dentro un’altra. Il tafferuglio che ne nacque fu tale che iniziai finalmente a diradare questi minuscoli inutili impossibili viaggi, temendo di ritrovarsi, continuando in quel modo, in una baraonda di operai, oltre che di macchine. Cercavo di non far caso a quell’accumulo di macchine, le quali tutte, come aveva previsto l’architetto, stavano iniziando a mandare una specie di fumo molto caldo e molto denso dai fori per la testa e per il cuore. Alcune, buttate là di sbieco per mancanza di spazio, mezzo aperte, sembravano le caldaie di vecchi treni a carbone, di quelli che si vedono nei film western, nelle scene di addio.

Le divinità del mare mi hanno fatto un dono e l’ho gettato via; è solo una parte di me o non sono forse io, in toto, del tutto incapace di accettare qualsiasi dono? Ogni dono infatti qui viene respinto. Nella parabola dei talenti, io sarei quello che li avrebbe gettati via, il più stupido in assoluto, quello talmente idiota da non essere stato contemplato nemmeno dalla favoletta Nostro Signore Gesù Cristo. Il traditore del proprio padrone e di se stesso, Colui che Delude Tutti e conserva mezzi gusci vuoti di madreperla. La perla invisibile, l’antiperla. L’antiperla. L’idiozia più grande, per odiare se stessi con tutto il cuore. Avere in mano la perla e gettarla via. Fu un esperimento degli dèi: per mostrarmi che non valgo né ho mai meritato nulla. E accerchiato da persone come me. Ferelosol… Guscio vuoto in cui c’era una perla.

 “Ti è stata donata una perla, figliolo; e tu l’hai gettata via: ora per te non ci può essere che pianto e rammarico, e una perla invisibile nel tuo mezzo guscio: il tesoro dell’idiota. Ti hanno messo davanti a due strade e tu, conoscendo e desiderando la strada buona, hai preso l’altra. Tra tutti sei stato indicato, tutta l’umanità passeggiava sulla sabbia quella domenica e tu tra tutti sei stato indicato e scelto e tu come ogni altra volta ti sei allontanato. Perché mai credi che questo si possa ripetere? Gli dèi non tornano sui loro passi.” Com’era la perla che hai gettato via? Chi lo potrebbe sapere? O forse tu non sei stato che un tramite, non dovevi fare altro che liberarla per un altro dopo di te, e sei stato scelto solo per la tua suprema idiozia. O era forse necessario sacrificare questo dono, poiché il sacrificio si compie anche attraverso l’assenza di volontà; forse anzi il primo sacrificio mai compiuto fu per darsi ragione della propria stupidità, per sostituirla con l’idea di aver donato quello che in realtà si è gettato via, e tutti i gesti che seguono, tutta la civiltà non è che un modo per convincersi che non è stato un errore, ma che siamo stati noi a donare ciò che abbiamo gettato via. Ogni (…omissis…) e donerò una perla al mare. Il Sacrificio della Perla. [Luijgi Decor non fece mai niente di tutto ciò.] Il rapporto con gli dèi nasce per prima cosa attraverso l’ira, attraverso l’insulto. Il dono degli dèi è merda, ho detto, e l’ho gettato in mare tenendo per me il guscio vuoto: dato che ci negate il dono più importante, tutti i vostri doni sono merda. Così il sacrificio perpetua la carnevalata e l’insulto. Il guscio in cui c’era la perla che la tua suprema idiozia supremamente saggia ha risputato nella polvere, poiché la polvere gliel’aveva donato e in polvere comunque dovrà prima o poi ritornare, e allora tanto vale che Tu te la riprenda subito dato che non sai la via per uscire dalla polvere, dato che per Te tutte le vie portano alla polvere.

Quando il caldo nella stanza divenne insopportabile e l’aria soffocante per il fumo, Luijgi, boccheggiando come un uomo torturato, tentò disperatamente un ultimo viaggio (quanto era ridicolo parlare di “viaggio”! non si era schiodato da lì–– “Un balzo gigantesco per l’umanità, e per te un bel cazzo di niente, hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi hi!”), casomai gli capitasse di finire in una stanza priva di tutte quelle macchine (ma sembrava che, una volta messe nella camera, le casse non volessero più sparire, sia che Luijgi andasse in avanti o indietro nel tempo; e del resto ero ormai troppo poco lucido per ricontarle a ogni viaggio; come una lebbra di latta); con un ultimo disperato tentativo, affondò il braccio nel proprio petto con una spinta violenta, come se volessi attraversarmi il corpo da parte a parte, e questo fu tutto: quel che gli apparve in ultimo fu l’immagine fulminea dell’occhio di un rettile gigantesco; all’apice dello strazio, Luijgi vide un altro sé stesso, chiuso dentro un’altra macchina; davanti al suo doppione c’era l’architetto (o era anche lui un altro doppione?), una mano sulla cassa, proprio come descritto nella lettera. Dietro i due doppioni, due operai scendevano le scale tenendo sulle spalle una nuova macchina.

Cercai di piangere e forse pianse mentre il rettile (certo un dinosauro uscito dai recessi antidiluviani del tempo) si piegava davanti a lui come un fiume di pietra lanciando attraverso il fumo nero dei crateri e delle macchine uno strillo che era lo spettro di migliaia di uccelli.

Era davanti a me e non l’ho riconosciuto e l’ho gettato nella sabbia, così tutti l’hanno calpestato e le onde del mare lo hanno portato via.

“Hai preso l’ostrica chiusa, hai sentito che dentro c’era qualcosa e l’hai gettato via senza nemmeno guardare cos’era. Figlio mio, non potrai fare così con tutte le altre perle che da sempre sono tue. Non potrai, non pensare di poter o dover perpetuare l’errore. Sei condannato. Fa’ solo il sacrificio della perla come hai promesso [Luijgi Decor non lo fece mai], per ricordarti cos’hai voluto rendere: non era che una secrezione, era merda bianca, ma tu non dimenticare di essere stato indicato, tu solo tra tutta l’umanità che camminava sul bordo del mare. Va forse conservato il dito che ci indica? Ciò che indicava eravamo noi: così eravamo prima, così saremo dopo essere stati indicati.” Il dito finto dell’architetto. “Tu sei stato indicato con la perla, ma la perla è solo un pezzo di merda, come lo è qualsiasi cosa si usi per indicare alcunché. Tu sei quello indicato, figliolo, e tenere la perla sarebbe stato solo un pavoneggiarsi con della merda. Gettandola ovvero facendotela gettare il tuo demone ti ha costretto al segreto e al sacrificio, ancora una volta alla via più ardua, quella che nessuno percorre perché dopo immani fatiche ti fa sbucare dove tutti sono già da sempre. Istinto alla rinuncia, alla stella interiore. La sola vera perla, quella che non ti sarà mai possibile gettare via.”

Quando si risvegliò il dinosauro era sparito, nonché la nube di fumo nero e il mare di latta. Si ritrovò di nuovo nello scompartimento di un treno in corsa verso Venezia, le tre dita puntate sul cuore stremato.

***

Bagno di ottone imperlato di vapore… Le viscere come una palude di alghe e giunchi, radici di ninfee e corde di chitarra.

[continua l’11 giugno]

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