Reticenze incompiute.
Su Scrivere, che strana idea! Vita di Milan Kundera di Florence Noiville

Walter Nardon recensisce la biografia di Milan Kundera scritta da Frorence Noiville e pubblicata da Neri Pozza con la prefazione di Alessandro Piperno.

Dal punto di vista artistico i libri di Milan Kundera suscitano sempre una prepotente impressione di libertà. Credo dipenda – come succede nei casi migliori – dall’espressione riuscita in cui ha risolto la sua dedizione per la letteratura e per il romanzo. Raggiunto questo risultato, i dettagli biografici gli sono parsi meno rilevanti: «È tutto nei miei libri», ha ripetuto senza sosta per più di cinquant’anni di vita letteraria, ribadendo la sua posizione in saggi altrettanto avvincenti. A suo avviso, dunque, è inutile perdere tempo a indagare le circostanze materiali dei romanzi, il loro rilievo sociale, o perfino seguire il lento consolidarsi del testo in varianti disperse negli scartafacci. Tolta la mano dalla tela, deve rimanere, appunto, solo la tela: è su quella che si deve appuntare lo sguardo. Così, con l’aiuto della moglie Vera, Kundera ha trascorso l’ultimo periodo della sua vita a distruggere tutti i materiali preparatori sui quali la critica si sarebbe potuta esercitare. La raccolta dei suoi libri nella collana Pléiade di Gallimard porta un titolo che in italiano suona Opera, al singolare, e raccoglie quello che l’autore ha fissato come catalogo dei suoi lavori: come accade per un musicista – del resto era figlio di un famoso pianista e a sua volta aveva ricevuto una formazione musicale – è intervenuto accogliendo la maggior parte dei suoi testi e scartando alcune prove che non riteneva all’altezza. Le laconiche e brevissime note biografiche che accompagnano i suoi libri (non più di due righe) testimoniano la considerazione che dal punto di vista artistico aveva per le vicende degli autori, lui che nella sua lunga vita (1929-2023) di eventi non ordinari ne aveva attraversati e talvolta subiti più di uno.

In effetti, la sua biografia ha conosciuto più di una cesura importante, ad esempio quella dalla poesia alla prosa, ma quella drammaticamente decisiva ha coinciso con l’esilio dalla Cecoslovacchia verso la Francia grazie all’incarico all’Università di Rennes nel luglio del 1975. Di lì in poi lui e Vera sono sempre vissuti in Francia: la sua revisione delle traduzioni francesi dei suoi romanzi lo ha condotto a riconoscere loro lo stesso grado di autenticità di quelli usciti in originale in ceco: i saggi e quattro romanzi brevi sono stati scritti direttamente in francese.

Pubblicato a Parigi da Gallimard nel 2023, è uscito ora anche in Italia da Neri Pozza Scrivere, che strana idea! Vita di Milan Kundera di Florence Noiville, con prefazione di Alessandro Piperno. Rispetto all’originale francese Milan Kundera «Écrire, quelle drôle d’idée!», il titolo italiano perde le virgolette, cambia la sede del nome e aggiunge quel “Vita di”, che certo non avrebbe reso felice il romanziere. D’altra parte, il libro di Noiville, scrittrice e giornalista, amica di Kundera e di Vera, non è propriamente una biografia, né un’analisi dell’opera, ma un’introduzione affettuosa alla figura del romanziere, in cui i ricordi personali e qualche minima indagine prendono più spazio dello studio vero e proprio. Il titolo richiama fra virgolette un’affermazione dell’ultimo periodo di vita di Kundera, quando questi, perdute la memoria e la lucidità, si stupiva che si potesse passare la vita a scrivere, come faceva l’amica Noiville.

