Subito era nata una riflessione su come un oggetto, pensato, fabbricato, utilizzato in modo coerente con la cultura che lo ha prodotto, quando sia separato dal suo ambiente e trasportato altrove, presso una società lontana che ne stravolge la funzione, non perda la sua identità ma, in una sorta di rite de passage, acquisisca un nuovo status a seconda dello sguardo che ad esso si rivolge: di objet témoin della cultura che lo ha prodotto, per l’antropologo; di oggetto artistico, per l’esperto d’arte; di oggetto di analisi, per lo storico; di oggetto da collezione per il collezionista; di curiosità, per il visitatore di passaggio, così che tutte le sue dimensioni, funzionali, estetiche, simboliche vengono alla luce.
Il romanzo in versi sembra competitivo con il fratello più fortunato, sia sul piano della resa di uno o più personaggi che di un’impressione sintetica di società, giovandosi di quel tanto di frammentario dovuto agli inevitabili salti impressi dalla poesia, piuttosto in linea con la sensibilità odierna.
Inizialmente il Giabba veniva per lo più usato in sedute spiritiche o da prestigiatori, ma pesavano sulla possibilità di un suo largo impiego le sue dimensioni abnormi. Nessuna fiera itinerante avrebbe mai accettato di dedicare un intero carrozzone al trasporto del solo Giabba, come se si trattasse di un gruppo di leoni.
È uscito da qualche settimana il numero 21 di “SUD”, la storica rivista “napoletana ed europea” diretta oggi da Francesco Forlani, ma fondata nel 1945 da Pasquale Prunas. Il tema di questo numero è il tempo. Un tempo “sospeso”, come da esperienza di lockdown e chiusure letterali e metaforiche, per cui molti interventi (traduzioni, poesie, narrazioni) ruotano intorno alla pandemia. Presentiamo su “Zibaldoni” due testi tratti da “SUD” numero 21: il primo, di Olivier Maillart (pubblicato il 25 settembre), propone una riflessione a partire da un racconto di Marcel Aymé; il secondo, che presentiamo qui, di Anna Smeragliuolo Perrotta, divaga sul verbo napoletanissimo “arrecrearsi”.