Nella prefazione Piperno arricchisce il libro soffermandosi sul rilievo letterario di Kundera e sulla sua nota concezione del romanzo inteso come il luogo di una poesia antilirica, la cui morale è appunto quella di sospendere il giudizio morale. Il romanzo diventa lo strumento per un’interpretazione del mondo che prende forma fra il testo dell’autore e l’immaginazione del lettore e che proprio per questo, nelle parole di Kundera, «si contrappone a un’inveterata pratica che consiste nel giudicare prima e senza aver capito». Il romanzo mira dunque flaubertianamente ad «andare all’anima delle cose», non ad aiutare il lettore a scegliere il bene: è uno strumento conoscitivo che si propone di illuminare regioni della realtà e dell’interiorità umana lasciate in ombra. Le decisioni morali competono al lettore.

Se insieme ai romanzi questa concezione dell’arte, solidamente espressa nei saggi, risulta una ragione in più per avvicinarsi all’opera del romanziere, la biografia dell’autore può apparire una fonte di equivoci. Florence Noiville lo ripete più volte in apertura di libro, ricordando con ironia le parole di Kundera spese in molte occasioni conviviali contro i giornalisti e contro le indiscrezioni biografiche. Non agisce però di conseguenza. Noiville ha conosciuto il romanziere in un’occasione particolare quando, pur sapendo che dagli anni Ottanta il Kundera aveva deciso di non apparire più in televisione, voleva comunque invitarlo in studio a parlare dei suoi libri. Davanti al suo rifiuto, gli aveva proposto un’intervista per Le Monde des livres, supplemento letterario di Le Monde, per cui Kundera, pur declinando l’offerta, avrebbe poi donato alcuni brevi testi inediti.

L’autrice procede alternando in brevi capitoli episodi cronologicamente lontani della vita di Kundera, come pure accenni, talvolta un po’ troppo sbrigativi, ai romanzi. Uno per tutti, all’Insostenibile leggerezza dell’essere dedica un paio di pagine. Narra gli aneddoti con discrezione e affetto, i dati biografici, specie quelli più remoti, col giusto distacco, ma non riesce a superare l’ambiguità di fondo del suo libro, che oscilla fra la memorialistica e una ricerca più o meno autosabotata. Sul fronte della memorialistica, Milan Kundera e Vera Hrábanková si riducono a personaggi: il presente di lui è ormai quello muto della malattia, le sue parole sono perciò tratte soprattutto dai libri; Vera come personaggio riesce meglio: vivace, perfino polemica, la sua figura risulta però inafferrabile.

A p. 260 Noiville elenca le regole che si è imposta prima di scrivere il libro. La sesta recita: «Zone d’ombra. Accettare di non svelarle. Per rispetto. Perché è inutile: sono “chiacchiere da portinai”, come dice sempre Vera». Dunque su alcuni aspetti biografici preferisce non fare chiarezza. Questo assunto crea però un problema non indifferente quando, per rispettare il proposito, in luogo della reticenza sceglie l’allusione, che non solo non illumina, ma addensa l’ombra e la interpreta in un modo arbitrario. Un paio di esempi possono bastare. Vediamo il primo.

Se [il musicista] Pavel Haas ha un ruolo così importante nella vita di Milan Kundera, non è solo come artista, ma anche come uomo. Prima di essere deportato, è stato sposato con Sonia Feldmann. Questa donna, una dottoressa originaria di Mosca, era stata sposata in prime nozze con il linguista Roman Jakobson (1896-1982). Pavel e lei hanno avuto una figlia, Olga. Olga diventerà la prima moglie di Milan Kundera. (p. 89)

Dunque Kundera è stato sposato – sapremo poi per soli otto mesi – con Olga, di otto anni più giovane di lui, anche lei musicista come il padre. Di Olga si sa poco. Secondo Noiville un biografo ceco ha tentato di indagare, ma lei ha fatto sapere di aver detto a Kundera che non avrebbe parlato della loro vita e ha inteso mantenere la parola. Noiville chiede a Vera se tutto questo corrisponda a verità, al che Vera, risponde indignata: «NON HA MAI CHIESTO QUESTA COSA A OLGA!!! MAI!!! OLGA È MIA AMICA. CHIACCHIERE DA PORTINAI!» (p. 50)

Chiunque scriva fa le sue scelte, ma se in luogo della reticenza si sceglie l’allusione, non si può evitare che queste parole scritte nel libro in stampatello maiuscolo, questa risposta fuori tono non solo non sciolga l’ambiguità – è pur sempre la seconda moglie di Kundera che parla della prima – ma in qualche modo la aggravi. Noiville è andata a Brno ma, per quanto sapesse dove Olga viveva, non ha cercato di incontrarla. Intitola questo capitolo Pezzo mancante II.

A p. 75 troviamo il Pezzo mancante I. Noiville si chiede cosa il giovane Kundera abbia detto o fatto nel 1948 per farsi espellere dal partito comunista e dall’università. Lui una volta rispose: «Qualcosa che non dovevo dire». Noiville lo chiede a Vera: «”Non lo so” mi scrive in un sms. “Ero troppo piccola. È raccontato tutto nello Scherzo». (p. 73)

Certo, conosciamo il romanzo Lo scherzo, la vita rovinata dall’ironia di una semplice cartolina finita in quelle che si rivelano mani sbagliate, ma rimane appunto un problema: non si sa mai come interpretare il libro di Noiville. Se si tratta di aneddotica, è lacunosa, per non dire irrilevante; se si tratta di indagine, per quanto la differenza di età fra Vera e Milan confermi le parole di Vera, resta il dubbio che nella loro lunga vita in comune (sposati dal 1967, sono rimasti uniti fino alla morte di Kundera nel 2023) la questione non sia emersa neanche una volta. Se la scelta è quella di tacere, qui ci troviamo decisamente in presenza di un eccesso verbale.

Questo equivoco mi fa tornare in mente una vecchia battuta di Arbasino, una scena da melodramma ottocentesco. Dopo tanti tormenti, l’amata va di persona dall’amante: «Sono venuta a dirvi che non posso venire». Perfetto. E starsene a casa? O il desiderio premeva troppo per essere represso?

Al di là di molte scene discrete, nel libro manca il quadro d’insieme, un’interpretazione del pensiero e dell’arte di Kundera, ossia del suo rilievo fondato sulle opere e su una particolare interpretazione della storia del romanzo, che vedeva nell’apparente fortuna del XIX secolo una parentesi eccezionale all’interno di una vicenda artistica diretta, nel complesso, da un’altra parte. Perfino uno dei grandi temi kunderiani, quello dell’esilio e dell’artista che non può rimanere prigioniero di una sola lingua, viene qui declinato soprattutto alla luce delle difficoltà degli ultimi anni e in primo luogo della malattia: verso la fine Kundera parlava solo in ceco, e ancora prima di perdere la lucidità, sognava di tornare a Brno, la sua città natale. Lì Vera ha fatto trasferire la sua biblioteca, inaugurata come «Biblioteca Milan Kundera» il primo di aprile del 2023, giorno del suo novantaquattresimo compleanno.

Il romanziere rimane sullo sfondo, o nelle fotografie da cui ci guarda ironico, vestito con la consueta elegante sobrietà. Se a chi conosce i romanzi di Kundera questo libro non aggiunge se non una serie di piccoli dettagli, i migliori dei quali sono quelli privati, con le visite di Milos Forman, di Philip Roth, gli incontri con Carlos Fuentes e Eugène Ionesco, debitamente illustrati dalle fotografie e sistemabili nel quadro dei rapporti letterari del romanziere, a chi invece non è ancora lettore delle sue opere il libro rischia di non rendere conto delle ragioni per le quali vale la pena di leggerle, né bastano gli accenni alla Primavera di Praga, ai rapporti della polizia politica che sorvegliava Kundera, o ancora la risposta sibillina di Vera alla domanda sulla caduta del Muro di Berlino, per illustrare una dedizione all’arte letteraria così concentrata e un risultato tanto consistente.

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